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Francis Bacon

Nasce a Londra da una famiglia nobile: il padre era lord guardasigilli della regina Elizabeth I, e quindi aveva un post privilegiato nella corte, cose che avrà poi un peso. Francesco sa in partenza che il grosso dell’eredità di famiglia non spetterà a lui, perché non era primogenito. Quindi sa che dovrà farsi una posizione sociale. Sceglie gli studi giuridici a Cambridge, università molto prestigiosa. La posizione del padre gli consente di iniziare una carriera diplomatica. Viene inviato in Francia presso l’ambasciatore inglese ma purtroppo la carriera si interromperà prestissimo a causa della morte del padre. A soli diciotto anni F. è costretto al rientro in Inghilterra e a cercare un lavoro. Entra a far parte dell’amministrazione statale, ottenendo nel 1603 un incarico importante con gli Steward, cioè avvocato generale del lord guardasigilli. Ma è forse nel ’18 che davvero la carriera esplode, quando prende lo stesso ruolo ricoperto in precedenza dal padre, che oggi equivale e primo ministro, ma con in più incarichi di natura giuridica. Presiede la suprema corte di giustizia inglese, rendendo esecutivi i decreti del re, uomo assoggettato al potere monarchico. Nel 1621 il sovrano, bisognoso di denaro convoca il parlamento che decide di istituire una commissione speciale per valutare l’operato dell’organo da lui gestito, la corte di giustizia. La commissione scopre gravi illeciti e B. è accusato di corruzione (fondatamente): aveva usato male il proprio potere concedendo verdetti favorevoli in cambio di denaro. Da qui inizia la carriera discendente. È accusato e condannato formalmente, con un’ammenda pecuniaria altissima e penalmente a un periodo di incarcerazione a discrezione del sovrano, nonché l’interdizione perpetua da qualsiasi carica pubblica e l’allontanamento dalla corte.

La condanna pecuniaria non trova realizzazione, l’incarcerazione si limita a pochi giorni ma l’esilio dalla vita pubblica e di corte verrà messo in atto.
Dal 26 B. si concentra su ricerche e scrittura, anche se dobbiamo dire che fu un autore poco sistematico, con molti progetti ma poche e deludenti realizzazioni., tutte le opere si concentrarono su un tema: “sapere è potere”, che ispira l’opera “il parto maschio del tempo”. Pur intenzionalmente consistente si fermerà a due capitoli in cui comunque sferra un attacco alla cultura ufficiale attraverso l’analisi critica del sapere storico, cioè di tutte le conoscenze trasmesse dalla tradizione. Nel 1620 viene alla luce la sua opera forse più importante, l’instauratio magna. Interessantissima nelle azioni, si preoccupava di ricostruire l’edificio del sapere, una grandiosa enciclopedia. Non riuscirà ad altro che a una prefazione e un piano generale del lavoro. Si trova per sommi capi la seconda parte dell’instauratio a cui B. dà il titolo di novum organum. Questa seconda parte per sommi capi è ritenuta il fondamento della sua filosofia. Il questo è moderno, perché anticipa il lavoro svolto da Cartesio, primo filosofo dell’età moderna, che si concentrerà molto sul metodo. Bacone si sta a grandi passi avvicinando alla modernità.

Va ricollegato ad alcune pagine della Nuova Atlantide, la comunità di ricerca che sull’isola di Bensalem nella casa di Salomone compie molti esperimenti, voti all’utilizzo della natura. C’è un aspetto civile ed educativo nel cercare di piegare la natura ai nostri scopi e bisogni. Nelle serre si fanno esperimenti di innesti in modo che le piante producano di più e fuori stagione, in altre stanze si sperimentano protesi particolari perché le persone possano sentire meglio o sulle rocce per scoprire la forma. Si vuole sondare la natura per determinare la forma.

È un filosofo di passaggio, antico e insieme moderno:
Già Aristotele parlava di conoscenza attraverso quattro cause, mentre Bacone si concentra su una sola, cioè la forma, la profonda natura o come Aristotele avrebbe detto, l’essenza. Questo è un versante su cui possiamo definire Bacone uomo del passato, perché benché voglia abolire la filosofia del passato ne usa ancora la terminologia specifica. In questo senso Bacone è diverso nel suo sistema speculativo da Galilei, perché se il primo è legato ancora al qualitativo, all’essenza, alla forma, alla natura profonda che caratterizzano quella parte di natura, Galilei ragiona sulle misure tramite parametri chiari e precisi.

Nonostante tutti i suoi sforzi per comprendere e piegare la natura, B. non ci ha lasciato neppure una legge ed ecco perché è un uomo del passato.

Ma Bacone è anche un uomo del futuro e lo capiamo bene dal fatto che cerca in tutti i modi di distruggere il principio di autorità nel senso che per lui la vera scienza non è quella costruita sul si è detto, si è sentito, si è dichiarato. Il nuovo sapere non si costruisce su autorità del passato. Secondo B. la scienza ha rivelato poco o niente perché la filosofia ha rivelato solo parole, castelli in aria di sillogismi, giudizi. la Scienza deve divenire coscienza applicata, avvicinandosi al metodo sperimentale di Galileo, applicativa e legata alla tecnica che abbini la mano all’intelletto.
Aristotele ha costruito un sistema verboso ma tutti i successori hanno preteso di costruire qualcosa su questo. La nuova scienza deve basarsi su un principio di democraticità e di pubblicità: il sapere deve essere reso noto e pubblico. In questo senso è un uomo nuovo che non fa altro che preparare quelle grandi strutture che si svilupperanno nel ‘600, come le accademie sullo stile della Royal Society.
Sta prefigurando la costituzione di queste strutture dove persone che hanno acquisito il sapere in ambienti diversi le condividono nella ricercazione (ricerca e azione). Per lui la scienza ha carattere collettivo.

Il suo motto è “sapere è potere”, legato ad una concezione relativamente nuova rispetto alla scienza, che cessa di essere un sapere contemplativo e disinteressato.
Secondo Bacone, Aristotele ha imposto un modello metafisico e verboso secondo una logica basata su regole artificiose e deduttive.

La necessità di discostarsi dalle caratteristiche del metodo deduttivo aristotelico derivano dall’individuazione di una falla in esso, cioè il troppo rapido e veloce passaggio dal particolare all’universale. Dirà che il metodo aristotelico “rinuncia troppo presto all’impegnativo scandaglio della natura”.
Questo stesso metodo ha anche il demerito di aver celato quegli interessanti risultati naturali dall’esperienza naturalistica presocratica.
Nel metodo deduttivo lo scienziato parte da principi generali e basandosi sul ragionamento giunge a delle conclusioni, a non è assicurata la correttezza di quelle premesse che dovrebbero essere alla base di tutto il lavoro logico di deduzione.
Ad onor del vero anche Aristotele aveva notato il problema, ed aveva cercato di risolverlo con il processo di induzione, ma che viene eliminato per l’eccessiva velocità da Bacone.
B. sarà ossessionato dal procedere per gradi, perché l’obiettivo è quello di non tralasciare alcuna esperienza significativa. Per fare ciò si serve di tre tavole, elenchi distintivi, finalizzati a determinare la natura profonda di qualcosa tramite tutte le situazioni in cui il fenomeno poteva manifestarsi. Se la prima tavola era delle presenza, la seconda sarà delle assenze, e la terza dei gradi.
Nel novo rum organum F. si concentra sulle premesse: partendo dalla convinzione che il sapere degli antichi è viziato dal peccato di superbia intellettuale, perché l’uomo ha preferito tentare di raggiungere la verità sulla natura partendo dalla mente e dalle proprie idee piuttosto che dall’esperienza.
Ma per realizzare tutto ciò è necessario secondo B. innanzitutto una grande onestà intellettuale per capire cosa realmente si sa e distinguerlo da ciò che si pensa di sapere, perché magari legato a quell’ipse dixit.
Inoltre per sondare, piegare e utilizzare la natura è necessario un metodo che ha necessariamente delle caratteristiche, di cui una è la pars destruens e una la pars costruens.
Capacità e coraggio di distruggere, eliminare, togliere, emendare tutto ciò che è prescritto sono la pars destruens del metodo di Bacone, che si concretizza nello sgombrare la mente da tutto quello che le può impedire di raggiungere la verità. È necessario purificare l’intelletto dalle false nozioni e i falsi idoli.
Questi sono quattro: idola tribus, idola specus, idola fori, idola theatri.
• Idola tribus:
sono pregiudizi che trovano il loro fondamento nella natura umana in quanto tale e quindi sono difficilissimi da estirpare. Sono condizionamenti sociali comuni alla specie umana e infine veri e propri errori che appartengono all’umanità.
Un esempio è il dare troppa importanza all’esperienza sensibile utilizzandola per vedere del finalismo nella natura. B. dice: “la natura non ha fini, solo l’uomo ne ha”, ma poiché l’uomo agisce in funzione di determinati scopi lo stesso uomo intende spiegare ogni fenomeno naturale attraverso delle finalità metafisiche-filosofiche di cui in realtà nulla si può dire.
• Idola specus (=spelonca, caverna)
Sono così chiamati in riferimento al mito della caverna. Sono pregiudizi che appartengono alla natura del singolo individuo e dipendono dalla sua educazione, dal suo stato sociale, dalle sue abitudini. In questo tipo di errori l’uomo, il singolo è portato a proiettare sugli altri e negli altri sé stesso. Questo tipo di errare porta l’uomo a non essere obiettivo, a non vedere la realtà. Ecco l’aggancio al mito della caverna: lo schiavo in catene pensa che le ombre siano realtà. Sono errori fatti dall’uomo che scambia le proprie immaginazioni per verità.
• Idola fori
Sono errori che derivano dalle relazioni fra gli uomini. Sono costituiti da una serie di problematiche: convenzioni sociali, condizionamenti, superstizioni, linguaggio quotidiano.
• Idola theatri
Sono errori derivanti dalle dottrine filosofiche precedenti, che Bacone dice si sono sotenute sul palco nelle epoche. Sono tutte dottrine che hanno con sé portato una quantità di favole, che non terminano quasi il secondo atto che è già pronta la scena dopo, si sono scalzate senza che nessuno abbia realmente verificato ciò che era affermato e negato. Da qui l’idea di un nuovo passaggio. La pars costruens si prepone il metodo induttivo scientifico da usare per interpretare la realtà, che non vuol dire solo osservare ma anche interrogare la natura attraverso non uno o due esperimenti, predisposti giusto per confermare l’ipotesi da cui si è partiti.

Siamo nell’epoca della seconda rivoluzione industriale, legata all’acciaio, una lega di ferro e ghisa. Cioè, di un elemento di cui si conosce la natura molecolare o corpuscolare si domina lo schema latente e si può agire sullo sviluppo di questo elemento, inserendovi anche come in questo caso elementi che lo modificano.
Per formulare ipotesi si usano tabelle. Questa poi dovrà essere sottoposta a verifiche di vario genere, fino a trovare l’esperimento cruciale, risolutivo, quello che dovrebbe consentire di accettare come buona e valida l’ipotesi iniziale o rifiutarla e ricominciare da capo il percorso.
In altri termini:
1. Tavole assenza/presenza/gradi
2. Confronto delle tabelle per procedere alla vera induzione eliminando un po’ per volta le ipotesi che si rivelano false, per giungere a una vera prima ipotesi positiva, detta vindemiatio prima
3. Questa ipotesi è sottoposta a una serie di esperimenti fino a giungere a una instantia crucis, cioè l’esperimento cruciale, dalle croci che si trovavano ai bivi delle strade.

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