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Marx


Karl Marx nasce nel 1818 a Treviri in Renania da una famiglia ebrea benestante. Suo padre è avvocato, e lui seguirà le sue orme iscrivendosi alla facoltà di legge a Born, ma successivamente fu costretto a trasferirsi a Berlino semplicemente perché il padre sosteneva che lui svolgesse una vita troppo goliardica. Da questo momento in poi lui inizierà a viaggiare moltissimo soprattutto dopo la laurea. Negli anni '40 (1840) si trasferisce a Parigi, dove incontrerà Friederich Engels con cui scriverà uno dei suoi più grandi capolavori. Nel 1844 pubblicherà i "manoscritti economico-filosofici", nel 1845 pubblicherà "Tesi su Feuerbach". Successivamente si trasferirà in Belgio, dove pubblica nel 1848 il "Manifesto del partito comunista" in concomitanza a Engels. Ultima tappa di Marx sarà in Gran Bretagna a Londra, dove stilerà il "Capitale" la cui prima pubblicazione avverrà nel 1860. Va precisato che nonostante Marx sia tedesco la sua visione sarà molto più vicina al pensiero inglese (dove si svolse la seconda rivoluzione industriale) evidente soprattutto nel Capitale. Marx, solitamente, dal popolo viene definito come il fondatore del materialismo storico e dialettico ma non è così, poichè questa accezione era usata spesso da Engels ma mai da Marx, lui preferiva parlare di concezione materialistica della storia, poichè la storia fino a questo momento era stata studiata tenendo conto dei pensieri e delle idee degli uomini. Secondo Marx la storia doveva essere studiata prendendo in considerazione la struttura portante della società, ovvero l'economia. In riferimento a ciò Marx diceva: "la storia doveva essere studiata in base all'azione materiale di produzione dei beni economici". Il suo materialismo non è paragonabile al materialismo volgare precedente come quello di Feuerbach. Marx può essere considerato come un sostenitore di Hegel e Feuerbach, ma da quest'ultimo se ne distaccherà poiché il suo materialismo (di Feuerbach), definito da Marx volgare, prendeva in considerazione l'uomo e la storia come delle conseguenze dell'ambiente ovvero che in base a quest'ultimo cambiavano la storia e l'uomo. Marx, invece, sosteneva che si è materialisti perché l'uomo non è una conseguenza dell'ambiente in quanto se dovessero esserci problemi o disagi nell'ambiente l'uomo ha l'obbligo morale e fisico di cambiarlo. Quindi l'uomo non è conseguenza dell'ambiente anzi l'ambiente cambia in base alle esigenze dell'uomo.
Per quanto riguarda la concezione dialettica della storia Marx recupera Hegel, perché secondo lui questa deve essere concepita tenendo conto delle continue trasformazioni e dei continui mutamenti, ovvero secondo il divenire dialettico hegeliano però con delle differenze sostanziali, in quanto la dialettica hegeliana vede come soggetto la ragione, l'idea che ha un carattere tipicamente spirituale, mentre il soggetto della dialettica marxista è l'economia quindi una struttura concreta della società. Entrambe le dialettiche sono triadiche. Mentre la dialettica hegeliana vedeva la tesi e l'antitesi come due momenti completamente teorici, ovvero astratti e la sintesi come l'unico momento concreto, la dialettica di Marx vedeva tutti e tre i momenti fortemente concreti, perché la tesi e l'antitesi, sempre in antinomia tra loro, sono le classi sociali ovvero due classi che sono sempre state in lotta tra loro: il proletariato e i capitalisti. Questa dialettica tiene sempre conto del substrato economico. Mentre la sintesi non è l'aufhebung ma la vittoria di una classe sociale sull'altra. Marx dice che nella sintesi si avrà un numero ristretto di dominatori (capitalisti) rispetto ad un vastissimo numero di dominati (proletari).
In “tesi su Feuerbach” del 1845 Marx elogerà la figura di Feuerbach in quanto era stato in grado di epurare da ogni tratto metafisico la filosofia di Hegel. Feuerbach quindi aveva provato a capovolgere il sistema hegeliano facendo scendere quest’idealismo non più dal cielo alla terra ma la filosofia dalla terra al cielo. Feuerbach diceva di considerare prima i bisogni dell’uomo, i suoi desideri, le sue esigenze e poi il suo pensiero. Allo stesso modo Marx, riprendendo Feuerbach, dirà “mettiamo mani e piedi alle idee” prendendo in considerazione la concretezza dell’uomo e non l’ideologia. I filosofi fino a questo momento hanno solo interpretato il mondo, ora però secondo Marx bisogna cambiarlo e finalmente spezzare le catene perciò dice “Lo spettro del comunismo si aggira in Europa”. L’uomo ha tutte le carte in regola per operare in vista della rivoluzione per cambiare questo mondo. Quindi il filosofo che si ferma solo all’interpretazione del mondo è esclusivamente un ideologo. Nonostante da un lato Marx elogi molto Feuerbach da un altro lo criticherà per una serie di motivi:
-è vero che ha considerato le esigenze dell’uomo (parte materiale) però secondo Marx, quest’uomo è stato considerato in senso molto generico, come uomo equiparato all’umanità in generale e non all’uomo in particolare. L’uomo di Feuerbach aveva necessariamente bisogno di un “tu” per confrontarsi ed avere delle certezze, mentre l’uomo di Marx doveva essere valutato solo in relazione all’economia, dell’epoca in cui vive, della società in cui è calato quest’uomo, infatti dirà che “l’economia è la struttura della società”, e con struttura intende che è lo scheletro, l’impianto, le fondamenta della società. L’arte, la religione, la filosofia sono l’eco della società e sono ciò che lui definisce come sovrastruttura, cioè importanti solo in relazione all’economia che è il sostrato e tutto il resto deriva da esso. Infatti per questo è stato anche criticato perché aveva reso misero il discorso della spiritualità, dell’uomo, delle idee; questo concetto fu rivisto da Engels, il quale come Marx era convinto che tutto si basasse sull’economia.
-un’altra critica è riguardo la religione, in quanto lui elogia la teoria religiosa di Feuerbach perché ha trasformato la religione in antropologia e ha fatto in modo che l’idealismo diventasse ateismo filosofico. Nonostante ciò Marx sosteneva che Feuerbach non è stato in grado di cogliere le cause reali del fenomeno religioso, né di offrire dei validi mezzi per il suo superamento, in quanto a quest’ultimo era sfuggito il fatto che a produrre la religione non è stato un soggetto astratto, ma un individuo concreto, “un prodotto sociale”, dovuto all’alienazione dell’uomo (atteggiamento con cui l’uomo si proietta totalmente nel lavoro per sentirsi libero) attraverso cui quest’ultimo diventa un ingranaggio della società. Essendo un ingranaggio della società l’uomo lavora il prodotto tenendo conto sempre di un’unica fase, compie sempre lo stesso movimento non conoscendo la fase che succede la sua e il prodotto finale. A questo punto l’uomo si aliena da se, si distacca, non trova più se stesso. Solo dopo che l’uomo si è alienato totalmente nel lavoro, cerca Dio e si aliena in lui, creando questa figura, ecco perché lui dice che una volta che si è alienato nel lavoro la religione viene considerata l’oppio dei popoli. L’uomo si abbandona a Dio che diventa il sospiro della creatura oppressa, l’unica salvezza. Parla di questa alienazione nei “manoscritti economico-filosofici”. Marx però diceva anche che un filosofo come Feuerbach è un filosofo solo teorico perché lui come tutta la sinistra hegeliana si vantava di essere rivoluzionario, ma questa rivoluzione è stata effettuata solo a parole in quanto non ha impugnato l’arma della rivoluzione per cambiare la società.
Prima di parlare di alienazione, Marx parla dell’economia borghese in termini positivi e negativi. In termini positivi, perché quando parla di borghesia, dice che quest’ultima non è altro che lo specchio della società capitalistica. In termini negativi, invece, dice che la borghesia si forgia del fatto di pensare in termini progressisti, di pensare in divenire ma in realtà non è così perché la borghesia è convinta del fatto che il capitalismo sia l’unico modo per distribuire la ricchezza. La borghesia a questo proposito credeva che a governare adesso e in futuro ci sia sempre una società capitalistica. Secondo Marx questo non è fattibile perché la storia ci insegna che le cose sono in continuo divenire e quindi la società, la classe che diventa sintesi necessariamente sarà opposta ad una nuova classe che farà capolinea. La problematica vera e propria è che in realtà esiste un dislivello tra il salario bassissimo della classe proletaria e un capitale elevatissimo dei pochi dominatori, ciò porta necessariamente alla lotta tra le classi sociali. Quindi la società borghese non può pensare che quest’economia e questa società si possano protrarre all’infinito, ci deve essere una sterzata che potrà cambiare queste cose. Questa società porta l’uomo ad alienarsi a causa della proprietà. I capitalisti sono anche proprietari e chi invece non è proprietario è alienato. Quest’alienazione viene descritta da Marx sotto quattro aspetti strettamente connessi tra loro:
- il lavoratore è alienato rispetto al prodotto della sua attività perché si sente staccato dal proprio lavoro e sente il prodotto come una forza dominatrice questo perché il lavoratore non vive tutte le fasi del prodotto ma solo una;
- Il lavoratore è alienato rispetto all’attività perché sente il lavoro come un “lavoro forzato”, cioè lui non riesce a soddisfare nel prodotto i propri bisogni, ma sente di dover sottostare agli ordini del padrone (capitalista) e quindi quando lavora si sente bestia, quando dovrebbe sentirsi uomo perché il lavoro mobilita l’uomo. Dice Marx che il lavoratore si sente più uomo nel bere, nel mangiare e nel procreare che quando lavora. Sempre secondo Marx l’uomo non lavora più per vivere ma vive per lavorare;
- Il lavoratore è alienato rispetto al proprio Wesen, cioè alla propria essenza perché nella società capitalistica è costretto ad un lavoro forzato e ripetitivo anche quando il lavoro potrebbe essere sinonimo di creatività, universalità e compagnia;
- Il lavoratore è alienato rispetto al prossimo (capitalista) perché quest’ultimo lo usa come un mezzo e lo espropria del frutto della sua fatica e lo sfrutta per i suoi fini.
La causa dell’alienazione risiede nella proprietà privata, in virtù della quale il capitalista sfrutta gli operai per accrescere la sua ricchezza. La dis-alienazione, per Marx, si verifica con l’avvento del comunismo, con cui decade la proprietà privata perché in quel caso non ci saranno Dominatori, Dominati e oppressori-oppressi.
Le forze produttive e i rapporti di produzione
La struttura è costituita da forze produttive e rapporti di produzione.
Per forze produttive Marx intende tutti gli elementi necessari al processo di produzione:
- Gli uomini che producono (la forza-lavoro);
- I mezzi utilizzati per produrre (i mezzi di produzione: terra, macchinari, ecc.);
- Le conoscenze tecniche e scientifiche di cui ci si serve per organizzare e migliorare la produzione.
Per rapporti di produzione Marx intende i rapporti che si instaurano tra gli uomini nel corso della produzione e che regolano il processo e l’impiego dei mezzi di lavoro. I rapporti di produzione trovano la loro espressione giuridica nei rapporti di proprietà.
La dialettica della storia
Le forze produttive e i rapporti di produzione si configurano come lo strumento interpretativo della storia, poiché costituiscono la stessa legge di essa. Marx ritiene che a un determinato grado di sviluppo della forze produttive tendano a corrispondere determinati rapporti di produzione e di proprietà (a forze produttive di tipo agricolo, corrispondono rapporti di produzione di tipo feudale). I rapporti di produzione vengono distrutti quando si convertono in ostacoli o in catene per le forze produttive, e si mantengono quando le favoriscono. Ora, poiché le forze produttive, in connessione con il progresso tecnico, si sviluppano più rapidamente dei rapporti di produzione, ne segue periodicamente una situazione di contraddizione dialettica che genera un’”epoca di rivoluzione sociale”. Infatti, le nuove forze produttive sono sempre incarnate da una classe in ascesa mentre i vecchi rapporti di proprietà sono sempre incarnati da una classe dominante al tramonto. Di conseguenza risulta inevitabile lo scontro, che si gioca dal punti di vista politico, culturale e sociale. Quasi sempre trionfa la classe che incarna le nuove forze produttive poiché riesce a imporre la propria maniera di produrre e di distribuire ricchezza. Secondo Marx le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti. Data la potenza materiale della classe dominante vediamo che la loro spiritualità è allo stesso modo dominante. Queste idee, secondo Marx, nel passato si posso ritrovare nella Francia del settecento, dove ci fu uno scontro aperto tra la borghesia (espressione delle nuove forze produttive) e l’aristocrazia (espressione dei vecchi rapporti di proprietà). Allo stesso modo nel capitalismo moderno si delinea una contraddizione sempre più esplosiva tra forse produttive sociali e rapporti di produzione privatistici. Secondo Marx se sociale è la produzione della ricchezza, sociale deve essere la sua distribuzione. Ciò significa che il capitalismo porta in se come esigenza dialettica, il socialismo. Nella “Prefazione” a ‘Per la critica dell’economia politica’, Marx distingue quattro grandi epoche, ciascuna caratterizzata da una particolare formazione economica della società: quella asiatica (fondata su fondi comunitarie di proprietà), quell’antica di tipo schiavistico, quella feudale e quella borghese. Sia Marx che Engels accennavano ad una comunità primitiva di stampo comunista le formazioni economiche del marxismo:
- La comunità primitiva;
- La società asiatica e patriarcale in cui per il filosofo non c’è lotta fra le classi sociali, perché manca il concetto di proprietà privata, e quindi non essendoci tale concetto non c’è la classe subordinata, lo sfruttato e il vincitore. Così l’uomo è intimamente e fortemente legato alla natura e alla società in cui vive;
- L’epoca dello schiavismo (o antica) in cui c’è la lotta tra schiavi (classe dominata) e liberi (classe dominante). Tale lotta avviene in un contesto cittadino, perché lo schiavo è colui a cui sono affidate tutte le mansioni più pesanti, mente all’uomo libero sono affidate tutte le arti, tutte le cose più piacevoli.
- La società feudale in cui c’è lotta tra patrizi e plebei, proprietari terrieri e contadini, o feudatari e vassalli. Questa lotta avviene in campagna e naturalmente la classe dominante sarà quella feudataria che detiene la proprietà privata e che sfrutta i vassalli, i contadini e i plebei;
- La società borgese (o capitalistica) in cui le catene del feudalesimo si spezzano e parte dalla Rivoluzione Francese in cui l’ancien regime crolla, facendo terminare tutte le usurpazioni nei confronti dei cittadini tutti i censi e le corvés (tasse). In realtà, per Marx, quest’epoca ha radici più antiche perché a partire dalla scoperta dell’America inizia a fare capolinea una nuova classe che non è quella dei proprietari terrieri, né quella dei contadini ma è quella del mercante, cioè del borghese. Secondo Marx il proprietario terriero inizia a rendersi conto che non è la vendita della materia prima ad arricchirlo ma è la lavorazione di questa materia, perciò si rende conto che è attraverso la lavorazione della materia prima e attraverso il manufatto che può arricchirsi diventando così Capitalista e proprietario di fabbrica. In realtà Marx sostiene che di lì a poco la società capitalista sarebbe stata sostituita da un’altra società perché gli operai si sentivano in catene e questo li avrebbe portati ad una crisi e dalla crisi, nasce la lotta che sfocia in guerra, che avrebbe portato alla formazione di una nuova classe sociale, sicuramente superiore a quella del capitalista.
- La futura società socialista;
Secondo Marx queste epoche rappresentano i gradini di una sequenza che procede dall’inferiore al superiore. Indubbiamente per Marx la storia procede dal comunismo primitivo al comunismo futuro passando attraverso il momento della società di classe, la quale si basa sulla divisione del lavoro e sulla proprietà privata. Il fatto che le epoche si succedevano dava alla storia un carattere dialettico. Il carattere “dialettico” del materialismo storico di Marx e il legame con Hegel risultano evidenti. Anche per Marx, come per Hegel, la storia si configura come una totalità dominata dalla forza della contraddizione e mettente capo a un “risultato finale”. Con questa differenza Marx ritiene di aver fatto camminare la dialettica di Hegel “sui piedi”, anziché “sulla testa” in quanto:
- Il soggetto della dialettica storica non è più rappresentato dallo spirito, ma dalla struttura economica e delle classi sociali;
- La “dialetticità” del processo storico è concepita come empiricamente e scientificamente “osservabile” attraverso i fatti stessi;
- Le opposizioni che muovono la storia non sono astratte e generiche, bensì concrete e determinate, pur essendo tutte riconducibili a quella dialettica tra forze produttive e rapporti di produzione.
La critica agli “ideologi” della sinistra hegeliana
La conoscenza del materialismo storico permette di intendere in modo adeguato anche la critica marxista ai rappresentanti della Sinistra hegeliana. Il termine con cui Marx si riferisce a tali filosofi è quello di “ideologi”, con il quale intende indicare quei pensatori che vivono nella “falsa coscienza”, perché non si rendono conto che le idee, in quanto rispecchiano le relazioni materiali degli uomini, non hanno un’esistenza autonoma. Gli ideologi finiscono per:
- Sopravvalutare la funzione delle idee e degli intellettuali, vedendo le prime come le forze trainanti degli avvenimenti e i secondi come i “fabbricanti della storia”;
- Presentare le proprie idee come universalmente valide ;
- Credere che tutto il negativo del mondo risieda nelle idee sbagliate che gli individui si formano su se stessi e che l’emancipazione umana consista nel sostituire a idee false idee vere, tramite una battaglia puramente filosofica;
- Fornire un quadro inevitabilmente deformante del reale.
Marx oppone a questi “traviamenti” dell’ideologia, punto per punto, le seguenti tesi:
- Le vere forze motrici della storia sono le strutture economico-sociali;
- Le idee non hanno mai un valore universale;
- La vera alienazione non risiede nelle idee, ma nelle situazioni sociali concrete, per cui la dis-alienazione, o liberazione, dell’uomo non è un problema filosofico, ma un problema pratico-sociale, risolvibile sul piano strutturale della rivoluzione;
- I giovani hegeliani, con le loro “frasi” non fanno che emettere dei “belati filosofici”, non rendendosi conto che non stanno combattendo “il mondo realmente esistente”: il sapere effettivo può essere soltanto un sapere aderente al reale.
Il Manifesto del partito comunista
Nel 1848 Marx ed Engels pubblicano “Il Manifesto del partito comunista” che era un manifesto programmatico. Il manifesto nasce come un libricino di 23 che subito venne tradotto in tutte le lingue del mondo e che ottenne una diffusione enorme paragonabile solo alla bibbia. Esso viene richiesto ai due filosofi della lega dei comunisti, i cui destinatari erano i socialisti, e successivamente saranno i comunisti. Quando viene pubblicato fu fatta una colletta e funo pubblicate 1000 copie che scatenarono subito enormi dibattici storiografici, tanto che Lenin affermerà: “Questo libricino nonostante sia formato da 23 pagine sia pesante quanto interi volumi” perché va a smuovere il proletariato di tutto il mondo. Molti si sono chiesti come mai l’opera si intitolasse “Manifesto del partito comunista” e non di quello socialista anche se erano i socialisti i suoi destinatari. In realtà bisogna tener conto del fatto che quando nel 1847 Marx ed Engel iniziarono a scrivere il manifesto, il partito socialista, come sostiene lo stesso Marx, segue dei sistemi utopistici ed i suoi rappresentanti non erano altro che dei ciarlatani poiché consapevoli dei mali del tempo ma non fanno nulla per cambiare la situazione. I punti salienti toccati nel documento sono:
o L’analisi della funzione storica della borghesia; Marx definisce l’analisi della classe borghese in due modi:
a) Classe Dinamica, poiché con essa si sono inseriti nuovi sistemi economici;
b) Classe Statica, perché crede che questo sistema economico(capitalismo) sia valido all’infinito e sia insostituibile (ma ciò non è vero);
o Il concetto della storia come lotta di classe; e il rapporto tra i proletari e i comunisti; secondo Marx la storia è una lotta dialettica tra le classi sociali. Sia questa lotta, che il passaggio da un’epoca all’altra deve necessariamente avvenire, perché non è casuale, ed è per questo che Marx sostiene che la dialettica sia scientifica;
o La critica dei socialismi non scientifici;
Marx opera una critica nei confronti dei socialismi precedenti, definiti falsi socialismi. Tali socialismi sono divisi in varie tendenze:
1) Socialismo conservatore o borghese, formato da un gruppo di umanitari che sono consapevoli dei mali del tempo, come il concetto di profitto e di capitale, che producono l’alienazione ma non fanno nulla contro di essi, anzi vorrebbero una società in cui esistesse la borghesia, anziché il proletariato. Esso non dialettico perché il capitalismo nel porre se stesso, pone anche i suoi aspetti non positivi, non è possibile cambiare la società senza uno scontro tra le classi.
2) Socialismo utopico, formato da pensatori e scienziati definiti pre-marxiani, perché consapevoli delle problematiche della società, ad esse propongono delle forme legislative ( a differenza di marx che propone la rivoluzione). In realtà non li apprezza, in quanto vorrebbero distaccare il contesto sociale da quello politico, ciò non è possibile, perché quando la borghesia detiene il potere economico, ha anche quello sociale e naturalmente vorrebbe anche quello politico, è impossibile distinguere il contesto sociale da quello politico. A tale socialismo, Marx , contrappone il suo socialismo scientifico perché fa un’analisi scientifica della storia e in oltre individua il male del mondo, ovvero la proprietà con cui si ha un sentimento di frustrazione e di alienazione. Inoltre è l’unico socialismo ad aver individuato come scientifico il fluire dialettico (lotta tra le classi).
3) Socialismo reazionario che attacca la borghesia conservatrice ma non propone nulla per contrastarla. Di questo socialismo fanno parte:
-il socialismo feudale che voleva l’abolizione della società capitalistica moderna in favore del ritorno di una società pre-borghese. Essi cercavano l’appoggio del proletariato anche se mentre il proletariato voleva eliminare ogni tipo di sfruttamento i “feudali” volevano sostituire l’attuale sfruttamento con quello del passato. A questo tipo di socialismo Marx lega il ‘socialismo pretesco’ (come il prete si è sempre accompagnato al signore feudale così il socialismo pretesco si accompagna a quello feudale).
-il socialismo piccolo-borghese che esprime il punto di vista dei piccoli borghesi rovinati dal capitalismo e che vorrebbero un ritorno alla società pre-borghese e alla sua economia;
-il socialismo tedesco che rappresentava il socialismo germanico, basato su una terminologia astratta, infatti esso parla più degli uomini che dei proletari.
Dal nome del ‘manifesto del partito socialista’ si passa a ‘manifesto del partito comunista’ perché i socialisti erano solo utopici ed erano uomini che volevano cambiare il mondo solo attraverso riforme e non attraverso le lotte. Invece il comunismo era necessario per spezzare le catene dello spettro che si aggirava in Europa. Differenzia due tipi di comunismo:
1) Comunismo rozzo è un tipo di comunismo in cui la proprietà privata non viene totalmente abolita, ma viene semplicemente tolta ai proprietari terrieri e affidata allo stato, che diventa l’unico capitalista, mentre tutti i cittadini diventano operai. Questi ultimi, però, si sentono lo stesso alienati di fronte allo stato perché chi sale ai vertici dello stato detiene un certo potere.
2) È Comunismo autentico quando la proprietà privata viene abolita completamente, così, abolendo la proprietà privata, si aboliscono le classi sociali e in questo modo non abbiamo più alienazione e lotta tra esse. Inoltre Marx sostiene che in questo modo all’uomo ossessionato dall’avere si viene a sostituire un uomo nuovo che esercita in modo creativo le proprie potenzialità in una perfetta sinergia con gli altri. Il passaggio da comunismo rozzo a comunismo autentico avviene attraverso la dittatura del proletariato.
Opererà numerose critiche verso economisti quali per esempio Smith e Ricardo perché non credeva nell’esistenza di leggi universali nell’economia, perché esse cambiano a seconda dell’epoca e della situazione economica (ad esempio le leggi valide per l’epoca feudale non sono valide per quella capitalistica); Inoltre Marx sostiene che la società borghese abbia in se delle forti e chiare contraddizioni come la saturazione del mercato e le contraddizioni che esistono tra capitalista e proletariato; Marx credeva che la società capitalista sarebbe stata sostituita (trasformazione dialettica).
Il Capitale
Il Capitale, pubblicato nel 1867, è l’opera più famosa di Marx, ma non deve essere considerato solo come un testo economico ma come uno studio dell’economia o come la fotografia critica della società borghese. All’interno del Capitale è espresso un dato della società capitalistica che Marx sottolinea molto ed è lo “sfruttamento”, esso è un dato oggettivo e universale che non nasce con l’età capitalistica ma c’è sempre stato perché c’era lo sfruttamento dei liberi nei confronti degli schiavi e quello dei patrizi nei confronti dei plebei. Gli operai si sentono sfruttati dal capitalista perché c’è un aumento vertiginoso della produzione delle materie prime e allo stesso tempo la distribuzione della ricchezza non è equa, non è di tutti ma è di pochi (al contrario della materia prima che è ampiamente distributiva), ovvero dei grandi industriali che divorano i piccoli industriali, i quali si vedono costretti a porre fine alla loro attività e diventano operai. Ed è proprio da questa distribuzione non equa del capitale, della ricchezza che nasce lo sfruttamento da parte del capitalista nei confronti dell’operaio (che si sente in catena). Proprio da questo sfruttamento nasce uno dei concetti più importanti del “Capitale”, quello legato al plusvalore o neovalore, che rappresenta la differenza tra il basso salario che il capitalista da all’operaio e il prezzo molto alto che il capitalista chiede per il manufatto.
Una parte sostanziale del Capitale riguarda il concetto di “merce” (libro, cellulare, cibo, vestiario, ecc.) che deve avere due valori importantissimi:
- Valore d’uso perché qualsiasi merce deve essere utile e usata, deve servire a qualcosa: io non compro un pantalone se non mi è utile;
- Valore di scambio perché la merce deve poter essere scambiabile con altre merci: se io, ad esempio, posseggo 20 kg di caffè li posso scambiare con 10 m di stoffa se, invece del caffè, ho bisogno di un abito. Quindi le merci devono essere scambiabili e devono portare ad un introito personale. Entrambe le merci, anche se diverse, devono avere un tratto in comune: lo stesso valore, il quale dipende dal tempo di lavorazione, ovvero dal tempo impiegato dall’operaio per produrre quella merce. Quindi il valore non si identifica col prezzo poiché quest’ultimo è influenzato da altri fattori come l’abbondanza o la scarsezza della merce, e per questo il prezzo non sempre equivale al valore reale della merce (al contrario del tempo), infatti si possono vendere prodotti a prezzo elevato ma di poco valore.
Secondo il filosofo la caratteristica più peculiare del capitalismo sta nel fatto che in esso la produzione non è finalizzata al consumo, bensì all’accumulazione di capitale. Di conseguenza il ciclo capitalistico non è quello semplice delle società preborghesi (feudatari), ovvero MDM (merce-denaro-merce) ma è il ciclo DMD+ (denaro-merce-più denaro).
Il ciclo MDM significa, ad esempio, che un contadino vende al mercato la propria frutta, guadagna una certa quantità di denaro e la spende per comprare nuova merce (trattore oppure vestito).
Invece il ciclo DMD+ prevede che un soggetto, cioè il capitalista, investa del denaro in una merce per ottenere, alla fine, più denaro (plusvalore). Questo denaro, però, non viene investito soltanto in qualcosa di materiale ma anche nell’operaio che quindi viene considerato come una vera e propria merce in quanto ha valore d’uso e valore di scambio poiché scambia il suo lavoro con il salario. Tuttavia l’operaio ha la capacità di produrre un valore maggiore rispetto quello che gli viene pagato, ed è questa la fonte del plusvalore.
Inoltre, nel Capitale, Marx opera una distinzione importante:
- Capitale variabile, ovvero il salario che il capitalista da all’operaio. Esso è variabile a seconda del capitalista che ci troviamo di fronte, a seconda del lavoro compiuto dall’operaio e dalle sue ore lavorative.
- Capitale costante, ovvero il capitale investito nelle macchine e in tutto ciò di cui una fabbrica ha bisogno per funzionare bene.
(Quindi il capitale costante è la quantità di denaro che l’industriale spende per acquistare materie prime).
Prendendo in considerazione questi due capitali, Marx parla di “saggio del plusvalore” e “saggio del profitto”.
- l saggio del plusvalore è uguale al rapporto tra plusvalore e capitale variabile, espresso in percentuale;
- Il saggio del profitto è uguale al rapporto tra plusvalore e la somma del capitale variabile e costante, espresso in percentuale, ed esso rappresenta il guadagno al netto dal capitalista.
Siccome il capitalismo si basa sul ciclo DMD+, il suo fine è naturalmente quello di aumentare il più possibile il plusvalore ed è per questo che il capitalismo si caratterizza come un tipo di economia testa verso l’interesse personale (e non verso interesse collettivo). Marx descrive le varie strade imboccate dai capitalisti per accrescere il plusvalore, mostrandone però anche i limiti.
Egli sostiene che in un primo momento il capitalista cerca di aumentare il plusvalore aumentando le ore lavorative addirittura fino a 16 ore. In questo modo la “merce umana” è sfruttata perché lavora per delle ore che non verranno pagate. Tali ore in più sono logoranti per l’operaio e lo sono a tal punto che l’operaio frustrato e alienato a questo lavoro, non svolge bene i suoi doveri e quindi il plusvalore non c’è più perché gli operai non producono più come vorrebbero gli industriali. A questo punto il capitalista cambia la sua tattica e inizia a ridurre le ore lavorative fino a 8 ore al giorno con l’aiuto dei macchinari, che non hanno bisogno di riposo e che permettono al capitalista di assumere anche bambini e donne. In questo modo il plusvalore cresce perché l’operaio viene pagato di meno anche se produce sempre la stessa quantità di manufatti .
Proprio questo aumento di produttività porta nel capitalismo quattro contraddizioni:
- La dicotomia, ovvero l’antinomia, la distinzione netta tra la vita del capitalista (piena di ricchezze) e la vita dell’operaio (basso salario);
- L’anarchia perché secondo il filosofo il capitalismo è privo di regole etiche, è sregolato e punta solo ad un profitto personale;
- La saturazione del mercato perché il capitalismo produceva un numero elevato di manufatti che non venivano assorbiti dal mercato interno perciò i capitalisti rivolgevano la propria attenzione ai mercati esteri. Questa per Marx, come per altri economisti come Smith e Ricardo, era una forte contraddizione perché un paese dovrebbe saper consumare ciò che produce;
- Non equa distribuzione della ricchezza perché secondo Marx non ha senso sovra produrre se poi non vi è una distribuzione equa della ricchezza, se poi il salario degli operai è così basso tanto che essi non possono acquistare dei manufatti.
Oltre a queste contraddizioni, Marx annovera anche alcuni inconvenienti tra cui la caduta del saggio di profitto che egli considera il “tallone di Achille del capitalismo”. Questa caduta del saggio di profitto si ha perché il capitalismo tende ad una produzione sfrenata ma per produrre si deve investire capitale nei macchinari per la fabbrica, cioè nel capitale costante. E quindi, sostiene Marx, per quanto possa essere elevato il profitto, è sempre più elevato il capitale costante, cioè è più alta la spesa che si deve investire per materie prime. Aumentando il capitale costante, però si assottiglia sempre di più il plusvalore e di conseguenza il capitale variabile. (Ecco la caduta di saggio di profitto e la possibilità di una rivoluzione).

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