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Sincretismo


La tesi che deriva inevitabilmente dallo studio comparato delle religioni in chiave razionalistica è quella di una lettura fondamentalmente sincretista dell’angelologia giudaico-cristiana, a cui si sarebbe giunti mediante l’assunzione di credenze proprie di civiltà con cui Israele venne in contatto, specialmente durante l’esilio.
Avrebbe così adottato la concezione degli angeli così come era espressa da altri, in un mondo culturale quale quello mesopotamico e babilonese in cui l’esistenza di angeli e diavoli, come esseri-mediatori, era considerata ovvia. Lo stesso accadrà per il Nuovo Testamento, arricchito dall’apporto greco. Anche Gesù, si sostiene, non poteva esimersi dal condividere una mentalità così consolidata e diffusa. Se però tale dipendenza dall’ambiente è ovvia, non si può certo sostenere che manifesti un che di servile, ma al contrario si rivela insieme lucida e critica. Basti pensare a come Gesù rifiuti concezioni fondamentali del giudaismo. Egli ha certamente ridimensionato l’esuberante demonologia del giudaismo coevo, ma insieme ha mantenuto con fermezza tale credenza, persuaso che si trattasse di un dato ineludibile.
Ma è proprio il ricondurre tutta l’angelologia biblica al retroterra meramente religioso il nemico insidioso e sottile da combattere. Chi è fedele alla Scrittura sa infatti che gli angeli rientrano strettamente nel contesto della storia sacra. Non li si può escludere senza mutilarla in modo irreparabile. Quell’apparente ovvietà riduzionistica mette completamente fuori gioco l’altrettanto vero fatto che si tende a confondere l’origine di una rappresentazione, la sua concreata materia iconica e linguistica, con il suo valore teologico, arrivando così a denunciare come irrimediabilmente negativa l’assunzione nel mondo biblico di elementi estranei ad una presunta tradizione ebraica assolutamente pura, originaria. Se la rivelazione divina ha assunto la tradizione ebraica, l’ha fatto nella sua concretezza storica, in una positiva indicazione della sua capacità di apertura universale. La polarità guardiniana è ancora così in gioco.
Se l’Antico e il Nuovo Testamento affermano l’esistenza degli angeli, vuol dire che almeno i profeti, gli autori e Cristo questa dimensione è oggetto d’esperienza. Non solo l’esistenza degli angeli è un’ipotesi ben fondata sul piano di una rigorosa argomentazione razionale, ma è una dimensione certa sul terreno della fede. Non possiamo negare che gli angeli esistono nella Bibbia e in essa assumono una valenza decisiva. Il problema dunque non è quello delle immagini e del linguaggio, ma semmai della realtà. Se persone di un certo rango religioso, come i maestri dell’Antico e Nuovo Testamento, per non dire Gesù stesso, parlano degli angeli, lo fanno per la semplice ragione che essi esistono. Lo hanno sperimentato e questa esperienza attesta la realtà. Questi angeli sono talmente inerenti al quadro biblico della Redenzione che nessun purismo, nessuna critica d’un cristianesimo più “intellettuale” può staccarli senza lederlo. L’angelologia biblica è poi davvero sobria, se la confrontiamo con la letteratura angelologica coeva, spesso eccessiva e davvero carica di fantasia.
Ma una volta mostrato che a voler scalzare il mito dell’Angelo è un altro mito, il mito della scienza, che vorrebbe discettare dell’Angelo al di fuori di una personale esperienza religiosa o di fede, un altro imprevisto ostacolo si presenta ora sul terreno della ricerca angelologica.
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