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Premessa storica

il crollo dell’impero romano (476 d.C.), la separazione religiosa fra oriente e occidente (1054 d.C.) sono fatti storici da tenere assolutamente in considerazione perché avevano isolato il mondo latino non solo geograficamente ma anche culturalmente. se nell’impero bizantino l’attività filosofica si codifica sotto il controllo dell’imperatore, in occidente la realtà socio-politica era estremamente frammentata e la continua minaccia di invasioni aveva fortemente condizionato e limitato l’attività culturale.
Fortunatamente in luoghi a influenza araba, come Bisanzio o in Spagna, si comincia un’opera fondamentale di conservazione di testi del grande patrimonio greco, di Aristotele e di Platone. Il mondo islamico, all’apice in questa fase storica, ha avuto il grande merito di aver saputo accogliere il grande pensiero dei filosofi della grecità, perché convinti che si potesse realizzare una grande conciliazione, una sorta di fusione che portasse alla crescita e allo sviluppo della religione musulmana.

È un tentativo lodevole e rimarchevole ma che non dura a lungo, perché dopo l’anno 1000 cominciano a risorgere le città, i commerci, la stabilità politica che si realizza grazie alla fine delle invasioni, ma anche il sorgere della dinastia degli Ottoni, che per un certo periodo aveva addirittura sottomesso il papa con il privilegio ottoniano e che dette forte impulso all’architettura all’arte alla letteratura soprattutto nella Germania centrale (collegamento con: “il medioevo è l’unica età di decadenza che ci ha lasciato le cattedrali”)
La sicurezza dell’Europa ripristina i pellegrinaggi e infine le crociate restaurano i grandi collegamenti fra oriente e occidente, permettendo la diffusione di testi filosofici e greci. Le città in questo sviluppo diventano luoghi di aggregazione, si riempiono di gente dalle campagna, desiderose di libertà sviluppo sociale e culturale, e diventano l’alternativa ai castelli del modello feudale. Lo sviluppo della vita cittadina nel corso dell’undicesimo secolo segnò una rinascita della vita intellettuale in Europa. si vede nascere un nuovo tipo di organizzazione, cioè le scuole cattedrali, istituzioni cittadine come quella di Gerberto d’Aurillac che pone al centro le arti del quadrivio e le opere di Boezio. In Francia le scuole cattedrali non faticarono a raggiungere la stessa reputazione delle scuole monastiche, offrendo un’educazione di qualità e maestri di successo che cercavano argomentazioni innovative di testi e tematiche già conosciute.
Tuttavia i monasteri non perdono il loro ruolo rilevante soprattutto per il coinvolgimento nelle lotte per la riforma della chiesa e il rafforzamento dell’autorità papale.

La chiesa dell’alto medioevo era una chiesa monastica ma anche profondamente condizionata dal potere imperiale. Nel corso dell’XI sec. si sviluppa in occidente una sempre più netta coscienza della differenza tra l’ambito politico e quello religioso, che ha fra i maggiori esponenti paga Gregorio VII, lucido e convinto sostenitore nella lotta contro il potere politico per l’investitura dei vescovi.
La lotta per le investiture avrà termine con il concordato di Worms (1122) che afferma l’esigenza della chiesa di affermarsi come entità storca autonoma e il conseguente dualismo fra politica e religione, in contrasto con la tradizione bizantina.

La filosofia scolastica

È la filosofia cristiana sviluppatasi in epoca medievale. Si tratta di un pensiero elaborato da filosofi e teologici che lavoravano all’interno delle scuole nate a partire dall’età carolingia presso cattedrali e monasteri. Queste gradualmente si trasformeranno per dare vita intorno al XIII alle università. La scolastica abbraccia un periodo di tempo molto lungo, dal VI sec. fino a tutto il XIV sec. e per comodità gli studiosi ne hanno suddiviso in 4 fasi il corso:
La prima fase è definita pre-scolastica (VI-X sec.) il cui maggior esponente è Giovanni Scoto Eriugena.
La seconda (XI-XII sec.) vede il pieno sviluppo della scolastica e del pensiero di Anselmo d’Aosta.
La terza fase, l’epoca d’oro della scolastica, fra il 1220 e il 1300 ha come esponente s. Tommaso d’Aquino, da cui il tomismo particolarmente studiato dai gesuiti.
Quarta e ultima fase è quella della decadenza in pieno e avanzato 1400, quando sta per finire il medioevo e inserirsi l’umanesimo poi trapassato a Rinascimento. Guglielmo di Ockham fu l’ultimo esponente notevole.

Fiorisce un grande movimento di ricerca filosofica e logica, che viene chiamata dialettica ed è stimolata non solo dal recupero di testi ma anche da quella diatriba che si innesca destinata a durare secoli, cioè la lotta fra papa e imperatore per le investiture.
Si va alla ricerca degli argomenti più sottili per sostenere le posizioni del papa o dell’imperatore. Quindi nell’XI sec. il dibattito filosofico si può certamente definire molto attivo, in barba a chi sosteneva che il medioevo fosse età buia e dormiente, concentrato sull’uso della dialettica e filosofia applicata ai problemi teologici.

Ma la domanda di fondo è dunque fino a che punto sia lecito usare la ragione su questioni religiose. La dialettica c’entra con questa domanda, perché si configura come arte del discutere razionalmente cioè da fare filosofia in modo impegnato, in un mondo in crescita ma anche in lotta.

L’insegnamento scolastico si sviluppa sotto forma di lectio e disputatio. La prima consisteva nella lettura e commento di testi definiti autorevoli, in testa la bibbia seguita da Aristotele e i padri della chiesa. La disputatio invece consisteva nell’affrontare temi filosofici e teologici, dei quali si cercava la soluzione migliore attraverso un attento esame delle diverse argomentazioni. Prenderanno nelle scuole sempre maggior peso anche le quaestiones, cioè le obiezioni all’autore dei testi studiati, che generalmente venivano proposte dal maestro per stimolare negli allievi approfondimenti e puntualizzazioni.

Quali sono le radici profonde della scolastica, infine? Perché si sviluppa? Per il bisogno di una nuova cultura urbana, razionale e capace di raccogliere le sfide lasciate ad esempio dalle interpretazioni di Aristotele ma anche dalla filosofia araba ed ebraica, per ricomprendere all’interno di un mondo come quello occidentale di stampo cristiano.

La sfida che maestri e allievi hanno davanti è una sfida gigantesca, cioè riconoscere ma soprattutto armonizzare tutti gli influssi di una filosofia vastissima con la rivelazione della chiesa cristiana. Il problema filosofico centrale diventa definire il rapporto fede-ragione, fra dialettici e antidialettici, due fazioni filosofiche nella scolastica, fra chi sosteneva e chi osteggiava l’importanza di fare ricorso alla filosofia e alla ragione per spiegare la rivelazione, piuttosto che l’esclusiva necessità della fede.
Le finalità proprie della scolastica sono in primo luogo il portare l’uomo alla comprensione delle scritture e alla rivelazione attraverso l’esercizio della ragione, e poi predisporre gli strumenti logici e dialettici per tentare di contrastare l’incredulità e l’eresia.

Anselmo d’Aosta

È uno dei massimi esponenti della prima vera scolastica; già piuttosto giovane compie studi nella scuola benedettina della sua città. Durante un viaggio in Francia nel 1059 giunge ad un’altra abbazia benedettina, a Le Bec, alla scuola del grande maestro Lanfranco da Pavia molto attivo nelle dispute dottrinali dell’epoca. in Normandia compie ulteriori studi fino a decidere a 27 anni di entrare nell’ordine, e a Bec trascorre quasi ininterrottamente 33 anni della sua vita, diventando anche rettore dal 1063 al 1078. È in questo periodo che scrive le opere più importanti, sostanzialmente due: il monologion (1076) e il proslogion (77-78). Successivamente riceverà un incarico prestigioso, che lo tormenterà fino alla sua dipartita, cioè il primate di Canterbury, direttore della chiesa d’Inghilterra. Al suo arrivo iniziano scontri molto violenti con il re d’Inghilterra, il successore di Guglielmo il Conquistatore, Guglielmo II (quello della battaglia di Hastings e della Bayeux tapestry). I motivi sono due e hanno a che fare con questioni politiche, economiche e religiose.

Primo problema: il re avrebbe voluto distribuire una grossa parte di terre appartenenti alla chiesa ai propri fedeli cavalieri. Anselmo, sentendosi custode di queste, è contrario alla dispersione del patrimonio. Il secondo problema più grave è la lotta per le investiture. Il re aveva ordinato dei prelati, ma Anselmo si rifiuta di riconoscerli, in attesa dell’investitura papale. Anselmo per ben due volte deciderà l’esilio volontario, nel primo caso fra Lione e Roma, nel secondo solo a Lione. Quando arriverà la conferma delle nomine del papa, accetterà e ritornerà a Canterbury.

La sua riflessione teologica e filosofica rispecchia una nuova consapevolezza: nel momento in cui la chiesa rivendica la sua autonomia, la teologia sente la necessità di basarsi non soltanto sull’esegesi (= spiegazione di un testo basato sullo studio critico) della bibbia, ma anche sulla necessità del ragionamento nel discorrere su Dio e sull’uomo
Anselmo usa la dialettica (cioè la logica) applicandola alla teologia. Questo significa che in lui c’è una lucida meditazione filosofica sul problema della fede, sente l’esigenza di comprendere il mistero cristiano con la forza della ragione. Il monaco vuole dimostrare l’esistenza di Dio a partire dalla pura forza delle argomentazioni logiche, ricercato con l’uso della ragione, e la ragione trova il suo campo d’azione nella rivelazione. Questo per Anselmo significa solo che i dati di fede devono essere accettati ma non acriticamente, altrimenti la fede sarebbe ingenua. Sceglie di confermare la via di Agostino (e della maggior parte dei padri della chiesa) riguardo la conciliabilità e complementarità dei due ambiti, una fides quaerens intellectum, una fede che cerca la sua comprensione razionale e che non vede nell’approfondimento razionale, nella meditatio dei suoi contenuti, una minaccia al proprio indiscusso primato.
Quindi le opere sono brevi trattati volti a dimostrare la razionalità della fede. Sono testi scritti ad uso e consumo del monaci della sua abbazia.

Il monologion

È chiamato anche soliloquio, perché Anselmo sembra dialogare con sé stesso, meditando sulle ragioni della fede. il fedele si impegna a capire, con l’intelligenza dell’uomo come, l’esistenza di Dio a partire dalle creature e senza riferimento alle sacre scritture, soltanto per necessità razionale.
Anselmo si propone di non ricorrere all’aiuto della Rivelazione Divina, ma di affidarsi solamente alla ragione, confidando di illuminare cosi anche le verità che si accettano per fede.
In questo testo si trovano delle prove dell’esistenza di Dio, definite a posteriori, cioè costruita (con argomentazioni logiche) a partire dall’esperienza che facciamo delle cose: si parte dagli effetti per giungere attraverso a una concatenazione di cause o di argomenti ad una causa definita causa prima. Fornisce a tale scopo diversi argomenti:
• La bontà relativa deriva da un bontà assoluta
• Ogni perfezione relativa ne presuppone una massima e ottima
• Ciò che esiste deriva il suo essere da qualcos’altro che lo fa esistere
• Le differenza di valore fra le cose presuppongono un essere al di sopra ogni valutazione, che non ha nulla di superiore.
Questi argomenti si fondano sul riconoscere che esiste nella realtà del mondo sensibile una gerarchia di perfezioni, per la quale attingiamo il criterio di perfezione in riferimento a qualcosa che sia al vertice di questa scala: se esiste qualcosa di più buono o di più giusto è perché esiste qualcosa di assolutamente e insuperabilmente buono e giusto. Questo qualcosa deve essere necessariamente infinito e se esiste questo qualcosa è Dio.

Le prove a posteriori seguono un percorso lento e graduale di una catena ad anelli uniti l’uno all’altro, che per certi versi dà all’uomo una certa sicurezza e stabilità perché parte da qualcosa di concreto, ma che può risultare complicata e lunga.

Nel monologion Anselmo predilige questo tipo di prova.Ma a le Bec i monaci sembrano presentare alcune difficoltà e fanno richiesta formale ad Anselmo di preparare una diversa prova dell’esistenza di Dio.
La prova del secondo tipo è detta a priori, in cui parte da un piano logico,l’idea di Dio per giungere immediatamente e non più mediatamente al piano ontologico. Anselmo è stimolato a trovare una prova veloce e immediata che li metta al riparo da eventuali errori che si potrebbero fare in un percorso lungo, e lo chiama unico argomento. Anselmo sa che Dio esiste, per fede, ma vuole meglio comprendere. Quinid parte direttamente dall’idea e dal concetto di Dio nella pura interiorità della coscienza alla ricerca di una logica capace di tradurre, confermare l’intuizione già presente nella sua coscienza. È la fede che cerca la comprensione: questo nuovo argomento deve essere risolutivo, cioè dimostrare che Dio esiste. Qui Anselmo parte da una affermazione, che fa lo stolto del salmo 14, quando dice in cuor suo “Dio non c’è” . ma evidentemente anche lo stolto per negare l’esistenza di Dio deve possederne il concetto, il pensiero di un essere di cui non si può pensare nulla di maggiore. Ciò di cui non si può pensare nulla di maggiore non può esistere solo nell’intelletto perché se così fosse si potrebbe anche pensare esistente nella realtà, cioè come maggiore ma in questo caso cioè di cui non si può pensare nulla di maggiore sarebbe qualcosa di cui si può pensare qualcosa di maggiore. E questa è una contraddizione dunque è impossibile per Anselmo che ciò di cui non si può pensare nulla di maggiore (ovvero Dio) esista solo nella mente. La premessa però è che ciò che esiste nella realtà è più perfetto di ciò che è solo nell’intelletto.
s. Anselmo oppone una continua distinzione fra elementi reali e cose dell’intelletto. L’altro elemento estremamente importante è che ciò che esiste nella realtà è maggiore di ciò che esiste solo nel pensiero e allega l’esempio del quadro. Dal fatto che una montagna è stata scalata da qualcuno, significa che si può scalare, ma dal fatto che una montagna può essere scalata si può dedurre che sia mai stata scalata?
Cosa accomuna il credente e il non credente? L’idea di Dio che anche l’insipiente ha per negarne l’esistenza. La perfezione di Dio che viene contestata attesta l’unità di argomento, che stiamo parlando della stesso cosa. Se in questo Dio di cui non c’è nulla di maggiore riverso tutte le qualità non ne posso tralasciare una, su cui lo stolto aveva avuto da ridire, cioè l’esistenza. Dovrà quindi correggersi l’ateo o verrà negata la coerenza del principio su cui concordano. All’argomento di Anselmo detto ontologico da Kant (1742-1804) perché si basa sulla definizione dell’essere di Dio, il monaco Gaunilone di Mamourtier oppose l’argomento delle isole beate che possono essere pensate nella loro perfezione e non per questo devono necessariamente esistere. Quindi il concetto di Dio come perfettissimo può essere sensato ma non per questo si dimostra che Dio esiste necessariamente al di fuori del pensiero. Infine l’argomento nasconderebbe una contraddizione, perché se Dio è ciò di cui non si può pensare nulla di maggiore quindi è infinito e perfettissimo non è possibile per una mente limitata come quella dell’uomo averne un’idea adeguata.

Tommaso d’Aquino

Vive nell’epoca d’oro della scolastica, nel periodo in cui si sviluppa la filosofia delle università. La storia culturale del 1200 è segnata da due grandi fatti legati alla crescita delle città: da un lato la fondazione delle università, dall’altra degli ordini mendicanti francescani e domenicani. Le università diventano istituzioni tipiche delle città, naturale derivazione delle scuole cattedrali. La più importante per studi filosofici e teologici è a Parigi tenuta sotto stretta osservazione da parte dell’autorità pontificia. È proprio qui che fra molte difficoltà si riesce ad elaborare una nuova teologia ovviamente cattolica ma moderna, aperta alle idee del pensiero del mondo arabo ed ebraico, oltre che alle esigenze della città.
Le università sostituiscono le abbazie come centri di elaborazione della cultura.

Tommaso entrerà appunto nell’ordine domenicano e lavorerà proprio all’università di Parigi. Nato nell’1225 e morto nel 1275 nel Lazio compirà molti viaggi nella sua vita, fra i più importanti Colonia e Parigi, dove deve affrontare il problema forse più importante cioè il rapporto fede-ragione.
Decide di elaborare una nuova teologia, che sia ortodossa e moderna. Nel fare questo si appoggia molto ai dogmi della fede ma anche ai testi greci e in particolare ad Aristotele, considerandolo uno dei più grandi filosofi benché le sue conoscenze fino a quel momento non avessero dato piena ragione della sua grandezza.
Si rende conto un secolo prima degli umanisti dell’imprecisione delle traduzioni dal greco e che la chiesa ha spesso emendato il pensiero di Aristotele piegandolo agli interessi e necessità del credo cristiano, portando allo snaturamento.
Tommaso desidera risalire alla veste più originaria e si rende conto dell’importanza della stretta collaborazione della teologia con la filosofia, e queste non possono essere fra loro in contraddizione in quanto entrambe derivano da Dio anche se fra le due il primato spetta alla teologia, mentre la filosofia diviene ancella della teologia.
Centrale per comprendere Tommaso è la distinzione reale fra essenza e esistenza: Affrontare l’organizzazione di una nuova teologia significa affrontare il problema di Dio e della sua esistenza. Dal conoscere l’essenza di una cosa non possiamo dedurre di fatto che la cosa esista, dunque, l’esistenza è un accidente accessorio che deve essere conferito a una cosa da parte di una causa esterna. Gli esseri che esistono al mondo sono tutti accomunati d questa caratteristica: benché tutti possiedano un’essenza, nessuno è in grado di conferire a se stesso l’esistenza. Si deve dunque concludere che abbiano ricevuto l’esistenza da una causa esterna, da un essere in cui esistenza ed essenza coincidano, cioè da Dio. Le cose non sono l’essere ma hanno l’essere: esistono per partecipazione all’essere di Dio. L’essenza (o quidditas) è la caratteristica distintiva di ogni cosa che sarebbe pura potenzialità se non ricevesse l’atto di essere che le conferisce esistenza.

L’esistenza di Dio è affrontata nelle Summae, con dimostrazioni di due tipi. Il primo parte dall’essenza di una cosa per dedurne le sue proprietà (dimostrazione propter quid) ma non può essere utile nel nostro caso perché (almeno in questa vita) non conosciamo l’essenza di Dio. Tommaso non accetta la prova a priori perché basata sul fatto che l’uomo quando parla di Dio sa già cosa esso sia. Ma osserva: nessun uomo sa definire chiaramente Dio. bisogna prendere allora un’altra strada per provare ad attestare l’esistenza di Dio: è quella a posteriori. Il secondo tipo (dimostrazione quia) parte dall’osservazione di qualche effetto sensibile per risalire logicamente alla causa. Attraverso questa prova saremo condotti a sapere che Dio esiste ma non chi egli sia, cioè a sapere della sua esistenza ma non della sua essenza.
Sono cinque le vie o ragionamenti a posteriori, cioè a partire dagli effetti che Dio determina sul mondo (ex effectibus). Queste vie non sono proprie del filosofo, ma l’elemento fondamentale di S. Tommaso è l’originalità nella fusione che non è solo giustapposizione ma sintesi.
La prima prova è ripresa da Aristotele e si fonda sulla natura del movimento: se muovere significa passare da potenza all’atto, è necessario un motore che non sia a sua volta mosso per innescare il movimento. In assenza di esso anche il movimento sarebbe negato, arrivando ad un assurdo dato che i sensi attestano che nel mondo esistono cose in movimento.
La seconda prova è una riformulazione della precedente basata sul rapporto causa-effetto: se ogni cosa appare come effetto di una causa che a sua volta è effetto di un’altra causa, pensare a un regresso all’infinito in questa catena di cause efficienti sarebbe impossibile. Ecco dimostrata l’esistenza di una causa incausata che chiamiamo Dio.
Il terzo argomento è invece ripreso da Avicenna, che parte dalla possibilità (o contingenza) degli enti. Se tutti gli enti fossero soltanto possibili (cioè potrebbero esistere o non esistere) co deve allora essere stato un momento in cui nulla esisteva. Poiché da nulla non può venire nulla, neppure adesso dovrebbe esserci nulla di esistente. Pertanto si è obbligati ad ammettere l’esistenza di un essere necessario.
Il quarto argomento si basa sui diversi gradi di perfezione, che possono essere riconosciuti solo rispetto a un modello assoluto di riferimento (storia già sentita …) che può essere solo l’essere perfettissimo Dio.
Quinto e ultimo argomento è presentato nella visione di una meravigliosa armonia universale che vediamo risultata da cose pure del tutto diverse e discordanti. Da questa si desume l’esistenza di un essere intelligente che tiene in mano il governo delle cose e dirige tutto verso un fine. Questa via è rielaborata in maniera diversa nella Summa Theologica, dove si nota che in natura le cose prive di intelligenza agiscono comunque tutte in modi determinati e sempre in vista del fine migliore. Dato che tutto ciò che è privo di intelligenza deve essere guidato da qualcuno che ne possegga, si deve presumere l’esistenza di un essere intelligente. In quest’ultimo argomento in particolare è chiaramente evidente la visione teleologica (= che considera il mondo organizzato secondo fini determinati o che ritengano di riscontrare finalità in alcuni ambiti della natura) che presuppone una intelligenza ordinatrice.
Quale sia la via, Tommaso è convinto che si giunga all’individuazione di un essere che tutti chiamano Dio. Il fine ultimo e il fine primo di Tommaso è la costruzione di una teologia ortodossa e al contempo moderna, attualizzando la filosofia del passato.
È importante ricordare l’equilibrio del pensiero di T. perché in questo periodo si stavano scatenando una serie di contese verbali estremamente due, che hanno origine da atteggiamento profondamente diversi portati avanti da filosofi teologici, cioè dialettici e antidialettici. I primi portavano avanti una strada guidata dalla ragione e volta alla corruzione di ragioni rigorosamente logiche. I secondo fanno affidamenti sui testi sacri e il lavoro dei padri della chiesa, in una parola la fede. Questo tentativo di bilanciamento si trovava anche in Anselmo ma alla fine scivolava nella fede.

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