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La riflessione sul linguaggio

Un momento di sintesi nella riflessione su arte e bellezza si avrà soltanto con il neoplatonismo. È in quest'epoca tarda (111-V secolo d.c.) che prende avvio una riflessione matura sul linguaggio, la quale anticipa i temi della moderna ermeneutica. Il secondo trattato dell'Organon di Aristotele, Dell'interpretazione, è il testo di riferimento. L'autore imposta il problema dell'interpretazione di un testo legandolo a quello del significato del linguaggio, inteso come l'operazione con cui un soggetto (l'interprete) riferisce un segno al suo oggetto. «I suoni della voce — afferma Aristotele — sono simboli delle affezioni che hanno luogo nell'anima, e le lettere sono simboli dei suoni della voce.»

Ora, dal momento che né le lettere né i suoni della voce sono uguali per tutti i parlanti (data la diversità delle lingue), si pone il problema di come l'espressione linguistica si possa riferire significativamente alle cose. Tale medium universale è offerto — secondo Aristotele — dall'anima, o meglio dalle sue affezioni (ossia i concetti), le quali «sono le medesime per tutti e costituiscono le immagini di oggetti, già identici per tutti».

L'arte come mimesi dell'intelligibile in Plotino

Plotino (il massimo rappresentante del neoplatonismo) si propone di conciliare gli opposti punti di vista sul bello e sull'arte di Platone e di Aristotele. A lui dobbiamo quella riformulazione del concetto di mimesi che consente di unificare, in quello che possiamo considerare il primo abbozzo di una teoria estetica, il concetto del bello ideale con quello dell'arte, nel suo aspetto tecnico o poietico.

Egli riprende da Platone l'idea della bellezza, come modello trascendente e separato dalla realtà empirica. Ma la unifica con l'idea di natura, mediante l'esegesi allegorica del Timeo platonico. L'opera del Demiurgo si può meglio intendere come l'impressione di una forma sulla nuda materia delle origini («non essere»). La natura non è copia imperfetta del cosmo intelligibile, ma espressione, nel sensibile, di una bellezza intelligibile. Ciò consente a Plotino di recuperare, da Aristotele, l'analisi del concreto fare (poièin) artistico, inteso come un'attività dotata di autonomia e dignità proprie. L'artista concepisce nella mente un modello, che viene successivamente tradotto nella materia. È questa «mimesi dell'intelligibile» a dotare il fare artistico di una libertà di espressione che ne costituisce il valore proprio. Il creatore è superiore alla creatura, ossia all'opera prodotta mediante un processo tecnico. Questa conserva in sé i limiti che la resistenza del materiale usato (siano parole oppure colori, suoni, materie plastiche) impone all'ideazione artistica. Ma la sua perfezione formale va giudicata solo sulla base dell'idea mentale che ha originato il processo creativo (imitativo) dell'arte.

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