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La repressione fondamentale è quella intrinseca alla civiltà in quanto tale. La repressione addizionale, invece, è un qualcosa di più preciso, implicando il dominio sociale. Il principio di realtà, guidando le sorti della civiltà in quanto tale, diventa principio di prestazione quando è legato ad una peculiare forma storica di civiltà, frutto di un particolare dominio sociale. Repressione addizionale  principio di prestazione.
Dietro al principio della realtà ci sta il concetto di penuria, una lotta per l’esistenza che si svolge in un mondo povero che non soddisfa i bisogni umani in modo integrale. Ne segue allora la repressione fondamentale e la civiltà. Però, ogni forma storica di civiltà ha la sua organizzazione specifica della penuria, distribuzione che va a legarsi alla forma di dominio sociale che si impone. La penuria di per sé è il bisogno della civiltà in quanto tale, e la sua organizzazione implica che in una società ci sia disuguaglianza economica, che dipende dalla forma di potere, prima imposta con la violenza di alcuni a scapito di altri, poi in modo più razionale con una forma di governo che rimane però sempre di dominio. Diverse forme di repressione della penuria implicano diverse forme di repressione addizionale, con alla base una specifica forma di dominio e il suo mantenimento. Il principio di realtà connaturato a ciascuna società si concretizza anche all’interno delle varie sue istituzioni.

Si prenda per esempio la libido, esaminando come l’istinto sessuale viene represso nel passaggio alla civiltà. Il primo livello è di repressione generica ad opera della società; il secondo livello è operato dal genere di società in cui si vive. Nella fase originaria di piacere, prevalgono i cosiddetti “impulsi sessuali parziali”, non necessariamente orientati alla genitalità, ma narcisistici, di godimento personale, orientati a singole parti del corpo. Con il passaggio alla civiltà, questi impulsi vengono orientati esclusivamente alla procreazione. È ancora una forma di piacere, dato che la civiltà si limita a transustanziarlo. Si tratta però di società in senso generale. La civiltà a capitalismo avanzato si spinge oltre, desessualizzando quasi completamente la sessualità in tutte le sue forme, orientando il corpo esclusivamente alla produzione. Il piacere in quanto tale è inaccettabile in un mondo nel quale tutto è funzionalizzato agli interessi del dominio. Un organismo erotizzato non può essere uno strumento di lavoro.
Secondo Freud, la sessualità è necessariamente da mettere a freno, altrimenti la civiltà non potrebbe mai nascere, essendo preclusi tutti i rapporti non sessuali (carattere asociale della sessualità). Ma, afferma Marcuse, come conciliare questa idea con l’aspetto indubbio che i legami amorosi costituiscono anch’essi l’essenza dei rapporti sociali di gruppo? Ciò si va a spiegare ancora con la contraddizione che Freud nel suo pensiero non ammette una società che non sia repressiva, ponendo inconsciamente la base per un’alternativa. Soltanto in una società come quella freudiana è necessario reprimere la sessualità, ma secondo Marcuse è invece possibile una civiltà in cui l’eros può essere libero. Per Freud l’eros è negativo perché in esso si cela anche l’istinto aggressivo, non è la sessualità in quanto tale a costituire un problema. La repressione non riesce a silenziare il conflitto eros-thanatos, e le imposizione poste agli istinti sessuali finiscono per indebolire l’eros a vantaggio dell’istinto di morte, lasciandogli sfogo.
Il principio di realtà è essenzialmente un principio di concorrenza economica tra i membri della società a capitalismo avanzato. Frutto di un processo di organizzazione alla luce di un concetto di ragione strumentale. Inizialmente sembra esserci una corrispondenza tra vertice e tutto, in termini di interessi economici del dominio e bisogni dei dominati. Ma è una coincidenza di interessi solo apparente, perché, dato che la misura della soddisfazione di ciascuno all’interno del sistema è data dal lavoro, la coincidenza non c’è se il lavoro è alienato: nessuno è padrone del proprio lavoro, attuato per un apparato che non è in nostro controllo. Un tipo di alienazione diversa da quello marxiano, non incentrata sul prodotto del lavoro ma sul fatto che il singolo individuo non è padrone dei propri bisogni perché sottomesso ad un potere indipendente, generale. Una potenza non ben identificata del dominio. L’individuo lavora per ottenere un salario, ma in realtà lavora per l’apparato. La limitazione della libido non è solo spaziale, ma anche temporale, dato che le ore di lavoro occupano la gran parte del tempo che potrebbe essere invece dedicato alla libido in senso lato, l’attività ricreativa.
Tanto più diffuse diventano queste restrizioni, tanto più diventano razionali e tanto più sembra che non ci sia un’alternativa. Sembrano leggi naturali, oggettive, che agiscono sull’individuo, a cui corrisponde una forza interiorizzata: il singolo non desidera un qualcosa di diverso da tale stato di cose, vive liberamente la propria repressione come vita propria. Identificazione con la razionalità sociale costituita. Con anche felicità, che però è del tutto funzionale all’attività produttiva, alla società dei consumi e quindi al sistema. La repressione scompare del tutto dall’ordine oggettivo delle cose. La tendenza degli individui ad applicare i protocolli che vengono dall’alto si traduce in un conformismo sociale in cui ci si tende ad adattare ai valori sociali e alle aspettative del sistema, perché tanto più ci si uniforma a questa razionalità, maggiore sarà la ricompensa, sotto forma di gratificazione individuale di essere parte ben integrata del sistema. Anche il tempo libero non è estraneo alla logica del principio di prestazione, così che l’organismo ne venga educato. Il tempo libero non lo è più in senso letterale, ma ha funzione ricreativa, rilassamento in funzione del lavoro che sarà da svolgere in seguito. Il principio di prestazione si insinua anche in quest’oasi, creando un’industria dei divertimenti a controllo dello Stato, che non lascia l’individuo mai solo.

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