L'io in sé


Il sé è sempre stato oggetto di discussioni fin dai tempi dei sofisti, nel V secolo a.C..
È con Cartesio, però, che l’Io comincia ad avere un ruolo predominante nella ricerca della conoscenza. Il filosofo francese, infatti, con il suo noto motto “cogito ergo sum”, “penso dunque esisto”, si è dichiarato res cogitans, cioè una realtà in grado di pensare, di affermare, di negare, anche di sbagliare, e quindi di esistere. Egli, però, ha mantenuto questa entità spirituale separata dal resto della natura, la res extensa.
Leibniz ha superato questa divisione individuando la monade, un ente cognitivo che racchiude in sé sia il soggetto conoscente che la materia conosciuta; ma il sé arriva alla sua più “alta” funzione con l’Io penso di Kant, l’appercezione trascendentale che unifica tutte le rappresentazioni e i giudizi possibili.

Partendo da questi presupposti, si può dedurre che i grandi intellettuali del passato abbiano sempre avuto un’idea dell’Io come una struttura al di sopra del controllo degli uomini, quasi una “sfera celeste” nel loro e nostro mondo terreno. Ma il nostro Io è veramente così? Incontrollabile e inarrivabile?

Io non credo. È vero che noi ci accorgiamo raramente dell’Io che è in noi, perché siamo costantemente concentrati a percepire nuove sensazioni dall’esterno e non ci curiamo di quello che c’è dentro di noi; ma questo è legittimo, in quanto quello che è al di fuori di noi è sconosciuto, mentre quello che abbiamo al nostro interno è stabilmente in noi, quindi inattaccabile ed eterno e perciò sempre disponibile ad essere conosciuto.
Inoltre, ciò che noi conosciamo del mondo non ci arriva direttamente dall’esperienza, ma dopo una rielaborazione, da parte del nostro Io, della res extensa, alla Cartesio. Questo ci permette di affermare che il sé presente in noi non è affatto un “centro senza contenuto”, ma “un singolo sé che dura nel tempo”, sempre uguale dentro di noi, ma diverso da tutti gli altri sé delle altre persone, che ci permette di apprendere e di conoscere nozioni
Se facciamo riferimento, per esempio, alla nostra reazione quando percepiamo una sensazione, siamo tutti d’accordo nell’affermare che molti avranno reazioni diverse dalla mia e tra loro. Questo confuta di fatto la tesi di un Io comune e conferma l’idea del sé quale entità individuale, singola nel singolo, molteplice nella pluralità, ma in qualsiasi caso diversa da tutte le altre.
Questa tesi è appoggiata anche dalla scienza, che ci riconosce elementi unici e irripetibili, con una caratteristica che è solo nostra e di nessun altro.
Pertanto, è lo stesso nostro Io che confuta l’argomentazione di un sé non esistente, in quanto origine del pensiero e del ragionamento.
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