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Friedrich Wilhelm Nietzsche (Lipsia, 1844 - 1900)

Nietzsche, nel 1865, scoprì Schopenhauer, che in seguito influenzò molto la sua filosofia: trovato per caso nella bottega di un vecchio antiquario “Il mondo come volontà e rappresentazione”, Nietzsche ne rimase fortemente impressionato. Nel 1868 conobbe Wagner, dapprima da lui molto ammirato, perché rappresentava una ripetizione del miracolo greco nell’ambito della musica tedesca, poi considerato un mediocre borghese tedesco convenzionale e pieno di misticismo cristiano.

Le più importanti opere di Nietzsche sono: “La nascita della tragedia dallo spirito della musica” (1872), “La gaia scienza” (1882), “Così parlò Zarathustra. Un libro per tutti e per nessuno” (1883/5), “Al di là del bene e del male. Preludio di una filosofia dell’avvenire” (1886), “Ecce homo. Come si diventa ciò che si è” (1908).

Di Nietzsche si possono affrontare tre importanti questioni:
1. Rapporto tra filosofia e malattia: ha sofferto molto di emicrania e di forte miopia, è stato molto malato, ha raggiunto quasi la follia, ma spesso si usa la sua malattia per screditare la sua opera. Anzi, proprio la malattia ha forse permesso di aumentarne la sensibilità e, quindi, la creatività (si pensi anche a Van Gogh).
2. Nazificazione e denazificazione di Nietzsche: la sorella Elizabeth (moglie di un uomo di estrema destra) ha riordinato molte delle pagine e dei frammenti allo stato di manoscritti del fratello. Nel 1894 fondò a Weimar un Archivio Nietzsche e si dedicò al culto del fratello, associandone le idee a circoli culturali antisemiti e nazionalisti verso i quali egli aveva manifestato disprezzo. Quest'opera propagandistica contribuì a diffondere un'immagine distorta del filosofo. Il nazismo se ne appropriò, facendone una sorta di anticipatore. Hitler visitò l'Archivio e si fece fotografare accanto al busto del filosofo e a Elizabeth, che faceva il saluto nazista. Si può dire che la sua filosofia sia semplicemente elitaria e non democratica, ma senza alcuno sfondo politico. Nietzsche ha semplicemente fatto un'opera di demistificazione delle illusioni: l'avevano fatto già Schopenhauer, Marx (alla base della società non ci sono le ideologie, ma la struttura economica), egli stesso (crollo delle illusioni consolatorie) e Freud (inconscio).
3. Le caratteristiche della scrittura: Nietzsche ha usato nuove modalità espressive e forme di comunicazione filosofica, ad esempio l'aforisma (soprattutto su questioni etiche: “Al di là del bene e del male”), ha trattato stili e generi molto diversi (tragedia, aforisma, narrazione fantastica). Il suo modo di scrivere risente del suo pensiero. “Io non sono un uomo, sono dinamite”, “scriba del caos” che è la vita. La sua comunicazione filosofica è molto coinvolgente (autobiografia, invettiva polemica, tono personale che testimonia l'esistenzialità della filosofia). “In tutte le opere che ho scritto, io ho messo dentro anima e corpo: non so che cosa siano problemi puramente intellettuali”: importante già per Schopenhauer.

Il suo pensiero è programmaticamente non sistematico, come la vita. Noi siamo soprattutto anima e corpo.
Fasi del suo pensiero:
- Periodo giovanile (ammirazione per Schopenhauer e amicizia con Wagner).
- Periodo intermedio, da lui definito illuministico in senso critico.
- Periodo del meriggio o del Zarathustra.
- Periodo del tramonto.

“La nascita della tragedia dallo spirito della musica” tratta di filologia, estetica, teoria dell’arte… ma il motivo centrale è la distinzione tra apollineo e dionisiaco.
Al contrario di quanto si dice, per Nietzsche l’arte greca non è armonia, perfezione, equilibrio: sotto la perfezione formale della tragedia ribolle un mondo vitale, oscuro, impetuoso, istintuale, violento, “barbarico”, che è la fonte e il nutrimento stesso dell’arte, la materia che viene organizzata nella forma “apollinea”.
Dunque ci sono due spiriti:
- Apollineo (nel classicismo) con atteggiamento formale (scrittura e poesia epica), che si esprime nella scultura, la quale è armonia e proporzione e che fa sorgere dal caos il definito e l’individualità.
- Dionisiaco (vi appartiene il divenire), proprio del caos (musica e poesia lirica), che scaturisce dalla forza vitale e che si esprime nella musica, la quale è rapimento, trasporto, ricongiungimento con le forze primordiali e caotiche della natura.

Lo spirito dionisiaco viene disciplinato e plasmato in forme dall’apollineo, il principio di ordine. Mentre, infatti, Apollo è il dio della misura, della forma e dell’equilibrio, Dioniso è il dio dell’ebbrezza, della vitalità scatenata.

La tragedia greca è una vera e propria sintesi di apollineo e dionisiaco, “incarnazione apollinea di conoscenze e impressioni dionisiache”: è il momento del miracolo metafisico della trasformazione in arte del mistero del dolore universale. Ma già Euripide corrompe la tragedia, cambiandone la natura con l’introduzione di alcune innovazioni. La tragedia viene somigliando sempre più a un dramma realistico, perché ora il pubblico pretende una spiegazione razionale.
La modernità è il culmine di una degenerazione malata che ci ha fatto perdere lo spirito dionisiaco della vita e che si manifesta in varie illusioni (progresso della conoscenza, dominio sulla natura, uguaglianza delle intelligenze e dei diritti); questo culmine è stato giunto con Socrate e il suo razionalismo: Socrate crede nella verità, vuole spiegare la realtà e crede che tutti gli uomini possano comprenderla.
La soluzione è vivere fino in fondo il caos della vita in tutti i suoi affetti. Il mondo va esaltato per quello che è. Bisogna accettare l’aspetto caotico e meduseo dell’esistenza e immergervisi.

Il Nietzsche illuminista cerca di portarci verso lo spirito libero, verso lo smascheramento nei confronti delle certezze della metafisica, dei pregiudizi ecc… Gli spiriti liberi sono animati dalla passione del conoscere, sono coloro che aprono le ferite nelle certezze della comunità e vi inoculano i germi di qualcosa di nuovo, affrontano la verità vera, anche se è dolorosa, smascherando le false credenze, le illusioni, i pregiudizi e le certezze della metafisica (libero arbitrio, esistenza di fini, ordine morale dell’universo, valori trascendentali, fiducia nella “verità”) -> critica della religione (oppio individuale), che vuole consolare, illudere, narcotizzare. Le religioni hanno origine nella credenza primitiva negli incantesimi. Il prete è il discendente dello stregone e il filosofo metafisico è la nuova versione del prete.

La morale è il risultato dell’interiorizzazione di usanze sociali, una costruzione sociale: è l’insieme dei valori e delle norme che tengono unita una comunità, alla luce dei quali gli uomini concepiscono se stessi e il mondo. I sentimenti morali hanno origine da impulsi inferiori, bisogni, istinti e interessi “umani, troppo umani”; dietro i comportamenti considerati più nobili vi sono i movimenti più bassi.
La morale è il prodotto dei gruppi dominanti, ovvero di coloro che hanno la forza di imporla; essa comporta inoltre un addomesticamento degli istinti, che trasforma l’uomo in un animale abitudinario: chi non si conforma non viene tollerato, e gli stessi spiriti liberi sono costretti a diventare pazzi o a fare i pazzi per sopravvivere e avere il loro spazio; sono perciò santi, stregoni, anacoreti. La morale è perciò autoinganno: l’individuo si sacrifica per il bene della collettività, perde se stesso con la morale, soffoca la sua animalità, negando i suoi istinti vitali. La genealogia della morale sta nella necessità di sopravvivenza della società.
È dunque necessario annullare la innaturale moralizzazione del mondo, e ciò si può fare solo se l’umanità sostituisce la morale con una nuova tavola di valori che derivano dall’accettazione entusiastica della vita, anche nei suoi aspetti più crudeli.

La morale dei signori e degli schiavi (due tipi umani):
- I signori sono forti, sono i dominatori (si impongono sugli altri come gli eroi omerici), i ben riusciti, cioè coloro in cui i valori vitali sono sviluppati al massimo; impongono il loro ordine e la propria gerarchia; hanno fierezza aristocratica, trattano solo con i propri simili; verso gli inferiori provano disprezzo o indifferenza. La loro morale è imporre ciò che è degno: il buono coincide con ciò che è nobile e superiore per natura, e il cattivo con ciò che è scadente, inferiore, ordinario.
- Gli schiavi sono i deboli, i dominati, i mal riusciti, i malati. La loro morale è quella di chi fa propria la sua inferiorità. Per loro è cattivo tutto ciò che è buono per i signori, ovvero i valori vitali; incapaci di agire, reagiscono di nascosto, covando risentimento verso i signori e la vita stessa. È questo risentimento che ispira la loro morale: inventano l’idea di uguaglianza e accusano i signori di averla calpestata. Diffondono nel mondo le loro idee malate e ingannevoli, dalle quali i signori si lasciano convincere: riconoscono il dovere della compassione e rinunciano ai propri valori, dando così avvio a un processo di decadenza. L’arma più efficace nella rivolta degli schiavi è stata il cristianesimo, che mortifica il corpo, porta l’uomo a odiare e commiserare se stesso e la propria vita e a cercare la salvezza e la felicità in un’altra vita, per la quale è richiesto il sacrificio di questa, mentre la forma più recente di tale rivolta è il socialismo, che diffonde idee di uguaglianza e giustizia.

La morte di Dio
“Dio è morto” (“La gaia scienza”) -> Crolla la fiducia illusoria in tutti i valori su cui si è retta la civiltà e in tutte le promesse della storia (libertà, giustizia e uguaglianza).

Dio è:
- Il simbolo della prospettiva oltremondana, negatore di questo mondo, colui che pone il senso dell’essere dell’uomo al di là della nostra vita e non hic et nunc.
- La personificazione di tutte le certezze dell’umanità per dare un senso e un ordine rassicurante alla vita.
Non esiste più nulla di reale, di certo, di stabile, di degno; tutto è smarrimento, mancanza di riferimenti, sradicamento, impossibilità di dare una risposta alla domanda “perché?”. È la mancanza totale di senso, è il nichilismo (dal latino “nihil”, nulla).
Tuttavia bisogna passare da un “nichilismo incompiuto” al “nichilismo compiuto/attivo”, che si esprime nella partecipazione totale e convinta alla distruzione delle illusioni vecchie e nuove e nello spingere i propri pensieri fino alle conseguenze estreme (“nichilismo estremo”). È il nichilismo del coraggio supremo, del proprio superamento stesso, è la condizione necessaria della trasvalutazione dei valori. Esso si traduce nella volontà di potenza. Non esiste un mondo vero, ma lo spirito libero deve crearselo; il mondo va continuamente reinventato. Il nichilismo estremo è l’affermazione della falsità di ogni fede, perché non esiste un mondo vero: un senso ontologicamente dato delle cose del mondo non esiste, perciò dev’essere umanamente inventato. Il nichilismo è una responsabilizzazione per dare un senso alle cose.

“Così parlò Zarathustra. Un libro per tutti e per nessuno” (filosofia del meriggio): una successione di apologhi e parabole che costituiscono nel loro insieme quasi un lungo poema in prosa, in un linguaggio profetico, metaforico, simbolico, visionario. Parla di un saggio che, stanco del possesso solitario della saggezza, lascia il suo rifugio in montagna dove è vissuto dieci anni, per portarla in dono agli uomini. Giunto in città, annuncia: “Io vi insegno il superuomo”.
Tematiche:
1. Oltreuomo
2. Volontà di potenza
3. Eterno ritorno

1. L’annuncio della nascita del superuomo coincide con la morte di Dio. Accettare la morte di Dio vuol dire accettare la fine delle certezze metafisiche. L’oltreuomo è in grado di prendere atto del crollo delle certezze, è capace di progettare la propria esistenza al di là di ogni certezza, sa andare oltre i limiti dell’uomo comune, accetta il volto caotico della vita, le sue contraddittorietà, il complesso del vivere umano. Ciò è alla portata degli spiriti liberi: aristocrazia di persone fuori dal comune = concezione antidemocratica.
2. Il termine “volontà” rappresenta un impulso originario e fondamentale che non ha nulla di razionale; essa è presente in ogni forma di vita, anche nelle più elementari, e sta alla base di tutte le attività vitali, anche delle più spirituali; non deve essere negata (come fa Schopenhauer grazie alla noluntas), ma affermata. Il termine “potenza” esprime il dominio sulla realtà e si manifesta in tutte le caratteristiche che danno slancio vitale all’organismo: forza, salute, coraggio, bellezza. La volontà di potenza spinge all’affermazione di sé, a realizzare al massimo le proprie potenzialità, ad andare sempre oltre, è l’affermazione dell’individuo al di là di ogni dubbio, è la volontà di vivere al massimo la propria vita. Per affermare la volontà di potenza, la vita sacrifica anche l’autoconservazione: si tratta di una lotta per l’espansione della propria esistenza, l’affermazione di sé e il dominio.
3. Tutte le vicende del mondo sono destinante a ripetersi eternamente: visione ciclica della storia propria dei presocratici. Sembra una certezza cosmologica derivata da una spiegazione scientifica. Accettare fino in fondo l’innocenza del divenire significa “vivere in modo da poter desiderare di vivere questa stessa vita in ripetizione eterna”: solo chi è pienamente se stesso può accettare il pensiero di rivivere infinite volte la sua vita così come l’ha vissuta. Di fronte alla prospettiva dell’eterno ritorno dell’uguale il superuomo è colui che dice sì alla totalità della vita, incondizionatamente.

In sintesi, l’oltreuomo è colui che:
- Sa andare oltre i limiti dell’uomo comune.
- Sa accettare e vivere l’aspetto dionisiaco dell’esistenza.
- È in grado di reggere la “morte di Dio” e la fine delle illusioni metafisiche.
- Sa reggere la fine della “morale tradizionale”.
- Sa porsi come “volontà di potenza”.
- È in grado di collocarsi nella prospettiva dell’“eterno ritorno”.
- Sa essere un “inventore di senso” delle cose del mondo (prospettivismo: tutto dipende dalla prospettiva da cui lo si analizza).

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