Il capitale

Da lui fu pubblicato solo il primo volume di questo testo, il secondo e il terzo li pubblicò Engels dopo la sua morte. Il suo sottotitolo è Critica dell’economia politica (pagina 358).
In quest’opera si riferisce alla struttura cioè all’economia. Anche in quest’opera, nell’introduzione, ribadisce la critica ai liberisti classici come negli Scritti Economici e cioè:
1) Per i liberisti classici il sistema capitalistico è il sistema, è il modo di distribuire la ricchezza. Per Marx ogni periodo storico ha le proprie leggi scientifiche; per lui le leggi economiche non sono universali.
2) Per Marx il sistema borghese porta con sé la contraddizione tra capitale e lavoro, che lo porteranno alla caduta per cause endogene, si suiciderà perché minato da contraddizioni e quindi il comunismo è inevitabile. I liberisti classici non colgono questo perché non hanno lo sfondo dialettico.

3) Per Marx il capitalismo va studiato secondo il sistema dialettico della totalità organica. I fattori economici sono studiati come elementi interconnessi tra loro.


Il capitale è anche considerato un testo di profezie, ma che nella maggior parte dei casi non si sono avverate.

Il capitale è un testo di economia, ma facendo un’analisi dell’economia, dà anche un’analisi complessiva della realtà, proprio per il collegamento tra struttura e sovrastruttura (ecco il capitalismo storico).

Differenza tra merce e prodotto → c’è una differenza tra le due perché il prodotto è quello che viene immediatamente utilizzato e non scambiato. È una merce se viene anche scambiato oltre che poi utilizzato. Quindi non si tratta di tipi diversi di bene ma uno non viene scambiato e l’altro si.

Valore d’uso e valore di scambio
Valore d’uso → Ogni merce viene incontro a qualche bisogno umano, sia che venga da qualsiasi parte non lo usiamo se non ha utilità. Una merce non avrebbe valore se non servirebbe qualcosa. Il valore d’uso è diverso nelle diverse merci. Si basa sulla qualità della merce e rispetto alla qualità soddisfa a un bisogno rispetto che a un altro.
Valore di scambio → consiste nel fatto che una merce può essere scambiata con un’altra merce . perché questo si può fare con merci che hanno diverso valore d’uso? Se si possono scambiare vuol dire che hanno qualcosa di uguale e questo qualcosa di uguale è il valore di scambio, che permette di scambiare merci con diverso valore d’uso. La definizione del valore di scambio è stata desunta dagli economisti classici: il valore di scambio è determinato dalla quantità di lavoro socialmente necessaria per produrla.

Come valore di scambio le merci sono tempo di lavoro coagulato (in una merce). Lo scambio può avvenire se per produrre quella quantità di grano posso cambiarlo con una quantità di lana che è stata lavorata in un mese. Vale sia per il baratto che per lo scambio con denaro.
Socialmente è dato dal fatto che dipende dal contesto storico della produttività (perché ad esempio con le macchine ci si mette meno a produrre le stesse cose che a mano).

Il valore di una merce non è uguale al prezzo. Il valore può anche essere determinato da aspetti contingenti lui. A volte il prezzo può superare il valore di una merce. Ma per Marx la somma complessiva delle merci è collegata al lavoro necessario per produrla (valore lavoro). Per Marx il prezzo anche se non si identifica con il valore ha il valore alla sua base (perché il prezzo può oscillare a seconda del mercato).
Il valore è dato dalla quantità di lavoro poi i prezzi possono oscillare, ma comunque ha alla base il valore e quindi il prezzo è secondario. La merce è tempo di lavoro coagulato.
Se il valore di scambio equivale alla quantità di lavoro per produrla, la merce non ha valore in sé, ma è frutto del lavoro dell’uomo. Dare alla merce valore in sé è farli dei feticci → feticismo delle merci → considerare che una merce ha valore in sè. Quindi lo scambio è un rapporto tra lavoratori, tra uomini, non tra cose.

La particolarità del capitalismo, secondo Marx, è che in esso la produzione non risulta finalizzata al consumo, bensì all’accumulazione di denaro. Mentre prima della nascita della borghesia la successione era M → D → M (ossia merce che viene venduta per denaro che serve ad acquistare la merce che non produce – tende al consumo non al guadagno), la successione del capitalismo è rovesciata: D → M → D1 (ovvero si investe del denaro in una merce per ottenere una quantità di denaro superiore – il fine è il guadagno, ci deve essere un plu valore).

Il fine è il guadagno e Marx spiega come avviene questo fruttamento di denaro. Per lui questo non avviene dallo scambio perché il denaro non è che un mezzo per scambiare valori equivalenti e neanche lo scambio perché avviene tra valori equivalenti.
Il plusvalore avviene quindi a livello di produzione capitalistica. Il borghese/capitalista ha la possibilità di comprare la merce operaio, che è una merce che ha come valore d’uso di essere una produzione di valore e quindi produce un valore eccedente al suo. L’operaio vende la forza lavoro e il capitalista la paga giustamente a seconda del valore di scambio cioè a seconda della quantità di lavoro socialmente necessaria per vivere, lavorare, generare (l’operaio è pagato come un’altra merce. La merce operaio vale la quantità di lavoro socialmente necessaria per vivere, lavorare e generare. Il lavoratore fornisce la forza lavoro e ottiene un salario che è quello che gli serve per vivere, riprodursi..).
Questa non è comunque un’analisi moralistica, perché dipende dalla logica del sistema, non da lamentazioni moralistiche. Non si tratta di invettive contro il padrone, di lamentazioni, analizza solo il meccanismo del capitalismo.
L’operaio è una merce particolare perché il suo valore d’uso produce un valore maggiore del proprio, quello monetizzato nel salario, perché quando lavora produce di più di quello che guadagna nel lavoro. Ecco il plusvalore. Ecco perché l’operaio non ha solo il suo valore (salario) ma maggiore.
Il capitalista compra la forza lavoro e quindi la sfrutta. Nel tempo di lavoro l’operaio produce una quantità di merci eccedenti al proprio salario, che quindi produce ricchezza al capitalista.

Se lavora 10 ore produce 10 ore di valore
Se l’imprenditore gli corrispondesse tutto il valore prodotto, non guadagnerebbe
Così l’operaio prende lo stipendio di quello che fa in 6 ore (non si scende al di sotto sennò non riesce a vivere)
6 ore è il tempo di lavoro necessario (che si concretizzano nel salario)
Le 4 ore sono il tempo di lavoro supplementare. Queste sono 4 ore di plus lavoro e quindi di plusvalore (che discende dall’insieme del lavoro non pagata)

Investire valore nella merce operaio per il plusvalore produce maggiore ricchezza perché produce maggiore ricchezza, perché produce un valore maggiore di quello che gli è corrisposto con il salario. Il plus valore non c’è a livello di scambio.


Quindi il capitalista investe una merce che ha un valore d’uso superiore rispetto a quello che gli è restituito in senso di salario.

Plusvalore e profitto non sono la stessa cosa. Il profitto ha nella sua base il plusvalore, ma non coincide con esso perché il capitalista per produrre ha bisogno di investire anche in macchine, materie prime ecc cioè il quello che Marx chiama capitale costante, nel senso che il valore del capitale investito non è cresciuto, ma mantenuto ed è diverso dal capital variabile che è quello accresciuto dalla produzione e investito in salario.

Il saggio del profitto è sempre minore del plusvalore.

Questo è il guadagno del profitto. Dipende dal lavoro, ma non si identifica con esso.
Questo sarà importante per la legge della caduta tendenziale del saggio del profitto.

Il fine tipico del capitalismo è quello di produrre maggiore plusvalore e quindi è una società del profitto non del benessere collettivo e quindi analizza le cause della futura morte del sistema capitalistico.

Come cerca la società capitalistica di aumentare il plusvalore? Si può parlare di aumentare il plusvalore assoluto e plusvalore relativo. Il plusvalore assoluto consiste nell’aumentare la giornata operativa dell’operaio, ma ha limiti oggettivi in quanto non può essere proseguito perché a un certo punto l’operaio smette di essere produttivo. Quindi si ricorre al plusvalore relativo che consiste nel diminuire le ore in cui l’operaio produce di più per il capitalista non per sé e avviene con l’aumento della produttività. Questo è avvenuto in tre fasi:
1) cooperazione semplice: i vantaggi per i capitalisti sono l’economia dei mezzi di lavoro e l’ aumento della forza di lavoro, come uno squadrone di attacco è più efficiente rispetto alle operazioni in divisa cioè semplici. [Riunendo tutti gli operai in un unico opificio (risparmiando così, ad esempio, sul riscaldamento), sapendo che più sono gli operai, più si risparmia].
2) Manifattura: è quella dove secondo Marx si attua la divisione del lavoro
3) Grande industria, con l’introduzione delle macchine. La macchina è il mezzo più potente per intensificare la produzione. Con le macchine c’è maggiore plusvalore relativo perché c’è un aumento di produttività e anche perché si può lavorare in tutte le 24 ore naturalmente dando il cambio agli operai. Inoltre con le macchine possono lavorare le donne, che ora diventano forze concorrenziali, e i bambini ( donne e bambine sono anche forze meno ribellisose) perché si è servi delle macchine.
Mentre nella realtà produttiva precapitalista era l’operaio che costruiva, con l’introduzione delle macchine è la macchina che usa l’operaio e quindi si inverte il lavoro operaio-macchina.
Questo fa sì che si instauri un’ostilità degli uomini nei confronti delle macchine. Ecco il luddismo. Ma per Marx bisogna distinguere le macchine in quanto tali dall’uso capitalistico delle stesse. È questo che attribuisce il valore negativo alla macchina.

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