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Alcuni interpreti, come il filosofo e storico italiano Nicola Abbagnano, sostengono l’esistenza di un terzo filosofo che fa una critica ancora più insidiosa.
si tratta di Thomas Hobbes, filosofo e matematico britannico, secondo il quale Cartesio ha avuto certamente ragione nel dire che l’io, in quanto pensa, esiste. Tuttavia, aveva torto nel pretendere di pronunciarsi su come l’io esista, cioè nel definirlo “uno spirito, un’anima”.
Secondo il critico, in questo Cartesio è simile a chi dice: “io sto passeggiando, dunque sono una passeggiata”. Il problema è proprio in quel quid, quell’incognita che pensa, la sostanza di quell’atto che è il pensiero e potrebbe benissimo essere il cervello, il corpo, qualcosa insomma di materiale. Cartesio ribatte in due punti sostenendo prima che l’uomo non passeggia costantemente, ma pensa sempre, risultando essenziale. Tuttavia se Cartesio si fosse fermato all’evidenza raggiunta avrebbe anche fermato l’uomo ad una sorta di bolla solipsistica, un mondo di solo spirito senza agganci con l’esterno, con la res extensa. L’obiettivo è di provare il mondo fisico partendo dalla res cogitans, che Cartesio in quanto uomo sano sa che esiste. Il problema è dimostrarlo con sicurezza. Quale il modo per fare il salto dall’io all’esterno? Quella che Cartesio chiamava intuizione immediata e non sarà mai ben chiarita dal filosofo, come un pensiero spontaneo. Si può vedere una forte autoreferenzialità in questo, mitigata dalle contrapposizioni esterne e dalla visione come evidente dell’autore.

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