pexolo di pexolo
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Diversamente da Agostino, che lo aveva trattato in ambito prevalentemente teologico fondandosi sui testi della Genesi e dell’Esodo, Anselmo consegna al pensiero filosofico l’idea del nulla colta senza alcun riferimento al piano ontologico, sostenendo che il nulla può essere pensato ed espresso come un ente di ragione (ens rationis). Diversamente da Fredegisio di Tours, che vede nel nulla quel quid dal quale Dio ha tratto il mondo (per cui il Male ha una sua sostanzialità, quasi secondo una posizione manichea, perché porta all'identificazione del nulla con la materia prima→postulazione di due princìpi), egli insegnerà agli scolastici che alcuni termini quali il male e il nulla sono significativi «non secondo la realtà, ma secondo la forma del linguaggio» (per questo motivo padre Martin Grabmann considera Anselmo il primo scolastico). Sebbene le cose fossero nulla prima di essere ciò che sono ora, erano già in mentis Dei (nella mente di Dio) e in Dio possedevano già l’essenza, la qualità e la modalità che le avrebbero caratterizzate una volta ricevuta la consistenza ontologica. Da questo assunto riceve luce e soluzione il problema del male. Nessuna creatura è per se stessa necessaria: essa esiste solo perché Dio con sapienza l’ha chiamata all'esistenza donandole l’essere. Dunque, tutto ciò che è esiste o perché Dio vuole che esista oppure perché, come il male, Egli permette che esista. Nessun essere, per quanto perverso, può sottrarsi al dominio di Dio, che, avendolo creato, non può permettere che non esista. Dio infatti non ha creato una volontà malvagia che renderebbe necessario il male. Il male stesso, suo malgrado, finisce per far risplendere ancor più la sapienza e la bontà divina. «Nessuna creatura ha qualcosa da sé», poiché è da Dio e per Dio che riceve l’essere e il bene. Come ogni altra creatura, anche il diavolo ha ricevuto in dono da Dio sia l’essere che la perseveranza (stetit in Veritatem). Egli, tuttavia, ha rifiutato liberamente la volontà di perseverare, non perché Dio non gliela ha offerta, ma perché ha voluto ciò che Dio non voleva, ponendo la sua volontà al di sopra di quella divina. Egli preferì alla giustizia, che è l’adesione alla volontà di Dio, quella che credeva essere la sua felicità, perdendo così il bene che possedeva, senza però conseguire quello che sperava. Abbandonò così la giustizia per l’ingiustizia, che è il male stesso: il male infatti nasce dalla privazione del bene (non si tratta semplicemente di una privazione del bene, privatio boni→Agostino, ma è privatio debiti boni, cioè della privazione di un bene dovuto, laddove questo bene doveva esserci per natura→Aristotele). Tuttavia, se il male è un non-aliquid, cioè un non-qualcosa, se non ha una sua propria sostanzialità, perché lo temiamo? Perché proviamo angoscia, orrore, di fronte alla parola male? La risposta di Anselmo è desunta dalle Categorie aristoteliche; un conto è significare qualcosa (→chimera), altro invece è dire che è qualcosa: il nihil non è realtà ontologica per il fatto che significa qualcosa, il male e il nulla non sono realtà solo per il fatto di essere significate da un nome, ma sono delle «quasi aliquid» (quasi realtà), che significano qualcosa secundum forma loquendi (nel linguaggio ordinario), ma non secundum rem (nella realtà): male e nulla non trovano fuori del linguaggio e fuori del pensiero alcun termine corrispondente. Il vero male si ha soltanto quando ciò che manca è un bene dovuto. Questa puntualizzazione risente della definizione della nozione di «privazione» esposta da Aristotele nella Metafisica: si ha privazione “quando una cosa non ha qualche attributo che essa stessa o il suo genere dovrebbero per loro natura avere”; tuttavia, il passo letto da Anselmo non poteva essere questo, dal momento che la Metafisica non circolava al suo tempo, ma dev'essere quello delle Categorie, in cui lo Stagirita riprende e specifica tale concetto di privazione. Se ad un uomo manca un braccio questo è certamente un male, ma che a questi manchino le ali non è certamente un male, perché nella sua costituzione ontologica esse non sono previste (come nell'aquila); così, che ad una pianta manchino gli occhi non è un male, ma è una privazione, un limite. La mancanza della vista, infatti, è un vero male se è riferita all'uomo, mentre è un limite se è riferita alla pianta.

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