Mongo95 di Mongo95
Ominide 2075 punti

Figlio di un pastore protestante, studia tra Bonn e Lipsia. Giovanissimo ottiene la cattedra di filologia classica a Basilea. Grande studioso del mondo antico, nel 1872 pubblica la sua prima opera, “La nascita della tragedia”, che segna il suo sodalizio con il compositore Richard Wagner. Nietzsche infatti vede nella sua musica la possibilità di far rivire lo spirito tragico dei greci, portando così un rinnovamento nell’ambiente culturale a lui contemporaneo. Dieci anni dopo lascia la cattedra per motivi di salute: soffre di depressione e di malattie psichiche. Inizia quindi una vita irrequieta, con grande impegno nella scrittura e viaggi in giro per l’Europa, alla ricerca di un benessere che non troverà mai.
Nel 1878 si era anche rotta l’amicizia con Wagner, perché egli si era convertito al cristianesimo, scatenando l’ira del filosofo. Addirittura, nelle sue successive opere musicali, non ci troverà più nulla delle componenti che lo avevano precedentemente ispirato.

Nel 1882 si innamora della francese Lou Salomè, ma verrà rifiutato. Trascorre a Torino gli ultimi anni di sanità mentale. Muore a Weimar nel 1900, dopo un lungo periodo i pazzia, sotto le cure della sorella Elisabeth.
Ancora studente, per caso aveva trovato una copia dell’opera di Schopenhauer “Il mondo come volontà e rappresentazione”, in cui riesce a “rispecchiare” la sua vita. Vi vede la sua malattia, ma anche la guarigione. Apprezza molto l’esaltazione schopenaueriana della musica, mezzo che parla con un linguaggio universare, arrivando all’essenza delle cose. Successivamente però troverà le posizioni di Schopenhauer molto limitate ed insufficienti: è un atteggiamento da “ripiegarsi su se stesso”, una forma di autolesionismo e viltà.
Gli oppone quindi il suo nichilismo, che non è fine a se stesso, ma distruttivo e produttivo. Esso si collega alla tragedia greca, perché ha il “coraggio di rivolgere lo sguardo all’orrido”, ma anche di evidenziare la naturalità delle cose che si riesce a comprendere soltanto quando si vive la vita nella sua pienezza.
Nietzsche è l’interprete della crisi della società occidentale, che si delinea negli ultimi decenni del XIX secolo fino ai primi del ’90, quando non c’è più cieca fiducia nelle “sorti meravigliose e progressive dell’umanità”, alimentate da idealismo e positivismo. Si inizia a far strada una concezione negativa della conoscenza umana, Nietzsche è il primo a scorgere i sintomi della precarietà ed incertezza nel mondo della tecnica e della scienza, nonché nella società di massa. Esse eliminano il coraggio, creatività, slancio e virtù nell’uomo, che sono le sue caratteristiche essenziali. Con un linguaggio oscuro e velato, il filosofo però ci mostra delle vie di liberazione. È convinto che la sua opera minerà alle fondamenta la millenaria società e civiltà occidentale, osando affermare la “morte di Dio”. Ciò implica lo smantellamento di tutti i valori. Il nichilismo quindi assume un ruolo distruttivo,smantellando tutto ciò che è stato detto. Ma è anche produttivo perché propone dei nuovi valori.

Il pensiero nietzschiano è complesso e di non facile lettura, ricco di metafore, aforismi ed immagini che danno luogo a più interpretazioni e punti di vista. Insieme a Schopenhauer, Marx e Freud, verrà per questo annoverato tra i “filosofi del sospetto”, cioè quelli che si preoccuano di scardinare le verità e le conoscenze consolidate nella maggior parte degli uomini. A ciò segue però un messaggio positivo, un uomo nuovo “restituito alla terra e alla vita”, amante della libertà e dell’individualità. La religione infatti aveva cercato di dare senso ad un mondo altro. La riflessione di Nietzsche parte da una insoddisfazione nei confronti del presente, cioè nelle fallaci e inconsistenti ideologie dominanti. La tecnica, la scienza, la stessa filosofia, apparivano pressanti, superficiali ed incapaci di cogliere la vera realtà del mondo. Sulla scia di Schopenhauer, afferma che ciò che ci appare non è la vera essenza del mondo. La ragione non è in grado di coglierla, solo l’arte e la musica ci mettono in condizione di entrarne in contatto.
• La nascita della tragedia
È convinto di percorrere una strada mai percorsa prima, mettendo a nudo tutte le false ideologie della cultura dell’Occidente e il modello di uomo che hanno generato. Mette in atto una ricerca genealogica delle cause e dell’origine di questa decadente cultura e la individua nella visione razionalista iniziata da Socrate e portata avanti da Platone: la vera virtù consinste nel sapere, si pecca per ignoranza e solo l’uomo virtuoso è felice. Quelli che dovrebbero essere i valori, i sentimenti e le passioni dell’uomo sono stati ingabbiati in una filosofia di concetti. L’uomo non è solo intellettualismo etico. Questi pensieri filosofici hanno fatto morire la poesia tragica greca, quella presente per esempio nelle opere di Eschilo.
Simbolicamente di parla di due diversi spiriti, due opposti impulsi:
1. Spirito apollineo: la filosofia come sapere razionale e scientifico. Apollo è la divinità protettrice delle arti plastiche, dell’equilibrio e della serena contemplazione della vita.
2. Spirito dionisiaco: Dioniso, dio del vino, della musica, della gioia, del benessere fisico. È la concenzione di un potente impulso irrazionale che richiama la Wille zum Leben di Schopenhauer, forza cieca e inconsapevole. Dioniso è una divinità di origine orientale, che rappresenta l’estremo amore per la vita.
Nietzsche, per la prima volta nella storia, accusa Socrate e privilegia la parte spirituale della grecità che fa capo a Dioniso. Questi due opposti impulsi però si trovano “mirabilmente fusi insieme in un miracoloso atto metafisico della civiltà ellenica nella tragedia di Eschilo”, in maniera sublime. Nella tragedia il dionisiaco è rappresentato dal coro e dalle musiche (che fanno da sfondo), mentre l’apollineo dalle immagini della natura, dialoghi poetici tra i diversi personaggi.
Nietzsche inizia una ricerca genealogica per scoprire le origini della tragedia. Essa nasce dal “coro tragico”, formato da due parti: tragòs (capro) e odé (canti), cioè i canti realizzati dai seguaci del dio Dioniso, travestiti da capre durante le processioni, fino a tramutarsi in satiri, dalla natura metà umana e metà divina. In queste vesti si lasciavano andare ad ogni sorta di spontaneità. Ciò rappresenta la parte istintuale dell’uomo, non controllabile dalla ragione. Questi elementi caotici però non si sarebbero però potuti esprimere nel “miracoloso atto metafisico” della tragedia, senza essere fusi dal poeta tragico con la parte apollinea. Entrambi questi impulsi non particolarmente ben rappresentati ne “Edipo Re” (Sofocle) e “Prometeo” (Eschilo, che enfatizza l’atto sacrilego). Ma dopo questi due grandi autori la tragedia inizia a morire. Già Euripide inizia a narrare la “mediocrità dei fatti quotidiani”, Apollo trionfa su Dioniso, la razionalità prende il posto della naturalità. Comincia a nascere la filosofia “con una serena e misurata visione del mondo e della vita”. Il personaggio che senga emblematicamente tale passagio è Socrate: con lui si passa dal dramma tragico al dialogo filosofico.
Esistono però vie di fuga dalla perdita dell’originalità umana: la musica del grande Wagner. La sua sublime opera riesce a far rivivere lo spirito tragico originario.
La morte di Dio
La tragedia è morta attraverso l’intellettualismo etico di Socrate, attraverso la morale platonico-cristiana, che ci ha fatto porre il valore della nostra vita in un mondo altro, in un al di là ultraterreno. Ma invece essa la dobbiamo vivere in questa terra. Il compito del filosofo è quello di demistificare queste credenze, ridando forza ad un uomo che è diventato debole nell’astratto mondo delle idee (espediente per evitare il nostro doloroso e faticoso mondo). La realtà è divenuta favola, che a poco a poco si è tramutata i convinzioni e credenze collettive. Dopo Socrate, l’uomo non è più stato in grado di essere eroico, di volgere lo sguardo sull’orrido della nostra vera esistenza.
Con il passare del tempo però, esse si sono rivelate per quello che sono, cioè false credenze. L’uomo, nel suo presente, grazie agli avanzamenti della tecnica, non può più credere a queste favole. Quindi è giusto che vengano spazzati via tutti i vecchi velori. Il nichilismo prende il sopravvento. Dove prima c’era un Dio che prometteva il Paradiso agli umili (cioè coloro che si sottomettevano alla sua volontà), ora c’è un vuoto. Dio è morto, Dio resta morto, e noi (gli uomini) lo abbiamo ucciso.

La morte di Dio è da intendere come la distruzione di tutti i valori supremi della tradizione occidentale, dalla morale religiosa alla logica. È, secondo Nietzsche, il “più grande avvenimento recente” e viene proclamato dal cosiddetto “uomo folle”. Egli è il filosofo-profeta che comprende la realtà, e va ad annunciare la morte di Dio agli uomini del mercato, cioè le persone superficiali, che, ritenendosi saggi, lo scherniscono. Infatti interpretano questo fatto come una forma di “ateismo filosofico”, cioè la morte del Dio cristiano, e non comprendono quindi le gravi implicazioni contenute in tale evento. Essi praticamo un “ateismo di maniera”, perché nega Dio, affermando però tutta una serie di norme etiche e di ideologie che sono soltanto il frutto della religione. Esse sono la giustizia sociale, la fratellanza, la solidarietà. Nietzsche quindi si scaglia contro il razionalismo ateo.
Questo rivoluzionario messaggio non viene compreso perché oltra a demolire la morale cristiana, distrugge anche le nuove menzogne della società.
Nella sua continua ricerca genealogica Nietsche cerca di identificare l’origine di molte ideologie del mondo occidentale.
1. Religione: perché nasce una religione? Per disciplinare e orientare la volontà dell’uomo e per ordinare la sua caotica vita, dandogli senso e significato. Gesù Cristo si è imbattuto in gente misera e povera, remissiva. Quindi ha assolutizzato questi elementi e li ha trasformati in un modus vivendi, cioè in una religione, che seguiva proprio questi valori: allontanamento dalle ricchezze, povertà.
Buddha ha invece incontrato una realtà sociale diversa, in cui per indolenza le persone sono buone, semplici, remissive e si dedicano ad ogni genere di astinenza, comportamento tipico del mondo orientale. Egli, allo stesso modo ha assolutizzato questi elementi e creato una religione universale che segue un principio di lontananza dagli affanni terreni.
Queste “grandi costruzioni” sono ora in decadenza, ci si trova di fronte ad un mondo in macerie. Ma a crollare sono anche i valori scientifici, perché sono non una giusta e corretta rappresentazione della realtà, ma una sua interpretazione, il più delle volte funzionale agli interessi e bisogni dell’uomo.
2. Morale: in “Al di là del bene e del male” si rivolge una critica impietosa nei confronti delle regole della morale. Perché è nata la morale occidentale? Perché serve ad un gruppo di uomini per soggiogare gli altri. La morale cristiana, fatta di sacrificio, abnegazione, senso del peccato e della colpa, dedizione agli altri, in realtà è composta da elementi che uomini deboli, non riuscendo ad essere forti e creativi, non hanno travato altra via che inventarseli per imporsi sugli altri. L’asceta, per esempio, vuole colpire lo spirito vitale dei forti, perché non riesce ad affermare se stesso.
Questo precetti hanno messo radici nella nostra società, che è divenuta farisaica ed innaturale. Uomini deboli, il “gregge”, trovano degli elementi e li assolutizzano. È la morale degli schiavi, cioè quella del risentimento e della vendetta, voluta da uomini sopraffatti dall’invidia. La società diventa “conformista e omologata”. Ma c’è stato un tempo in cui esisteva la morale dei signori, tipica della società cavalleresca, con la figura del guerriero, forte, coraggioso, impavido. Ma con il tempo, la religione giudiaco-cristiana ha prevalso ed è arrivata la figura sacerdotale, con la sua umiltà, rassegnazione, dedizione agli altri, sacrificio.
Per primi sono stati gli ebrei a rovesciare il concetto di buono. Essi, per loro natura, sono dediti al sacerdotizio, cioè a Dio, da cui si aspettano salvezza. Gli ebrei hanno elaborato un sistema di valori fondato sullo spirito di vendetta, tipici di un popolo schiavo che da sempre cova un grande rancore nei confronti dei propri conquistatori, contro cui però non riesce a vincere in battaglia.
Anticamente la bontà di un uomo era rappresentata dal carattere guerriero, ma poi gli elementi di buono-povero-umile si sono imposti. L’amore cristiano è emerso da queste radici, che si sono diffuse in tutto l’occidente. Cristo ne è l’espressione più grande e paradossale. Egli è morto in croce, per amore, in una autocrocifissione di estrema crudeltà, in cui hanno trionfato gli ideali della vendetta. La conseguenza è un cristianesimo dominato dal senso di colpa e del peccato.
3. Dio: Da dove nasce l’idea di Dio? Ha radici nel desiderio dell’uomo di fare senso alla sua travagliata vita. È un bugia e una consolazione. È un’idea per dare valore ad un “paradiso artificiale per gli uomini deboli”, levando valore alla vita terrena e sostenendo l’uomo nella sua travagliata storia.

• L’eterno ritorno all’ugule
Il peso più grande di tutti è l’eterno ritorno all’uguale. La storia, il tempo, non ha infatti andamento lineare e progressivo, ma è come un grande circolo in cui tutte le azioni e i fatti si ripetono in modo uguale, per sempre.
La vita che abbiamo vissuto la ripeteremo identica a se stessa una e altre mille volte. All’eterno ritorno si possono dare più interpretazioni, ma le principali sono:
1. Una visione antropologica da parte di Nietzsche, cioè un’esaltazione della vita terrena, che è l’unica. La felicità è da trovare in questo mondo. In una visione lineare del tempo la felicità viene spostata in un mondo ultraterreno. Ma se invece è vera una visione ciclica, ogni attimo ha un suo scopo e deve esser vissuto in questa vita, a cui quindi viene restituita dignità e perfezione
2. Una polemica contro idealismo e positivismo, secondo i quali la dimensione della storia ha uno sviluppo migliorativo caratterizzato dal progresso. Ma ciò è falso. Infatti ad un’”età eroica” vissuta secondo uno spirito dionisiaco è succeduta una di “decadenza” in cui l’uomo si è adattato a vivere una vita grigia e mediocre.
Il concetto dell’eterno ritorno viene espresso nella III parte dell’opera “Così parlò Zarathustra”, cioè “La visione e l’enigma”. Zarathustra (Zoroastro) potrebbe essere un antico profeta iranico, vissuto in un periodo tra il 1000 e il 600 a.C.
Nella parte dell’opera che a noi interessa, Zarathustra è salito su di una impervia montagna, simbolo del faticoso elevarsi del pensiero. È accompagnato da un nano e giunge ad una porta carraia, un cui convergono due sentieri senza fine. Tale porta si chiama “attimo”. Giunge anche un giovane pastore, dalla cui bocca pende un serpente che lo sta soffocando. Mordendogli via la testa egli si salva. A sto punto Zarathustra afferma: “Tutto va in avanti, tutto torna indietro: eternamente ruota la ruota dell’essere”.
Il nano-talpa può essere lo spirito di gravità che rende cieco l’uomo comune. La porta carraia simboleggia l’istante e le due strade infinite che vi si incontrano sono il passato e il futuro. Essi non divergono in eterno, perché il tempo è una ruota, circolare. Il passato inoltre è infinito. Tutto ciò che accadrà è già accaduto uno volta. Il giovane pastore rappresenta l’uomo nuovo, che si distingue dal gregge degli uomini comuni. Il serpente che quasi lo soffoca è l’eterno ritorno, il cui pensiero può annichilire l’uomo. Il morso del pastore che taglia la testa al serpente è il superuomo che ha il coraggio e la forza di liberarsi dal peso dell’eterno ritorno.

• Übermensch
La morte di Dio lascia un tremendo spazio vuoto, che però deve essere riempito. A farlo è una nuova figura, un uomo nuovo, l’oltreuomo, l’Übermensch. Egli non ha una superiorità biologica, né intellettuale, ma soltanto comprende il senso e il significato del mondo, porta su di sé il peso della morte di Dio. Eliminato questo fardello, l’uomo è più libero, non deve percorre una strada prestabilita, ma gli si aprono più possibili interpretazioni e la filosofia ha un nuovo compito di moltiplicare le versioni ermeneutiche del mondo. Questa è la libertà più grande possibile, ma allo stesso tempo anche il più grande peso, cioè la mancanza della sicurezza di una via predeterminata. Le regole della morale sono infatti una “mascherata”, simile a quella cui si serve l’uomo occidentale quando utilizza indumenti, perché il nudo rappresenta uno scandalo. L’uomo “morale”, moralista, non può fare a meno di coprirsi e difendersi dalla dura realtà con le regole, i precetti della buona creanza.
Übermensch ama la vita, va al di là dei limitanti valori della società e non si lascia ingannare ed ingabbiare dalle strettoie della scienza. È terrestre, vitalistico, creativo. Egli va oltre, al di là, verso il futuro. Vive appieno la sua libertà e se ne assume la responsabilità. Davanti a lui si apre uno spazio senza confini, non più legato ad un’autorità, a principi assoluti. Tutti possono essere oltreuomini.

Hai bisogno di aiuto in Filosofia Contemporanea?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email