Mongo95 di Mongo95
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In Ockham c’è l’idea che la teologia e la filosofia non abbiano un terreno immediato comune di incontro o scontro: basandosi su principi diversi, esse non si trovano mai veramente né in accordo né in contrasto. Ciò significa che nessuna verità rivelata può essere veramente oggetto di dimostrazione scientifica, così come, d’altra parte, la filosofia non può né confutare una verità rivelata né provare una tesi in contrasto o con essa.
La distinzione tra potenza assoluta e potenza ordinata gioca un ruolo essenziale nella considerazione occamista della natura. L’idea che Dio avrebbe potuto fare le cose diversamente implica che il mondo è meno scontato di quel che sembra e che le sue leggi hanno una necessità puramente relativa. È possibile sospendere (a livello congetturale) la validità delle spiegazioni consuete o tradizionalmente accettate, e ipotizzare modelli teorici del tutto diversi. La potenza assoluta di Dio coincide con la potenza non dispiegata al momento della creazione. Dunque non tanto ciò che Dio potrebbe fare ancora attualmente, ma ciò che avrebbe potuto fare. Pur non negando che Dio possa incrementare la bontà e la perfezione di questo mondo, non si crede che Egli decida di intervenire realmente per stravolgere l’ordine che Egli stesso aveva deciso di istituire.

La separazione di ambiti tra filosofia e rivelazione è percepibile anche nel campo dell’etica. Specialmente nel concetto di libertà, interpretata come termine connotativo che designa, in questo caso specifico, la volontà umana in quanto capace di produrre effetti contrari, in quanto cioè capace di autodeterminarsi in un senso o in un altro. Radicale libertà della volontà che vale anche nei confronti del fine ultimo. È dunque impossibile una fondazione filosofica dell’etica, perché la filosofia non è neppure in grado di additare all’uomo il suo fine. Questo fine è invece indicato all’uomo dalla rivelazione. La moralità consiste allora di fatto nell’agire conformemente alla volontà divina. Anche nel caso paradossale dell’“odio meritorio verso Dio”: se Dio ordinasse di odiarlo, l’uomo dovrebbe attenersi a questo precetto, senza invocare nessun altro criterio. Ciò è assurdo, ma serve a chiarire un punto essenziale: sarebbe ancora più sbagliato postulare che esista un bene oggettivo indipendente dalla volontà divina, perché sarebbero totalmente compromesse onnipotenza e libertà di Dio. La moralità corrente è contingente e dipende dal volere divino. E poiché in Dio la volontà coincide con l’intelletto, possiamo essere certi che non prescriverà mai né qualcosa di irrazionale, né qualcosa di impossibile.
C’è anche un parallelo tra la questione relativa all’origine della proprietà privata con quella relativa all’origine del potere politico: nello stato originale di innocenza prima del peccato, tutti i beni erano naturalmente in comune. Poi, per porre freno alla passioni e per rendere possibile la convivenza, Dio ha concesso agli uomini la facoltà di appropriarsi di singoli beni. Ma ha anche concesso di potersi dotare di determinate forme di governo, potendo decidere di volta in volta autonomamente. Non esiste allora struttura politica ideale valida in ogni tempo. Il potere ha origine umana e storica, e dipende solo dagli uomini, non ha bisogno di una legittimazione da parte del potere spirituale o di un’investitura religiosa. Ma ciò non significa che il potere spirituale dev’essere subordinato a quello temporale, invece si tratta di due poteri sovrani nei loro rispettivi ambiti e reciprocamente indipendenti.

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