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Processo di autoidentificazione umana


Guardini, per introdurre la saldatura tra angelologia e antropologia, ridimensiona e mette in discussione i “deliri di onnipotenza” di un’antropologia ottimistica, disegnando invece una quadro della realtà dell’uomo i cui tratti distintivi sono segnati da smarrimento e disagio. L’uomo è un essere strano, difficile da capirsi, in cui si trovano qualità e forza ma anche meschinità e malvagità.
Il suo agire ha un senso, ma allo stesso tempo è fragile, vacillante, tendente allo scoraggiamento. L’uomo è dunque una struttura (Gestalt) in cui opera però una profonda confusione (Verwirrung).
La prima implicazione sta nell’essere affetto dall’assenza di identità, permanente ricerca di un processo di auto-identificazione problematico, in un’incessante dialettica strutturante e destrutturante. Talora l’uomo si afferma come ben definita figura, talora cade nell’indefinito e nell’ambiguità. Da un certo punto di vista è signore di se stesso, libero, ma non ha davvero in mano se medesimo, piuttosto è costantemente distratto da altri elementi e avvenimenti del mondo esterno, minacciato dal pericolo originario del voler essere come Dio e dalla presunzione di poter diventare signore del mondo (il paradosso dell’ateismo religioso).
Un secondo elemento è la solitudine essenziale, insuperabile, paradossalmente elevata al massimo nelle esperienze relazionali più forti e piene, in cui si mostra lo scarto insuperabile e incolmabile. Infatti, l’uomo al massimo sociale è solo in modo più acuto, fino alla solitudine assoluta della morte. La solitudine non è accidentale, la si può sviare ma non eliminare, è strutturale e in essa si rivela la vera fragilità umana e l’insopprimibile ma sconfessato bisogno di protezione. Quando nessun altro individuo può essere per noi davvero rifugio sicuro.
L’esistenza umana soffre di precarietà strutturale, è una strada dal fondo dissestato la cui percorribilità è assolutamente problematica, se non impraticabile. Il nostro Dasein non è in buono stato, ciò ci porta alla realtà che l’uomo è essere bisognoso di custodia e di guida nella sua erranza esistenziale. Qui entra in gioco il tema dell’angelo custode, che per Tommaso d’Aquino è necessario per permettere all’uomo di superare tutti i pericoli che potrebbero compromettere il raggiungimento della meta. L’ambito in cui è correttamente possibile collocare un discorso sull’angelo dell’uomo è quello dell’esistenza umana, appunto turbata da vari pericoli e minacciata dalla rovina e perdizione, protesa alla ricerca di una via di scampo. Un’esistenza ambigua che cerca disperatamente luce e sostegno. L’angelo biblico è una risposta esistenziale alla stranezza e smarrimento endemico, soprattutto alla solitudine, con l’angelologia che si salda al disagio strutturale.
L’angelo è dunque proiezione di un bisogno? No, è l’accompagnamento ad un essere nel bisogno. La concezione biblica instaura una prospettiva antropologica che collide con l’antropologia filosofica oggi dominante: la visione biologista, che vede nell’uomo un frammento di natura, che non realizza una vera differenza ontologica ma solo diversificazione evolutiva; oppure le visioni che sono consapevoli dell’umana fragilità e innalzano l’uomo a impositore della propria legge sul mondo, indipendente signore del proprio destino. Tale antropologia vede specificità propria nell’uomo, irrisolvibile nella natura e incapace di autogestire il proprio destino. Per la visione biblica, non esiste né l’uomo puramente naturale né quello meramente umano. In tal dimensione di insedia l’angelo, dietro l’uomo come Io tragicamente gettato nell’avventura dell’esistenza. Un altro essere che lo accompagna, sostiene e sollecita. Nella rivelazione biblica lo spirito protettore come versione mitica del religioso è portato alla luce della fede, l’angelologia diventa la via maestra per un’antropologia integrale, per il superamento di una visione monodimensionale, che oltre l’uomo nel suo angelo accompagnatore. L’uomo non è mai se stesso per le sue sole forze.
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