Mongo95 di Mongo95
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Bisogna subito eliminare il pregiudizio/equivoco che Nietzsche si limiti a delineare una genealogia della morale solo psicologica. Invece si approda anche a un’interpretazione economico-giuridica della morale, per quanto riguarda un diverso gruppo di suoi concetti, cioè quelli di colpa, pena e punizione. Sono i pilastri non solo della morale e della religione, ma della cultura occidentale, e possiedono una matrice di tipo contrattuale. Intere schiere di moralisti, filosofi, teologi, si sono affaticati a lavorare intorno a queste questioni chiave. Per rafforzare la consistenza e credibilità di esse, si è giunti anche ad operarne un’arbitraria revisione antropologica, inventando il libero arbitrio. È un attributo però illusorio e mistificante, che ha lo scopo di rendere l’uomo responsabile del suo agire, così da poterlo più legittimamente perseguire e condannare per determinati atti.

Questo lavoro secolare non ha raggiunto i risultati attesi. La costruzione morale del meccanismo colpa-pena-punizione è fragile, e nasconde dell’altro.
• Genesi della colpa
“Colpa” arriva da “debito”. Sembra essere un concetto nato in contesto religioso e teoretico, ma in realtà la sua origine è economica e poi giuridicamente normata. La si presenta come universale e necessaria, con origine metafisica, ma è solo da ricondurre alla realtà umana della nozione di debito. Al livello dei rapporti umani primari e primitivi, l’individuo è solo uno dei poli di una transazione economica, nella quale egli esiste solo in quanto rispetta una certa situazione economica, con le conseguenze che ne derivano ove non rispettata, cioè il diventare debitore --> assumersi una colpa. In modo marxiano, l’etico sovrastrutturale in rapporto alla struttura economica. L’economia originaria con diritto originario: il debitore è colui che non rispetta quanto pattuito. La natura economicamente valutante dell’uomo, quindi il pensiero valutante che conduce ai valori è prima di tutto di carattere economico, non etico. Ne consegue anche che la giustizia è semplicemente un principio di equivalenza economica, che è o un compromesso o la sua imposizione.

• Genesi della pena
Se la colpa è il debito, la “pena” è il “risarcimento”, la rivalsa per il danno patito. Anche in questo caso un’essenza totalmente diversa da quella morale teorizzata dalla casta dei dominanti. La pena è una categoria oltre la quale non ci sono intenzioni redentrici, ma soltanto brutale pretesa di risarcimento. È un’espressione di volontà di potenza. Quindi la genesi della pena come forma di risarcimento, che si impone con volontà di potenza. Nietzsche è consapevole del complicarsi nella storia della società umana di tale concetto, con la nascita di varie varianti della funzione della pena, e ne trova ben undici. Pena come:

a. Neutralizzazione della pericolosità a impedimento di un danno ulteriore
b. Risarcimento del danno al danneggiato
c. Isolamento di un’alterazione/turbativa dell’equilibrio per ristabilire l’equilibrio stesso
d. Instillazione di timore
e. Sorta di compensazione per i vantaggi di cui il trasgressore ha goduto fino a quel momento
f. Segregazione di un elemento in via di degenerazione che potrebbe compromettere l’insieme
g. Festa-violenza e beffa ai danni di un nemico finalmente abbattuto
h. Memorizzazione per colui che subisce il castigo, ma anche per chi vi assiste
i. Saldo di un onorario
j. Compromesso con lo stato di natura della vendetta
k. Dichiarazione di guerra contro un nemico della pace, legge e autorità.
È un’articolata dimensione psico-antropologica della pena, che ha comune genesi, ma poi ampia fenomenologia. Il recupero del reo se lo può permettere una società forte, ma tale recupero e reinserimento non gli elimina la stigma, la riprovazione sociale e quella, ancor peggiore, psicologica.

• Genesi della punizione
La “punizione” è la “pulsione vendicativa”, resa normativa. L’esecuzione della pena. Anche in questo caso occorre sottolineare l’assenza di origine morale, ma piuttosto da un humus animale che ne qualifica in modo rude le manifestazioni. Esprime aggressività, violenza, pulsione vendicativa. Alla base dalla pratica punitiva non opera la meccanica dei nobili concetti di cui sono pieni i trattati morali, ma semplicemente il principio che ogni danno deve essere risarcito con proporzionale misura di sofferenza. Equivalenza tra danno subito e dolore inflitto. Ancora una volta si vede la matrice contrattuale, economica e poi giuridicamente sanzionata delle categorie morali.

La triade colpa-pena-punizione ha una conclusione dal significato non del tutto esplicito, ma chiaro: è una proiezione diretta della sfera economica. La morale tende a perpetuare, legittimare la disuguaglianza, la gerarchia, la violenza che regnano nei rapporti umani. La morale tende ad installare nella coscienza degli uomini il senso della “giusta esistenza”, con un complesso meccanismo di divieti, reati, giudizi, condanne da comminare, ammende, pene da scontare. Tutto ciò serve a rafforzare il dominio, a fornire al potere i mezzi per meglio opprimere gli uomini. È un grande paradosso però: Nietzsche, l’antistoricista per eccellenza, è convinto profondamente della storicità della morale, al punto che prospetta una precisa ipotesi sulla decadenza del sistema colpa-pena-punizione. C’è infatti un parallelo tra la forza di una società e il compromesso con la collera: quando cresce l’autocoscienza di una società, e così la sua forza, tanto più si mitiga il diritto penale. E viceversa. Ciò fino al punto che i trasgressori si lasceranno impuniti, l’autosoppressione della giustizia con la grazia come segno di massima forza societaria. Come si colloca il soggetto schiacciato dalla comunità nella medesima comunità? Diminuisce su di lui la repressione diretta ed esplicita, ma aumenta quella indiretta, cioè quella psicologica della morale.

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