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San Bonaventura


Bonaventura nasce nel 221 a Magno Regio. Dopo essere entrato nell’ordine francescano, studia a Parigi dal 236 al 242. Studiò teologia col maestro Alessandro di Hales, nel 248 diventa baccelliere biblico e nel 243 venne ordinato sacerdote. Dopo essere diventato professore di teologia del 53 divenne generale dell’ordine francescano nel 257. Ha scritto molte opere, che si sono rivelate fondamentali per i francescani e più in generale per la Chiesa. L’importanza è anche dimostrata dal fatto che nel 1273 divenne cardinale e in seguito alla morte, avvenuta nel 1274, venne canonizzato e proclamato dottore della Chiesa. Venne poi fatto Santo.
Le opere sono: commento alle sentenze, breviloquio, riduzione delle arti alla teologia, itinerario della mente in Dio (ritenuto il più importante). Le collazioni sull’esameron composte in polemica contro l’aristotelismo (NB: Buonaventura non si contrappone all’aristotelismo di San Tommaso d’Aquino, di cui tra l’altro è amico e difensore, ma a quello di averroistico i cui esponenti stavano perlopiù a Parigi. Es. Sigeri, Boezio, ...).

Itinerario della mente in dio


È strettamente collegata alla teologia francescana. Si pone inoltre al vertice dell’agostinismo. La cultura medievale era strettamente legata alla lectio sacra, che però è stata messa in discussione dalla filosofia aristotelica, accolta ormai dalle università ed era un metodo di uno naturale della ragione. Bonaventura si impegna quindi in una strenua difesa della sapienza cristiana sulla linea del metodo agostiniano filtrato attraverso l’esperienza francescana. L’opera di Bonaventura è uno studio del percorso che l’anima compie per giungere alla conoscenza di Dio. Filosofia e teologia non si giustappongono, ma si fondono in una progressiva espansione dell’intelletto fidei fino ad arrivare a Dio. Ogni momento dell’intendere che parte dalla fede ed è sorretto dall’illuminazione divina è propedeutico ad un momento più elevato. Acquisisce il suo valore nell’essere un momento mediano e mai quello conclusivo dato che il momento terminale sarà la contemplazione diretta della verità. Ha chiara ispirazione agostiniana; infatti si risente l’eco delle Confessioni e anche delle preghiere proprie di un benedettino seguace di Agostino, come Anselmo (cfr. Proslogion e Monologion). Bonaventura accoglie la prova ontologica (Proslogion) di Anselmo (rifiutata da Tommy).
Per Bonaventura la conoscenza è un tutt’uno col godimento del Sommo Bene, ma raggiungerla non è un risultato di un processo logico-scientifico, ma una conquista del cuore ravvivato dalla fede e giudicato dalla luce di Dio. L’uomo si stacca dalla contemplazione delle cose terrene per quelle eterne, ritrovando fuori, dentro e sopra di sé il prestigio di Dio e la luce dell’essere unitrino. L’insieme degli esseri creati è un libro attraverso cui Dio si manifesta agli uomini. L’immagine della natura come libro scritto da Dio è tipica del Medioevo.
Il creato è il libro attraverso cui Dio si manifesta agli uomini. Si tratta di un universo che rispecchia in ogni creatura le caratteristiche di Dio, un universo retto da leggi necessarie che l’uomo può indagare e deve indagare con una filosofia illuminata dalla fede. A Bonaventura non interessa il funzionamento dell’universo, quello che è oggetto di una scienza mondana, una scienza che finisce per cadere in una vana curiosità. La natura vale perché esprime, manifesta Dio e la sua luce. La contemplazione del mondo non ci porta a ritrovare nelle sue leggi la via sillogistica per dimostrare l’esistenza di Dio, ma ci fa intuire Dio nelle cose se solamente l’uomo allontanandosi dal peccato accoglie l’illuminazione di Dio. Secondo Bonaventura, l’uomo, in quanto essere finito e mutevole, non potrebbe mai cogliere il vero nella sua assolutezza se non fosse presente in lui una luce divina che gli dona i principi primi del conoscere, cioè le regole eterne che ci consentono poi di formulare giudizi universali e necessari. L’uomo, essere privilegiato all’interno del creato, porta nella sua memoria, nell’intelletto e nella volontà, l’immagine di Dio. Nei primi principi del sapere conservati nella memoria anteriore all’intelletto, nell’assolutezza dei giudizi dell’intelletto, nell’aspirazione della volontà al Bene, si scopre un assoluto che trascende l’essere due forme di conoscenza: scienza e sapienza. Corrispondono a ratio inferior e ratio superior di Agostino. La scienza è volta al mondo sensibile e per indagare questa è valido il metodo nosologico aristotelico. Bonaventura fa propria la distinzione tra intelletto in potenza e intelletto agente. La nosologia di Aristotele se riesce a dare una spiegazione di origine sensibile, ha il limite di chiudere il conoscere di questo solo ambito. Per Bonaventura non tutta la conoscenza ha un origine sensibile, la parte che ha origine dal sensibile è indubbiamente la conoscenza di tipo scientifico e per questa ragione è una conoscenza mutevole quanto mutevole è il soggetto della conoscenza. Vi è però una coscienza superiore certa (sapienza) che si fonda su principi universali e necessari, sorretti e illuminati dalla luce divina. La conoscenza certa è possibile solo a condizione della luce divina. “Ogni cosa che si conosce con certezza, si conosce nella luce delle ragioni eterne...” Per la conoscenza eterna è necessariamente richiesta la ragione eterna (illuminazione di Dio) come regolatrice e movente, ma non essa da sola e in tutto il suo splendore, bensì insieme alla regione creata e in parte soltanto da noi intuita in questa vita.
Approfondendo poi l’insegnamento di Agostino, Bonaventura chiarisce il valore regolativo delle regioni eterne, cui è strettamente collegata la ratio superior. Non si tratta di oggetti di conoscenza, ma di principi a priori del giudizio. “Queste regole sono infallibili, indubitabili, ingiudicabili, poiché il giudizio è possibile con esse, non su di esse… queste sono fondate nella luce eterna e ad essa conducono, ma non perciò essa stessa è vista.” Se le regole fossero oggetti del conoscere e non principi del giudizio, la mente umana contemplerebbe l’essenza stessa di Dio e non ci sarebbe alcuna differenza tra la conoscenza terrena e la visione beatifica. D’altra parte senza la presenza della luce eterna nel soggetto, il soggetto non potrebbe mai giungere ad un sapere sì certo, che richiede il superamento della soggettività in quell’assolutezza che il pensiero conquista quando penso nella verità, che è al di sopra delle nostre menti. “Appare chiaramente che il nostro intelletto è congiunto alla stessa eterna verità dato che esso nulla può comprendere con certezza e senza l’insegnamento di quella.”
“Il vero si raggiunge mediante la luce dell’eterna sapienza, la luce del verbo, uno e unico maestro. Questo non significa che il nostro sapere provenga tutto dal maestro divino che parla in noi, al contrario l’atto del conoscere è comunque qualcosa di proprio del soggetto. B. si guarda bene dal cadere da un innatismo di tipo platonico e si limita a sottolineare come nessuno potrà mai trovare il principio del vero fuori di sé nel mondo empirico, e neppure in sè prescindendo da quella luce “inaccessibile e tuttavia prossima all’anima e più intima all’anima che l’anima a sé stessa”.

L’essere


La luce divina che costituisce il fondamento ultimo del nostro conoscere, porta l’uomo a trascendere sé stesso per rivolgersi a Dio. Momento fondamentale: l’anima si indirizza all’essere per sé stesso, essere che si presentava già nelle operazioni dell’intelletto come fondamento di ogni sua attività definitoria, quell’essere che è “ente purissimo, attualissimo, completissimo e assoluto, che è l’ente per sé ed eterno in cui sono tutte le cose nella loro purezza”. Quell’essere che si svela come il primo vero indubitabile, presente in ogni anima “Dio è presente nell’anima e per se stesso conoscibile; dunque nell’anima è insita la notizia del suo Dio.”
Il problema di Dio è il problema della verità, Dio è infatti “il vero indubitabile, evidentissimo e presentissimo, impresso in tutte le menti razionali” che come tale non può non esistere. “Dio o la Somma Verità è l’essere stesso del quale nulla può pensarsi di migliore, quindi non può non esistere.” Ridotto la sua esistenza, l’argomento di Bonaventura suona così: se Dio è Dio, allora Dio esiste, ma poiché l’antecedente cioè l’ipotesi è talmente vera che non può essere pensata come infondata, dunque l’esistenza di Dio diventa un vero indubitabile. Ricorrendo ad un sillogismo di tipo stoico, Bonaventura tenta di dimostrare l’esistenza di Dio non passando dal piano del pensiero a quello dell’essere, ma sottolineando come l’idea è presenza di essere nè pensiero. Tuttavia anche l’essere, così come le regole in esso fondate e riassunte, non è visto direttamente, ma in una “somma oscurità” che è luce della mente. “Grande e invero la cecità del nostro intelletto che non considera ciò che vede per primo e senza di cui nulla può conoscere… l’occhio della nostra mente allorché vede direttamente la luce stessa del Sommo Bene, del Sommo Essere ha l’impressione di non vedere nulla, non comprendendo che quell’oscurità è la Suprema Illuminazione della nostra mente- allo stesso modo che l’occhio ha l’impressione di non veder nulla quando vede la pura luce.”
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