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L'occamismo parigino

Nel Trecento lo studio scientifico della natura viene favorito dall'impostazione occamistica della "conoscenza intuitiva", che porta a trascurare la metafisica per considerare il comportamento fenomenico del reale. Gli studi sull'impetus, del Buridano, autore della "Quaestiones super physicorum libros", furono un passo avanti verso il principio di inerzia (sebbene l'impeto sia ancora una "forza impressa", concepita come un principio di attività). Un impeto di questo genere, impresso all'atto della creazione, sarebbe quello che fa ruotare i cieli. Le idee del Buridano furono sviluppate da Alberto di Sassonia (morto verso il 1390), citato ripetutamente da Leonardo da Vinci col nome di "Albertucco". Egli fu rettore a Parigi intorno al 1353, e più tardi a Vienna.
Importanza ancor maggiore, tra i pensatori di questa corrente, ebbe Nicola d'Oresme (1323-1382 circa), rettore del collegio di Navarra a Parigi, e poi vescovo di Lisieux. Nel suo "Tractatus de latitudine formarum", molto letto fino a tutto il Quattrocento, egli precede di oltre due secoli Descartes nell'usare coordinate geometriche per descrivere l'andamento dei fenomeni. Il modo in cui, con l'aumentare della longitudo, o lunghezza, aumenta o diminuisce la latitudo, o ampiezza di una figura, ci permette di valutare il grado dell'ampiezza e l'excessus graduum, ossia la misura in cui quel grado varia. Unendo i valori, che variano, per mezzo di una linea continua, si ottiene una curva che ci dà una rappresentazione grafica del variare di una grandezza in dipendenza dal variare di un'altra (in particolare, dal passare del tempo): ossia, di quella che sarà detta una "funzione". Nicola d'Oresme non sviluppa tutte le possibilità che questo metodo offre, ma la novità che introduce è estremamente importante: la rappresentazione grafica non si presta più, ormai, soltanto a esprimere una traiettoria spaziale, bensì anche la legge di una andamento temporale, e la matematica si avvia, così, a divenire lo strumento, non più soltanto di una descrizione statica delle cose, bensì di una determinazione quantitativa esatta dello stesso divenire. La scienza, da Platone in poi, era sempre stata concepita come conoscenza di un oggetto che "è sempre a un modo", che non muta, che non è soggetto alle variazioni accidentali dell'esperienza. E la matematica, nella sfera ideale, era sempre stata considerata il prototipo di questa scienza dell'immutabile. A un certo punto, senza che questa concezione venga meno, si scopre che, attraverso queste relazioni in sé stesse immutabili, si può tuttavia afferrare, nel conoscere scientifico, la stessa mutabilità del divenire. La "separatezza" della sfera ideale dalla sfera empirica, che già era stata la spina dell'ultimo Platone, e poi era stata criticata aspramente da Aristotele, attraverso la scienza esatta del divenire è superata, in un modo che, per certi aspetti, va oltre le speranze di Platone medesimo. Ciò si potrò constatare compiutamente solo nella scienza del Seicento. Ma già sul finire del Medioevo comincia a venire in luce questo nuovo corso, che sarà il corso tipico della scienza moderna.

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