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Schopenhauer

Appartiene alla filosofia dell'età romantica, quindi si colloca all'interno del movimento culturale del romanticismo.
Nasce nel 1788 da una famiglia molto ricca. Poté studiare senza problemi. Studiò filosofia con maestro Schultze, che lo spinse alla lettura di Kant e che entusiasmò l'autore. Lo stesso maestro lo spinse a studiare Platone, secondo suo punto di riferimento. Ma era di famiglia ricca e la madre teneva un salotto intellettuale frequentato da grandi personaggi, tra questi Goethe. L'autore partecipava a questi incontri e proprio da alcuni frequentatori del salotto della madre, Schopenhauer ebbe una terza indicazione: leggere opere appartenenti alla teosofia dell'induismo. Non si sa esattamente cosa abbia letto, ma sicuramente ha letto le Upanishad. Anche da queste rimase molto influenzato. Terminati gli studi, si laureò con un tesi “Sulla quadruplice radice del principio di ragion sufficiente”, che in parte riprende nella sua opera principale. Prima collaborò con Goethe, poi proseguì con una sua attività indipendente. Nel 1818 pubblica il “mondo come volontà e come rappresentazione”, ma non ebbe il successo che si aspettava. Dopo un viaggio in Italia, anche a causa di dissesti familiari, decise di darsi alla carriera universitaria. Scrisse una dissertazione e si presentò a Berlino. Ebbe scontro durissimo con Hegel. Già nel 1811 aveva avuto occasione di ascoltare le lezioni di Fichte e ne aveva tratta una delusione: delusione per idealismo che precede lo scontro con Hegel. Quindi anche se ottenne il titolo di libero docente la sua carriera era già chiusa. Tra il 1820-1831 ebbe l'idea di voler tenere le sue lezioni contemporaneamente a quelle di Hegel, ma le sue lezioni erano deserte. Recensioni della sua opera: decisamente negative. Quindi nel 31 abbandona l'università, nel 34 pubblica la seconda edizione dell'opera ma stessa sorte (gran parte delle copie finì al macero). Poi acquisì notorietà con Parerga e Paralipomena, opera in cui esponeva in forma semplificata il contenuto del Mondo. L'opera per quanto importante era scritta in modo molto semplice e l'opera conteneva violenti attacchi contro Hegel e l'hegelismo. Siamo nel 51, il clima è mutato, la tirannia dell'idealismo hegeliano è finita quindi il suo pensiero è più interessante. Quindi godette di notorietà, anche se non ne godette a lungo perché morì nel 60 a seguito di una polmonite. Divenne famoso dopo la morte.

L'opera più importante è quindi Il mondo come volontà e come rappresentazione. I principi ispiratori gli vengono dati da Kant, meriti:
1. ha liquidato ogni metafisica della trascendenza
2. distinzione fondamentale tra fenomeno e noumeno
ma Schopenhauer interpreta il fenomeno alla luce delle sue altre fonti: Platone e Upanishad, corrisponde al velo di maya, la realtà come ci appare è un velo, un inganno, un'illusione. Ritiene di trovare una conferma in questa interpretazione in Platone: il mondo sensibile non è altro che una copia imperfetta del mondo delle idee, anche se non interpreta le idee in termini di trascendenza. È convinto che quando Kant distingue il fenomeno dal noumeno intende questo: il fenomeno è un'illusione da superare per cogliere la realtà noumenica. Ma come è giunto a formulare questa interpretazione? Schopenhauer ha letto solo la critica della ragion pura, e solo la prima edizione, dove il linguaggio kantiano era un linguaggio che sembrava prospettare orientamenti idealistici. Il fenomeno per Kant non concerne il noumeno, non è la sua rappresentazione. Il fenomeno è la realtà determinata dalle facoltà conoscitive del soggetto. Per Schopenhauer invece sono legati. Il fenomeno è il manifestarsi della cosa in sé, il che Schopenhauer esprime dicendo che il mondo ci appare come una rappresentazione (Rappresentazione = tutto ciò che si manifesta alla coscienza). Si capisce il progetto di Schopenhauer: completare la filosofia kantiana, che è valida per il discorso fenomenico, non lo è per quello noumenico. Kant lo considerava impraticabile, invece per Schopnhauer bisogna squarciare il velo di maglia e cogliere la cosa in sé → filosofia della trascendenza. Ma bisogna partire dal mondo come rappresentazione: tutto ciò che è rappresentazione è verità, non deve essere messa in discussione. Le cose sono perché io me le rappresento. Ma cosa vuol dire rappresentazione? Rappresentazione implica la presenta di un rappresentante e di un oggetto rappresentare. Sono distinti ma inseparabili. Questo è simile a Rainhold: rappresentare = soggetto (colui che conosce e non è conosciuto) e oggetto (colui che è conosciuto e non conosce). Posso distinguerli ma non posso separarli. Distinti perché definiti in modo diverso. Oggetto senza soggetto non è possibile: soggetto è attività conoscitiva, e una conoscenza vuota non può esserci, una conoscenza vuota è un nono conoscere. D'altra parte siccome l'oggetto è ciò che è conosciuto ma non conosce e la presenza di un oggetto è sempre dato in una coscienza non può esistere l'oggetto senza il soggetto. Segue che sbagliano sia il materialismo (pretende di affermare la presenza di un oggetto di per sé prescindendo dal fatto che ci sia un soggetto che lo coglie. Questo oggetto assoluto non si vede come si potrebbe dimostrare) sia l'idealismo (intende l'idealismo fichtiano, non ha ancora conosciuto Hegel: risolve interamente l'oggetto nel soggetto → li distingue ma fonda l'oggetto interamente sul soggetto, l'oggetto diventa una determinazione interamente fatta dall'attività conoscitiva del soggetto). In realtà però l'idealismo idealista è la posizione corretta: l'oggetto è tale perché determinato anche dalle facoltà conoscitive del soggetto stesso. Sbaglia quell'idealismo che risolve interamente l'oggetto nel soggetto, non sbaglia quello che dice che il soggetto entra nell'oggetto → l'idealismo corretto è quello kantiano che lui equipara a quello di Berkeley. In effetti Schopenhauer è più vicino a quest'ultimo che a Kant: non esiste un oggetto in sé da cui viene la materia del fenomeno. Solo che ha letto solo la prima edizione della critica kantiana e ne da una certa interpretazione. Vi è l'idea che la realtà rappresentata appare in un certo modo perché le mie facoltà conoscitive hanno delle strutture a priori:
1. sensazione: comune anche agli animali, e ha come forme a priori spazio e tempo. Mi fa cogliere gli oggetti spazializzati e temporalizzati. Lo spazio e il tempo non mi fanno conoscere in generale gli oggetti, ma sempre in riferimento a elementi precisi. Ecco perché conclude che spazio e tempo sono la causa della molteplicità degli oggetti: se determino per ciascun oggetto un preciso spazio e tempo, è poi possibile che la realtà mi appaia rappresentata da una pluralità di oggetti collocati in spazi diversi e da elementi che si succedono in tempi successivi. La realtà mi appare molteplice grazie allo spazio e al tempo. Ma questi oggetti molteplici non mi appaiono indipendenti tra loro, posso cogliere relazioni tra loro
2. intelletto: intuisce relazioni e rapporti tra i molteplici oggetti nello spazio e nel tempo. Quindi l'intelletto è intuitivo (diverso da Kant: sarebbe così stata creatrice). Non sorprende che attribuisce anche agli animali l'intelletto. Esso intuisce, coglie l'attività di ciascun oggetto verso gli altri. L'oggetto appare agire sugli altri oggetti. Intuire questo significa cogliere una relazione causale tra un oggetto e gli altri. Infatti Schopenhauer riduce alla sola categoria di causa le 12 categorie che Kant aveva individuato. Quindi la forma a priori è la categoria di causa. Quella che noi chiamiamo materia non è altro che questo: l'intuizione dei rapporti causali → materia non è una cosa, una realtà indipendente, è legata allo spazio, al tempo e alla causa. La materia esprime l'attività dell'oggetto sugli altri. Questo vuol dire che l'intelletto in effetti come aveva detto Kant mi fa conoscere la realtà come effettivamente è sempre nella dimensione della rappresentazione, non la ragione. Quindi l'intelletto è superiore alla ragione: coglie la realtà rappresentata come appare.
3. Ragione, che distingue l'uomo dall'animale. Essa partendo dalle intuizioni intellettuali degli oggetti astrae i concetti, così avviene l'attività del pensiero (collegare tra loro i concetti). La conoscenza della ragione usa i concetti, che sono astratti e generici. Quindi in realtà per Schopenhauer la facoltà intellettiva è superiore alla ragione.

La sua forma a priori è la categoria di causa, quindi il mondo come rappresentazione è organizzato secondo rapporti precisi, regolati dal principio di ragione sufficiente: qualsiasi fenomeno è effetto di una causa e causa di un altro effetto. Qui si capisce il titolo della sua tesi. Il principio di ragione sufficiente si presenta in 4 forme e ognuna si presenta come classe di oggetti per il soggetto: secondo la forma che assume si determina un certo modo di considerare la realtà (una classe di oggetti) però per il soggetto (si tratta del mondo come rappresentazione, non come è in sé).
Classi:
- oggetti naturali: principio di causa sufficiente base delle relazioni tra le leggi della scienza. Quindi determina oggetti che abbaiano a che fare con le leggi scientifiche.
- oggetti logici: concetti, proposizioni. Principio si esprime nel nesso necessario che lega premessa alle sue conseguenze.
- enti geometrici matematici: principio opera sullo spazio e sul tempo (simile Kant). Operando sullo spazio e il tempo l'intelletto determina la realtà solo in base ai suoi caratteri quantitativi.
- azioni che i soggetti compiono: non appaiono casuali né determinati in modo disordinato ma come conseguenza di una deliberazione. Principio si esprime in modo necessario: rapporto motivazioni e azioni.
Mondo caratterizzato da più assoluta e rigorosa necessità, nel mondo come rappresentazione non c'è posto per la libertà: davanti a due alternative non c'è niente fuorché la mia ragione che mi porta a scegliere una o l'altra. Vita può essere paragonata a un libro che sfoglio pagina dopo pagina. Questo avviene se l'uomo è cosciente o se dorme. Tutto è nel segno della necessità più rigorosa. Ma questo mondo fenomenico non è la vera realtà. Lo è il noumeno, e poiché ha un rapporto con il fenomeno, quest'ultimo non è che la rappresentazione del noumeno. Quindi la realtà fenomenica è il velo di maya. Si deve andare oltre l'inganno per cogliere la realtà come essa è: cosa impossibile per Kant (il fenomeno non concerne il noumeno). Come si squarcia il velo di maya? È un cammino difficile: non si può fare con le normali facoltà conoscitive. Sensazioni e intelletto fenomenizzano, quindi non mi portano a questo. Né la ragione che opera su piano solo astratto.
Bisogna passare dall'esterno all'interno: cercare dentro al nostra coscienza, fare riferimento all'autocoscienza, in particolare in rapporto a un oggetto: il mio corpo. È la riflessione attorno al mio corpo che mi può portare oltre l'illusione della rappresentazione. Esso mi è dato da un lato come oggetto fra gli altri (e in questo non c'è differenza tra corpo e altri oggetti, ma questi ultimi mi sono dati in modo mediato – con attività conoscitiva dell'intelletto e della sensazione – mentre il mio corpo mi è dato immediatamente – conoscenza diretta e immediata) e quindi soggetto al principio di causalità (continuo a guardare fuori di me), ma se considero la mia esperienza corporea nella dimensione dell'autocoscienza mi rendo conto che a ogni atto del mio corpo corrisponde in modo simultaneo un atto di volontà. Il rapporto tra corpo e atto di volontà non è di causa ed effetto → il corpo non è altro che la volontà stessa oggettivata, e quando mi rendo conto di questo, ecco che il velo di maya si squarcia e dietro l'oggetto corpo lascia trasparire il noumeno volontà, volontà oggettivata e manifestata. Poi che cosa sia la volontà in sé questo non possiamo saperla. Per la stessa ragione di prima: il soggetto è ciò che conosce ma non è conosciuto → chiedersi cosa sia la volontà vorrebbe dire conoscere il soggetto. Ma posso estendere per analogia quella che è la mia volontà noumenica a quella degli altri. Gli altri li conosco come corpi, oggetti corporei, ma io mi sono colto come volontà oggettivata nel corpo, quindi anche gli altri li devo considerare così. Posso estendere questa considerazione a tutta la realtà, e per farlo ci si può servire delle scienze. Osservazione: per Schopenhauer le scienze ci danno una corretta conoscenza del mondo sottolineando che tutti i fenomeni accadono secondo leggi rigorose, necessarie. Ma questo riguarda la rappresentazione, non è completa. Bisogna completarla con l'immagine che la ricerca metafisica è in grado di darci. Le leggi della scienza esprimono l'agire delle forze naturali (legge elettromagnetica esprime come agiscono le forze elettriche e magnetiche). Ma cosa sono? Questo la scienza non lo spiega, ed è giusto perché non è il suo compito. Schopenhauer ritiene che queste forze che ci restano misteriose, non sia che il segno che anche questi fenomeni naturali siano l'oggettivazione della volontà. Quindi quando parlo di volontà devo intendere una volontà universale che operando e agendo si oggettiva nella realtà, e la mia volontà particolare non ne è che un aspetto. Il mondo è rappresentazione alle mie facoltà conoscitive ma noumenicamente è volontà. A mediare tra la volontà universale e gli oggetti nei quali si oggettiva vi sono le idee: le intende da un lato come Platone, in senso ontologico, ma diversamente da Platone le idee sono realtà immanenti: sono archetipi universali che sono modelli, regole secondo cui la volontà si oggettiva. Forze naturali e idee hanno caratteristiche comuni: universali e si attuano secondo aspetti particolari. Quindi identifica le forze naturali e le idee. E le leggi ci descrivono come l'universalità di queste di particolarizza negli oggetti. Da questo si può tentare di ricavare le caratteristiche della volontà. Volontà universale la chiamo volontà per analogia con la mia:
1. è una forza, un'attività
2. è una realtà unica e unitaria perché la molteplicità degli oggetti ci è data dallo spazio e dal tempo, che però riguardano la rappresentazione non il noumeno. Gli oggetti ci appaiono molteplici perché li conosciamo con le forme a priori dello spazio e del tempo, la volontà sarà una e sola.
3. Irrazionale e cieca, la volontà opera e agisce senza uno scopo e un fine. È inevitabile perché la ragione riguarda anch'essa il fenomeno, non il noumeno, la razionalità è del mondo come rappresentazione, del mondo come noumeno è l'operare cieco e irrazionale
4. la volontà è libera perché la necessità è proprio da fenomeno, è data dalla categoria di causa, che come il tempo e lo spazio non si applica al noumeno. Se il mondo come rappresentazione mi appariva regolato dal principio di ragione sufficiente, il mondo come volontà mi appare in assoluta libertà, non è condizionato da niente.
5. La volontà è senza scopo e fine, quindi l'unico oggetto che può volere è sé stesso: è pura volontà di vivere, attuarsi, oggettivarsi continuamente e infinitamente. La volontà appetisce per definizione. Ma si appetisce perché se ne avverte la mancanza. E avvertire la mancanza di qualcosa vuol dire soffrire.
6. Volontà è dolore, sofferenza. E il mondo essendo nulla più che un'oggettivazione della volontà è segnato metafisicamente come dolore e sofferenza. La volontà in questo suo volere sé è in conflitto con sé. Quindi vediamo ad esempio il mondo vegetale in continua lotta tra sé, e nell'uomo le cose sono più drammatiche perché possiede la ragione e quindi è consapevole di soffrire. L'uomo è l'unico animale che prova piacere e godimento nella sofferenza dell'altro. È l'unico animale che gode vedendo soffrire i suoi simili. Quindi la vita dell'uomo è condannata alla sofferenza e al dolore, a dover appagare sempre i suoi desideri. E quando l'uomo per un breve momento soddisfa il desiderio, subentra la noia, il tedio fino a che il desiderio rinasce e torna a soffrire. La vita non è che un pendolo: oscilla tra il dolore e la noia senza possibilità per l'uomo di uscirvi.
Squarciando il velo di maya ci appare il volto demoniaco del mondo. Schopenhauer accoglie una suggestione di Platone: da esso riprende l'idea che la filosofia sia una denuncia del male del mondo. Origine della filosofia di Platone: morte di Socrate → perché c'è il male? Perché il vizio trionfa? Accoglie anche la conseguenza: c'è una via d'uscita alla sofferenza.
Ce ne sono due:
1. dimensione della rappresentazione: attività artistica. In questo è romantico. III libro della sua opera è dedicato alla liberazione del dolore attraverso l'arte. Perché ha questa capacità? Perché l'arte ha a che fare con oggetti, ma li considera in una prospettiva diversa a quella che di solito consideriamo con le nostre facoltà. L'oggetto per noi è un oggetto verso il quale non può non nascere il desiderio. L'arte considera l'oggetto come idea, coglie negli oggetti l'apparire dell'idea, mediatrice tra la volontà e gli oggetti stessi. Nell'arte chi opera e chi fruisce dell'opera, guarda l'opera come idea non come oggetto, quindi la guarda in modo disinteressato. L'arte ha una capacità contemplativa. Chi ha a che fare con l'arte diventa un puro occhio del mondo che lo contempla e può immergersi nella volontà stessa, supera il livello della mera oggettività. Lo fa in modo più o meno profondo tanto più l'arte tende a staccarsi dal mondo stesso. Ecco perché l'arte più alta è la musica, che è l'arte più astratta. Nell'attività musicale l'uomo si immerge nella volontà, si stacca dagli oggetti, rappresenta i moti della volontà stessa, e immerso nel fluire continuo del volere universale ecco che il desiderio svanisce. Limite che ciò comporta: la contemplazione artistica non può essere permanente e quindi l'uomo rientra in quella dimensione oggettiva che lo condanna al dolore e alla sofferenza. Ecco perché l'importanza dell'arte è la strada della morale e dell'etica (IV libro dell'opera). Torniamo alla dimensione del volere: ecco perché il suicidio non ha valore, tocca il corpo non il volere. L'uomo che muore viene meno come corpo non come volere. Quindi lo strumento che può permettere di riscattarsi dalla condizione di dolore non è il suicidio, è solo utile per l'individuo ma la volontà torna nella volontà universale. E non si può parlare di intelletto o ragione che dominano la volontà, la ragione è schiava della volontà, non può controllarla. Quindi la strada dell'etica non è una strada che si percorre con la ragione. Questa strada è duplice:
- accettare la dimensione tragica della vita, accettare la volontà e farsi uno con la volontà universale. Volere ciò che la volontà vuole. Un uomo del genere si immerge completamente nella volontà e questa è una possibile via d'uscita.
- sradicare completamente da noi stessi ogni volere e desiderio, è la strada dell'ascesi: cancellare l'appetito e il desiderio in noi.
Per Schopenhauer sono scelte, ma ritiene la seconda forse migliore, ma senza pensare che chi sceglie la prima sbaglia. Parla però più della seconda via: far tacere la volontà con tappe:
1. atteggiamento della compassione verso gli altri. Parola con significato letterale: compassione = patire insieme agli altri. Vedo nell'altro me stesso. È comprendere che l'altro è un altro me stesso, non vederlo più come un nemico o una minaccia, non odiarlo più sapendo che non è lui ma la volontà la causa della sofferenza. Vedere il dolore proprio come dolore altrui. Però è sempre un patire, quindi ancora legato alla dimensione della volontà.
2. Atteggiamento della giustizia. Da un colpo fondamentale al mio egoismo, al mio senso di individualità, causa principale che porta ad appetire, desiderare. A ciascuno esattamente il suo, un limite alle tendenze egoistiche del volere.
3. Amore, inteso in senso neotestamentario di agape, come lo intendeva Paolo. Rivolgersi all'altro con un atteggiamento razionale. Amare l'altro vuol dire comprendere che il destino degli uomini è comune e quindi avvertire questa dimensione comune della sofferenza che lega tra loro tutti gli uomini. Anche l'amore però mantiene intatta la distinzione tra individui. Non viene negato il principio di individuazione.
4. Ascesi: sradicamento del volere dall'individuo. È difficile descrivere esattamente di cosa si tratta. La indica con un neologismo: noluntas = opposto della voluntas. Noluntas è l'annientamento di ogni desiderio e volontà. Si traduce in atteggiamenti pratici: esempio scelta per la castità. Ma parlando di questo argomento offre soprattutto esempio di personalità tanto scelti in ambito cristiano quanto di altre religioni quanto nell'ambito della morale. Non implica quindi un atteggiamento religioso (ascesi non legata ad un'esperienza religiosa). Solo quando la volontà tace, allora l'uomo è “salvo”. L'esito finale del suo discorso è simile a quello del buddhismo: non esiste una salvezza per l'uomo, non c'è un Dio o un aldilà dove l'uomo possa riscattare se stesso. L'unica possibilità per l'uomo è salvarsi dal dolore, ma non redimersi. Ecco perché si dice che la sua filosofia è pessimista. Lo scopo della filosofia può essere solo non soffrire.

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