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Il tramonto della latinità


Il pensiero cristiano si era sviluppato, per oltre quattro secoli, nel clima della civiltà antica. In essa aveva trovato ostacoli e opposizioni, ma anche potenti strumenti di espressione. Pur senza rinunziare a nessuno dei suoi caratteri originali, si era alimentato a fonti classiche, e ne aveva assorbito almeno in parte le forme, trasponendole in uno spirito nuovo.
Agostino, però, è l'ultimo grande pensatore che si formi in un clima di cultura classica: presto le condizioni di vita, almeno in Occidente, divengono tali che, quel poco di cultura che si riesce a conservare, basta a stento per le necessità del ministero ecclesiastico. Il latino letterario si studia perché è la lingua della Chiesa occidentale, ma pochissimi possono disporre dei testi di buoni autori. Quanto al greco, che già Agostino conosceva male, nei secoli VI e VII si può dire che scompaia del tutto fuori dei domini bizantini. Le popolazioni barbariche che si insediano nell'Impero hanno una grande ammirazione per Roma come esempio di organizzazione statale, ma sono ancora molto loontane dal poterne assimilare la cultura. Anche sul piano religioso, benché cristiane, appartengono generalmente alla setta ariana, senza conservare le preoccupazioni intellettuali dei primitivi eresiarchi; e il disordine portato dall'urto delle diverse confessioni contribuì a distruggere la tranquillità necessaria alle occupazioni dello spirito.
Del resto anche in Oriente, dove le condizioni materiali di vita rimangono senza paragone migliori, e dove non s'interrompe (almeno per ora) la continuità culturale con il mondo antico, al primo fiorire della patristica non segue un mvimento originale di idee nei secoli successivi. E, nonostante che la lingua greca muti più lentamente che la latina, un vero contatto spirituale con le fonti classiche non si può dire che rimanga: segno che lo spirito stesso dei tempi era mutato, prima ancora che le circostanze esteriori mettessero in crisi l'antica civiltà. Col sec. VII, poi, vennero tempi di ferro anche per l'impero bizantino, circondato da forti nemici; e nel sec. VIII le lotte tra i seguaci dell'iconoclastia (che volevano la distruzione delle immagini sacre) e i loro avversari distrussero quel poco che le guerre esterne avevano lasciato in piedi. Sicché anche qui, in campo culturale, si dovette ricominciare quasi da capo, e cioè dal ritrovamento edal salvataggio dei pochi codici rimasti di autori antichi.
Da ultimo, sarà l'Occidente quello che rivelerà una più forte capacità di ripresa. Quel poco di cultura ecclesiastica che era rimasto nei conventi (soprattutto nell'Irlanda evangelizzata da S. Patrizio, al riparo dalle invasioni barbariche), quando la situazione politica ritroverà con Carlo Magno una stabilità sufficiente, prenderà a rifiorire, e non passerà molto tempo prima che produca frutti originali anche in filosofia, con Scoto Eriugena. Ma questo non sarà più un prolungarsi della civiltà antica: sarà l'inizio di una civiltà nuova che, anche quando si accosterà ai pèrodotti dell'antica, vi si accosterà da un mondo e da un modo di pensare lontani: pur senza accorgersi, a tutta prima, della distanza che la separa spiritualmente dagli antichi.
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