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Il nome dell'uomo


Che cosa significa il nome nell’esistenza dell’uomo? Guardini sviluppa al riguardo una filosofia del nome, dal carattere religioso.
Quando un nuovo individuo nasce, vi si impone un nome e eredita un cognome. Una passiva imposizione che non significa soltanto che la famiglia/comunità hanno preso atto della nascita, ma anche che ne riconoscono l’esistenza e vi attribuiscono dignità.
Affermando la precedente non-esistenza nella dimensione dell’anonimato, oltre quella biologica, nel dramma di una nascita non compiuta. Il rapporto tra nome ed essere della persona, se esasperato, può portare, nel mondo magico, alla convinzione che con la “maledizione del nome” sia possibile intaccare la stessa persona fisica. Oggi, l’omologazione imperante porta talvolta a smarrire il senso del rapporto significativo e fondante tra nome e persona vivente, rischiando la banalizzazione della potenza semantico-ontologica del nome. Per Guardini, il nome ha decisiva funzione mediatrice, cioè è il momento epifanico della persona, che fa sì che l’essenza misteriosa dell’uomo fuoriesca dal silenzio in direzione della parola, cioè che l’uomo possa essere convocato e chiamato tramite esso. Mediante il nome l’essenza dell’uomo si dischiude nella parola e dunque anche la possibilità di instaurare delle relazioni. Il problema è che ogni nome risulta insoddisfacente, esprime sì la dimensione primaria e fondamentale identitaria del sé, ma nessun nome potrà mai essere adeguato a farlo completamente, perché se volesse esprime l’irripetibile unicità dovrebbe essere personale in modo esclusivo, addirittura segreto, per non venire omologato, noto solo nei rapporti primari e più stretti. Rimane così dispiegamento di quel “tu che io sono per lui”, così che l’essenza si dischiuda anche all’altro e non solo in chiave solipsistica. La peculiarità del nome può per un momento manifestare l’essere, ma non potrà mai annullare completamente il suo mistero, perché per quanto sia possibile autoconoscersi, tale tentativo sarà infruttuoso per tutta la vita, fallimentare ricerca di darci realmente un nome che sia saldato con l’effettiva identità. Siamo bloccati all’approssimazione della nominazione, l’epifania sotto scacco.
Qui si innesta l’ambito escatologico, apocalittico, cioè la consegna del “nomo nuovo che nessuno conosce se non colui che lo riceve” (Ap. 2,17). Solo così si supera la dimensione schizofrenica tra l’identità dell’uomo e la sua essenza, in un momento di rivelazione identitaria. L’elemento ultimo e fondamentale della persona che lo rende singolare e irripetibile non può quindi essere detto sul piano meramente umano. L’angelo che è legato da Dio alla persona custodisce il nucleo dell’esistenza umana, la sostanza della persona, cioè il suo nome vero e segreto. Ci è compagno e garante di verità e autenticità, sapendo che il suo Io sussiste davvero solo rispondendo all’appello di Dio che lo ha reso il “proprio Tu”.
Si potrebbe obiettare che, se l’angelo conosce il nome segreto e dunque la vera identità dell’essere umano, allora attenta e limita la sua libertà. Non è vero, perché la custodia avviene sempre nella libertà, l’uomo può disertare al suo appello, resistergli, frustrare ogni aiuto. L’angelo conosce il nostro vero nome perché lo vede oltre i mutamenti che minacciano l’identità profonda e li giudica a partire dalla sua conoscenza del nome, come segnale direttivo. In ciò condivide la vicinanza di Dio all’uomo, che è sì estremamente lontano ma in prossimità ontologica assoluta. Dio è ciò che nell’intimo sta più vicino all’uomo e lo separa dal Nulla, negativo a cui rischia di soccombere smarrendo la propria identità ed essenza. Tale Nulla viene aggredito da Dio tramite la voce dell’Angelo, che protegge dal pericolo esterno e da quello che scaturisce dall’interno dell’uomo stesso, assistendolo a divenire se stesso in modo coerente con il suo nome autentico, segreto e per il momento in lui nascosto.
Nella Bibbia si fa spesso riferimento al nome di Dio, che è pieno e dunque impronunciabile, esprime la pienezza dell’essere. L’uomo invece è persona solo per grazia, tratto dal nulla e per questo non avrà un nome fino al termine di un cammino difficoltoso di autoidentificazione. Deve crescere per pervenire al proprio nome, attraverso il pericolo costante di perdere la propria personalità. La lunga iniziazione permette all’uomo di preparare il grande evento della rivelazione escatologica del suo nome, seguito dall’angelo che tale nome già lo conosce, fino al momento in cui l’essere potrà dischiudersi completamente nella parola. Il nome non sarà più una seconda realtà, ma l’uomo stesso in tutto se stesso, un essere non più nascosto ma completamente manifesto. Ciò ha un riscontro filosofico soprattutto in Benjamin, che a sua volta parla del legame tra angelo e nome, rapporto che viene radicalizzato nell’incrocio di due segreti: quello del nome umano e il segreto del nome angelico. Nella tradizione ebraica molto si dice anche sui nomi degli angeli; l’angelo personale che rappresenta l’Io segreto, spesso in contrasto con la creatura terrena, a sua volta è legato alla realtà del nome. Entrambe le segretezze trovano senso nel istero del nome dell’altro: il segreto del nome dell’angelo a salvaguardare l’analogo segreto del nome dell’uomo.
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