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I Padri della Chiesa

Gli anni dalla seconda metà del IV secolo al sacco di Roma sono uno dei momenti più felici per la produzione letteraria latina, sia per quantità di opere sia per la qualità. Il campo con maggiore successo è quello della “patristica”, ovvero coloro che operano una mediazione tra la cultura classica e quella cristiana, portando l’analisi dei problemi etici e religiosi. I principali padri della Chiesa furono Ambrogio, Girolamo ed Agostino.

Ambrogio

Nacque intorno al 339-340 a Trèviri, una delle principali città della Germania. Di importante famiglia senatoria, Ambrogio seguì gli studi tipici dei giovani di buona famiglia. Nel 370 fu inviato a Milano come governatore di tutta l’Italia settentrionale. Dopo la morte del vescovo di Milano (374), Ambrogio riuscì a sopire i conflitti e le violenze tra ariani e ortodossi, tanto che si autonominò vescovo, nonostante non avesse ancora ricevuto il battesimo. Nel 381 ebbe un ruolo fondamentale nel concilio di Aquileia, che sancì la sconfitta dell’Arianesimo ed infine nel 384 contrastò Simmaco nella disputa dell’altare della Vittoria in senato e in intervenne sui problemi della Chiesa orientale. Morì nel 397.

Amobrogio compose un gran numero di opere, tra cui le Epistulae, luogo dei rapporti sociali pubblici e privati, ma anche delle battaglie teologiche contro gli ariani e dottrinarie contro i pagani.

La disputa sull’altare della Vittoria

L’altare della Vittoria era stato collocato nella sede del senato da Augusto e vi era rimasto senza problemi fino a Costanzo, il quale lo fece togliere, come simbolo dell’antica religione. I senatori, attraverso Simmaco (Relatio III), cercano di convincere l’imperatore Valentiniano II a ripristinare l’altare. Ambrogio risponde con una lettera in cui minaccia di scomunica l’imperatore, ottenendo quindi che la petizione fosse respinta.
La tematica principale di tale disputa è proprio il rapporto fra cristianesimo e valori pagani. Nell’Epistula 18, rivolta all’imperatore Valentiniano II, Ambrogio prende posizione contro Simmaco. La vera posta in gioco era la sopravvivenza della cultura pagana di fronte all’affermazione del cristianesimo. La certezza della superiorità della nuova religione rispetto al paganesimo giustifica il tono perentorio della lettera di Ambrogio, che avrà partita vinta. Ambrogio esclude categoricamente che possano esistere culti al di fuori dell’unica vera fede. Fin dall’inizio Ambrogio irride la convinzione pagana secondo cui si può arrivare a Dio per diverse strade, affermando che proprio il monoteismo è motivo di gloria per i cristiani. Ancora più radicale lo scontro sulle immagini divine, che il cristianesimo rigetta come blasfeme. Il potere che aveva acquisito Ambrogio a corte è visibile in questo passo, poichè il vescovo utilizza un linguaggio perentorio e minaccioso di scomunica, al contrario dello stile patetico di Simmaco. Ambrogio fa ricorso ad elementi della filosofia pagana e tardoantica per esaltare l’unicità e l’immaterialità del principio divino.

Girolamo

Nacque in Dalmazia intorno al 347. Nel 382 andò a Roma ed ebbe rande successo, fu segretario del papa Damaso. Ben presto ricevette numerose critiche sul suo ascetismo e si trasferì in Oriente. Morì a Betlemme nel 419 o 420. L’opera principale di Girolamo è la Vulgata, la traduzione latina della Bibbia. Interessante da questo punto di vista è la polemica con Rufino. Girolamo condivideva la lettura allegorica dell’opera sostenuta da Origene, fino a che nel 395 non cambiò idea e si vide attaccato da Rufino, viste le ragioni assai discutibili di tale cambiamento. La risposta alle accuse di Rufino si bassa sull’invettiva e sull’accusa personale e sebbene Rufino non tornò più sull’argomento, Girolamo continuò a inveire ossessivamente contro questi, anche dopo la sua morte. Girolamo tradusse anche il Chronicon di Eusebio, una breve sintesi di notizie fino al 325 e lo integrò con quelle che andavano dal 325 al 378.

“Sul modo migliore di tradurre”

All’attività di traduzione, Girolamo accompagnò anche una continua riflessione teorica, soprattutto dopo le accuse che ricevette su presunti errori di traduzione. Girolamo reagì alternando alla polemica più virulenta una riflessione pacata e dotta sull’arte del tradurre. Girolamo identifica in Rufino l’istigatore delle polemiche e della circolazione di una lettera contro le teorie di Origene. Girolamo si difese con una lettera inviata all’amico Pammachio. Dopo aver fortemente insultato Rufino, Girolamo espone la sua idea di traduzione: non bisogna rendere parola per parola l’originale ma rendere il senso generale. Nella chiusura della lettera, Girolamo riprende la polemica già presente in san Paolo contro l’erudizione vuota e superba. Qui Rufino è paragonato a Giuda, a Zeus quando sedusse Danae trasformandosi in oro; insinua poi che Rufino stia accusando Girolamo per distogliere l’attenzione dalla propria eresia; successivamente il rivale è apostrofato come un dotto del calibro di Aristarco ed infine lo paragona alle donnette ignoranti che fanno discorsi stupidi mentre filano.

Agostino

Nacque a Tagaste, città della Numidia, in Africa settentrionale nel 354. La madre, Monica, era una fervente cristiana. A 19 anni la lettura dell’”Hortensius” di Cicerone gli causò una profonda crisi spirituale, che lo portò ad accostarsi al manicheismo. Insegnò a Tagaste e poi a Roma. Grazie alla raccomandazione di Simmaco, riuscì ad ottenere la cattedra di retorica a Milano. Qui, anche grazie alle prediche di Ambrogio, avvenne la conversione definitiva. Nel 391 fu ordinato prete a Ippona, di cui divenne vescovo nel 395. Morì nel 430 mentre Ippona era assediata dai Vandali.
Agostino scrisse 1030 scritti che coprono un arco di 50 anni di lavoro.
- Le “Confessiones”
Sono certamente l’opera più famosa di Agostino, sia biografia che testimonianza spirituale di un’intera epoca di crisi che ha segnato il passaggio alla cultura cristiana. Tutta l’opera è una grande preghiera a Dio che richiama lo stile dei Salmi. Si tratta inoltre della prima autobiografia in senso moderno, poichè Agostino presenta i tratti biografici solo in relazione al suo animo, è un’autobiografia interiore. La storia è quella di un comune peccatore che ha ritrovato la strada della salvezza. Gli avvenimenti narrati non sono eccezionali, ma sono ingranditi, anche nei minimi particolari. I primi 9 libri mostrano ai peccatori che non si deve mai disperare della salvezza, gli ultimi 3 dispiegano una dottrina che poteva essere apprezzata dai cristiani colti. Il libro 11 è pienamente occupato dalla riflessione sul tempo, che per Agostino non è una categoria assoluta, ma esiste solo in rapporto ai singoli soggetti che si servono di tale categoria: il passato non è più, il futuro non è ancora, il presente è il fugace momento di passaggio fra questi due non essere; si può parlare di una memoria presente del passato, di un’aspettativa presente del futuro, di una consapevolezza presente del presente.

“Tolle lege”
Il libro VIII è probabilmente il più famoso delle Confessiones. La forza di dedicare una nuova vita completamente a Dio si scontra con le abitudine ormai radicate nel tempo, con gli ostacoli creati dal successo mondano tramite la carriera retorica. Questa crisi è superata dalla celebre scena in cui nel giardino una voce lo invita a leggere il libro delle lettere di Paolo e aprendo una pagina a caso, trova le parole più adatte alla sua situazione. Agostino interpreta tutto ciò come uno stimolo ad abbracciare la vita che già riteneva perfetta. La crisi ha il suo culmine nel momento in cui capisce con chiarezza la sua misera condizione ; la crisi trova infine sfogo nel pianto dirotto e nella serie incalzante di interrogative. Nel libro di Paolo infine legge: “Non nelle gozzoviglie e nelle ubriacature, non nelle alcove e nelle impudicizie, non nella contesa e nell’invidia, ma rivestitevi del Signore Gesù Cristo, e non prendetevi cura della carne nelle sue concupiscenze”, testo che causa definitivamente la sua conversione. Infine il libro presenta il nuovo Agostino. Il testo si chiude con un rendimento di grazie a Dio che riassume il senso dell’episodio e insieme ne riafferma la natura provvidenziale.
“Il tempo”
Agostino affronta il problema di che cosa sia il tempo. Scoprendo la dimensione soggettiva del tempo, Agostino apre la via alla speculazione filosofica moderna sull’argomento. La trattazione non è omogenea, si hanno due diverse linee d’indagine: da un lato il concetto cosmico di tempo, il rapporto tra temporalità dell’uomo ed eternità di Dio, dall’altro la nostra percezione del tempo. In primo luogo la riflessione si basa sulle contraddizione poste dal linguaggio. La domanda classica infatti è: cosa faceva Dio prima della creazione del mondo? L’affermazione della contingenza della creazione poneva come inevitabile conseguenza la contingenza di Dio. Agostino risponde così che la creazione non avviene nel tempo, ma nell’eternità: la volontà di creazione è eterna tanto quanto lo è Dio, senza provocare alcun cambiamento nella sua volontà. Con la creazione nacque anche il tempo, parlare di “prima del tempo” è una contraddizione. Per quanto riguarda l’uomo, Agostino afferma che il presente esiste finchè dura, altrimenti è passato o futuro. Del tempo noi non misuriamo la sostanza ma il passare, colto in base ai diversi stati d’essere dell’anima. L’anima, essendo la sede del soggetto, è anche la sede del tempo, poichè solo il soggetto può quantificare il tempo che scorre.

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