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Kant


La formazione di Kant ha come sfondo il regno di Federico II, il più illuminista dei sovrani.
L’opera di Kant rappresenta il punto di arrivo dell’Illuminismo e anticipa i temi fondamentali del Romanticismo.
I primi scritti di Kant sono di argomento scientifico, ma ben presto il suo interesse si sposta verso la metafisica. Il problema affrontato da Kant è quello dell’esistenza o meno di un’anima immortale. Secondo Kant è necessario determinare i limiti della conoscenza umana. Pone le basi del criticismo (critica la metafisica).
I punti di riferimento di Kant sono:
• L’ontologia razionale di Wolff
• La grande teoria Newtoniana
• Lo scetticismo di Hume (critica radicale al principio di causalità).
Kant si chiede come sia possibile una conoscenza scientifica fondamento del sapere scientifico. E’ necessario chiedersi se la metafisica possa essere scienza, ma la prospettiva di Kant si allarga e mira ad una fondazione del sapere.
Critica della ragion pura: Kant vuole da un lato analizzare la ragione e dall’altro giudicarla; da qui nasce il criticismo di Kant. La ragione è considerata in se indipendentemente dall’esperienza: non è più quella strumentale dell’Illuminismo. Ogni conoscenza si traduce in un giudizio sulla realtà mediante il quale predichiamo qualcosa di un soggetto.
La scienza deve basarsi su giudizi:
analitici a priori: sono universali e necessari ma non estendono la conoscenza poiché portano alla luce ciò che il soggetto possedeva già (razionalismo)matematica
sintetici a posteriori: derivano dall’esperienza e estendono la conoscenza ma non sono né universali né necessari (empirismo)
sintetici a priori: sono universali e necessari e estendono la conoscenza (giudizio sulla scienza secondo Kant)tutti i giudizi scientifici
E’ necessario ammettere la presenza di elementi a priori e procedere al loro inventario.
Occorre chiedersi quali sono gli strumenti a nostra disposizione per conoscere il mondo e determinarne le possibilità e i limiti.  strada già percorsa da Locke, ma che Kant segue in modo diverso (criticismo). La matematica e la fisica sono diventate scienze quando hanno ricostruito la realtà a partire da concetti a priori. La ragione è il soggetto che modella i dati mediante le proprie strutture conoscitive e proprio nel soggetto stesso si dovranno cercare quegli elementi a priori che garantiscono l’universalità di un giudizio nuova rivoluzione copernicana (non è la conoscenza a regolarsi sugli oggetti esterni ma sono gli oggetti che assumono le caratteristiche delle strutture a priori del soggetto umano).
Kant parte dal presupposto che la matematica e la fisica possono essere considerate scienze e si chiede quali siano i fondamenti di questi saperi.

Per Kant lo spazio e il tempo vengono considerati intuizioni pure che rendono possibile l’esperienza (non derivano da essa) e sono perciò definiti trascendentali (= a priori). La conoscenza empirica risulta fenomenica, perché l’uomo può conoscere solo come gli oggetti gli si manifestano, e universale perché tutti conoscono mediante le stesse strutture a priori. La matematica risulta quindi essere una scienza perché si basa su strutture a priori che ne garantiscono l’universalità e la necessità. Noi possiamo conoscere sempre e solo il fenomeno (ciò che appare) perché non c’è modo per poter aver accesso al noumeno.

Kant distingue tra:
logica generale: si basa solo sull’intelletto e quella di Aristotele era già praticamente perfetta.
logica trascendentale: riguarda il pensiero applicato all’esperienza  Kant analizza le strutture conoscitive a priori mediante le quali il soggetto rielabora e collega i dati della sensibilità.
La logica trascendentale si divide in:
analitica trascendentale: uso legittimo dell’intelletto.
dialettica trascendentale: ragione, vale a dire l’intelletto quando pretende di andare oltre i limiti dell’esperienza.

L’analitica espone le categorie, che sono concetti puri/a priori. Secondo Kant, siccome il sapere è costituito da giudizi, è necessario far corrispondere ad ogni giudizio una categoria.
Da una serie di osservazioni empiriche, però, è impossibile trarne giudizi universali. Per Kant l’universalità riguarda la forma della nostra conoscenza, indipendentemente dal variare dei contenuti.
Occorre però giustificare l’uso delle categorie per organizzare i dati dell’esperienza, dato che esse sono indipendenti dall’esperienza stessa. È necessario che tutte le categorie convergano in uno spazio unitario, individuato da Kant nell’ “Io penso”, che rappresenta il soggetto in generale. L’”Io penso” è coscienza di conoscere, perciò viene definita appercezione trascendentale (Leibniz), cioè autocoscienza. Quindi Kant, sostiene che la conoscenza non può essere nell’oggetto, ma nel soggetto.

L’”Io penso”, essendo una funzione dell’intelletto, non è una sostanza (no anima), ma esiste solo nel processo conoscitivo. Deve essere intesa come la condizione generale della conoscenza, che appartiene allo stesso modo a tutti gli uomini  universale e impersonale, non individuale.
Sorge un ulteriore questione: siccome le categorie e l’esperienza sono due realtà separate ed eterogenee, hanno bisogno di una mediazione per poter “dialogare”. Questa mediazione è lo schematismo trascendentale. Siccome il tempo condiziona ogni esperienza possibile, lo schema trascendentale è organizzato secondo il tempo. Lo schematismo della causalità è la successione, dato che solo le esperienze che seguono questo schema temporale possono essere considerate casuali. Lo schematismo della sostanza è la permanenza nel tempo, visto che solo i fenomeni che restano nel tempo possono essere considerati manifestazione di una sostanza (l’azione reciproca implica la presenza contemporanea di due fenomeni). Se si considerano le categorie della modalità:
• La possibilità implica la presenza in un tempo qualsiasi (ne costituisce lo schematismo trascendentale).
• L’esistenza avviene in un tempo determinato (qui ed ora).
• La necessità è in ogni tempo.

L’”Io penso” e lo schematismo trascendentale stabiliscono la legittimità della conoscenza basata su categorie che modellano l’esperienza. L’esperienza però deve sottostare ai <<principi sintetici dell’intelletto puro>>. A ogni categoria corrisponde un principio e gruppi di categorie presentano un principio generale. I principi che regolano la conoscenza scientifica della natura sono i seguenti:

• I dati devono essere quantificabili --> quantità.
• Emerge una visione meccanicista della natura, ma non esiste un principio comune quando si parla di categorie della modalità. È possibile ciò che rispetta le condizioni formali dell’esperienza, esiste ciò che è oggetto di esperienza ed è necessario ciò che è richiesto dalle condizioni generali dell’esperienza.
Si parla sempre di natura fenomenica, che è tutto ciò che possiamo conoscere ma non è tutto ciò che esiste.
Kant paragona la conoscenza ad un’isola (conoscenza fenomenica) che possiamo esplorare, ma che è circondata da un vasto mare/oceano (noumeno) nel quale non possiamo avventurarci. La conoscenza fenomenica è quindi il mondo dell’esperienza così come ci appare e è rielaborato dalle nostre strutture a priori. Mentre il noumeno è l’inconoscibile, al di là dell’esperienza. L’intelletto potrebbe ritenere che la conoscenza sarebbe più semplice e agevole senza gli impedimenti dell’esperienza, ma senza essa non esisterebbe alcuna conoscenza.
Il noumeno ha due accezioni:
1. positiva: non è soggetto dell’intuizione sensibile, ma di un’intuizione intellettuale, ma l’uomo non la può avere e quindi non ne può parlare.
2. negativa: qualcosa di cui possiamo supporre l’esistenza, ma che non potremo mai conoscere  concetto-limite che ci mostra i confini/limiti della nostra conoscenza.
Anche se inconoscibile, non possiamo ignorare il noumeno.

Dialettica trascendentale
Il termine “dialettica” è utilizzato con valore negativo: ragionamenti apparentemente corretti, ma in realtà fallaci. In questa parte Kant cerca di smascherare i tentativi della ragione umana di andare oltre all’esperienza per dare un’interpretazione complessiva alla realtà. La metafisica non può né essere né diventare scienza. Anche questa parte è riferita alla ragione. L’intelletto studia le singole leggi attraverso la quale spiega i singoli ambiti della realtà, mentre la ragione cerca di rendere conto anche della totalità dell’esistente. La ragione pretende di unificare tutta l’esperienza interna sotto l’idea di “Io” tutta quella esterna sotto l’idea di “Mondo” e tutta l’esperienza in generale sotto l’idea di “Dio”. Ma queste, essendo idee che non derivano da una sintesi dell’esperienza, non hanno alcuna funzione conoscitiva.

L’idea di “Io” nasce perché si le vuole dare una sostanza, un’anima, MA l’ ”Io” è una funzione e non esiste una qualche sostanza che gli corrisponda. La metafisica visto che riguarda il noumeno non può essere oggetto di conoscenza.
Il mondo si può conoscere scientificamente, ma se si cerca di guardare la sua totalità si cade in una serie di antinomie (contraddizioni insolute). Ogni antinomia è costituita da una tesi e un’antitesi, tra le quali non è possibile stabilire quale sia quella vera. Le antinomie vengono associate alle categorie e si hanno:
antinomie matematiche: quantità e qualità. La tesi fa riferimento al mondo visto attraverso la metafisica e la religione. E l’antitesi fa riferimento alla prospettiva scientifica.
antinomie dinamiche: relazione e modalità. Le tesi potrebbero essere vere in ambito noumenico, mentre le antitesi sono sicuramente vere in ambito fenomenico.
L’esistenza di Dio costituisce una questione importante. Viene considerato come noumenico. Qui la questione è se l’esistenza di Dio è dimostrabile, mediante le prove elaborate dalla tradizione filosofica. Kant le prende in considerazione e le raggruppa in :
prova ontologica: (Anselmo d’Aosta, Cartesio) sostiene che tutti, anche gli atei, hanno il concetto di Dio come “ciò di cui non si può pensare nella di più grande” e siccome Dio è l’essere perfettissimo nel suo concetto deve essere inclusa l’esistenza altrimenti non sarebbe più perfetto, ma si potrebbe individuare un essere che rispetto a Dio ha in più l’esistenza. Kant sostiene che l’esistenza non può essere dedotta (predicato), ma può essere solamente accertata. Questa prova considera la proposizione “Dio esiste” come un giudizio analitico, ma secondo Kant un giudizio che predichi l’esistenza è sintetico, quindi riguarda l’esperienza e noi non possiamo fare esperienza di Dio. Quindi la prova ontologica viene meno.
prova cosmologica: (Tommaso d’Aquino) tutto ciò che esiste ha una causa quindi c’è la necessità di una causa prima incausata, individuata in Dio, per non cadere in un regresso all’infinito. Affermando la necessità di una causa prima incausata, noi usciamo illecitamente dall’esperienza e passiamo all’ambito dell’inconoscibile.
prova fisico-teologica: il mondo ci appare come un progetto ben organizzato e provvisto di finalità tanto evidenti da ritenerla un’opera di un essere intelligente, Dio. Kant obbietta dicendo <<potrebbe al più dimostrare un architetto del mondo […] ma non un creatore del mondo>>. Per dimostrare l’esistenza di un creatore del mondo, bisogna presupporre che il mondo abbia una causa prima. Quindi questa prova si riconduce a quella cosmologica e perciò è fallace.

La dialettica si chiude con la “Critica di ogni teologia fondata su principi speculativi della ragione”, dove Kant sostiene che è impossibile qualunque conoscenza di un essere superiore in ambito teoretico, ma potrebbe essere possibile affermare l’esistenza come postulato pratico. La posizione di Kant non è atea, ma possiamo definirla agnostica sul piano teoretico e profondamente religiosa in ambito pratico, ovvero morale.
Nell’”Appendice alla dialettica trascendentale” Kant sottolinea la funzione regolativa delle idee di “Io”, del “mondo” e di “Dio”. La ragione serve come norma per la conoscenza. Dobbiamo dunque avere come prospettiva l’interazione dei vari ambiti per raggiungere un’interpretazione complessiva del mondo.
Secondo Kant, la metafisica non è una scienza e si occuperà (al contrario delle filosofie precedenti) del soggetto conoscente e delle sue caratteristiche, descriverà le strutture a priori che costituiscono l’esperienza e la scienza.

La morale del dovere
Kant parte dal presupposto che esiste una morale universale (la coscienza), e si pone il problema della sua fondazione. Essa ha le seguenti caratteristiche:
1. E’ universale: valida per tutti gli uomini.
2. E’ autonoma: non può essere condizionata da fattori esterni o soggettivi (perché universale) ed è fondata solo sulla ragione.
3. E’ formale: non può riferirsi a un contenuto particolare che rimanderebbe a un giudizio soggettivo.
Per giustificare l’universalità della coscienza, Kant individua delle leggi morali valide in ogni tempo e in ogni luogo.
Kant suddivide le norme morali in:
• Massime: quelle che seguiamo senza pretendere che valgano per tutti (es. Lascio il mio ragazzo perché mi ha tradita).
• Imperativi: sono considerati validi universalmente. Possono essere Ipotetici(subordinati ad una condizione, dobbiamo seguirli se vogliamo perseguire un fine - es. Se voglio guarire, devo curarmi) oppure Categorici (obbligano ad un determinato comportamento, senza condizioni - es. Non uccidere).

La Critica alla ragion pratica
Nella Critica alla ragion pratica non bisogna partire dall’esperienza come nella Critica alla ragion pura, altrimenti la morale non sarebbe universale. In ambito morale bisogna partire dalla ragione.
L’imperativo categorico indica solo la struttura formale nella quale deve calarsi la nostra azione, per poter essere morale. Legge fondamentale della ragion pratica: “opera in modo che la massima della tua volontà possa sempre valere in ogni tempo come principio di una legislazione universale”. Questa formula fornisce il criterio per stabilire da noi stessi come comportarci moralmente, cioè immaginando che la massima della nostra azione divenga una legge valida per tutti, e valutare se le conseguenze sono razionali--> È bene ciò che è razionale. (Esempio del prestito: chiedo un prestito sapendo che non lo potrò mai restituire. Se la mia massima fosse universale, allora probabilmente nessuno concederebbe più prestiti).
l’uomo è fatto di sensibilità e ragione. La prima è individuale, in quanto le emozioni che provo sono mie, la ragione, invece, è universale, in quanto funziona nello stesso modo per tutti gli uomini. Essa però rimane modello ideale e guida il nostro comportamento, anche se rimaniamo legati alla nostra sensibilità. Ogni scelta morale deve essere fatta, perciò, scegliendo la ragione, anche quando è in contrasto con il nostro utile o piacere (sensibilità) La morale kantiana è anche detta morale del dovere.
La seconda formula dell’imperativo categorico dice: “Agisci in modo da trattare l'umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo". È inevitabile che noi trattiamo gli altri come mezzi, cioè entriamo in relazione con loro perché ci sono utili, ma Kant prescrive di trattare gli altri “anche come fine”, cioè di rispettarne la dignità, in quanto esseri umani. Anche l’umanità che è in noi richiede rispetto perciò viene escluso il suicidio e il disprezzo verso se stessi.
La terza formula dell’imperativo categorico dice: “La volontà non è semplicemente sottoposta alla legge ma lo è in modo da dover essere considerata autolegislatrice, e solo a questo patto sottostà alla legge”.
La volontà può considerarsi universalmente legislatrice de non è condizionata da nessuna autorità superiore (politica, religione, abitudine…) ma è essa stessa giustificazione della propria massima. Ciò è possibile nella misura in cui la massima è fondata sulla ragione, cioè autofondata.
Se non esistesse la libertà, e quindi la possibilità di decidere, non esisterebbe nessuna moralità. Ma sebbene la libertà riguarda la concreta possibilità di volere qualcosa, la morale riguarda la conformità della volontà alla legge; perciò l’oggetto della ragion pratica è relativo alla possibilità di stabilire, attraverso la ragione, ciò che è bene e ciò che è male.
Kant distingue il “bene” (in senso morale) dal “piacere” (bene per l’individuo) e il “male” dal “dolore”. Il bene è universale in quanto basato sulla ragione e perciò è determinato dalla legge morale. In quando Kant considera il bene e il male in rapporto alla volontà dell’individuo, la morale kantiana viene definita come morale dell’intenzione.
La dialettica nella ragion pratica consente di recuperare (su un piano teorico, non conoscitivo) l’esistenza di Dio e l’immortalità dell’anima. La dialettica deriva dalla tendenza a individuare la totalità incondizionata del condizionato, la quale si identifica con il sommo bene = virtù + felicità. Esso però non può essere il motivo determinante della volontà, che deriva solo dal dovere per il dovere, cioè senza fini ulteriori. Antinomia della ragion pratica: “o il desiderio della felicità dev’essere la causa movente per la massima della virtù, o la massima della virtù dev’essere la causa efficiente della felicità”. La prima è sempre falsa perché altrimenti la morale sarebbe eteronoma e non più autonoma; per la seconda, non è possibile che la virtù perseguita in modo disinteressato determini la felicità, ma posso aspettarmi che questo avvenga in un mondo diverso da quello sensibile, cioè per mezzo di Dio. L’esistenza di Dio non può essere dimostrata perché riguarda la realtà noumenica ma la si può ammettere solo come postulato della ragione pratica, come condizione perché il sommo bene sia possibile. Altri postulati da tenere in considerazione per la ragion pratica sono la libertà (altrimenti non ci sarebbe possibilità di scelta e quindi non esisterebbe la morale) e l’immortalità dell’anima. Poiché, infatti, l’uomo non potrà mai eliminare la componente sensibile, non può mai raggiungere la perfetta corrispondenza tra volontà e ragione (santità) ma avverte come esigenza questo miglioramento continuo un processo all’infinito che permetta all’uomo di continuare questo percorso fa presupporre l’immortalità dell’anima.
Dio è una risposta ai nostri problemi esistenziali, a una nostra esigenza morale, ma non appartiene alla fisica né il suo concetto può essere usato per spiegare scientificamente la realtà. Se non presupponiamo vera l’esistenza di Dio e dell’immortalità dell’anima, possiamo ugualmente essere virtuosi ma non avremmo la ragionevole certezza della corrispondenza tra virtù e fede (del sommo bene).
Kant quindi distingue due mondi separati: il mondo fenomenico, della scienza, e quello della morale, cioè noumenico. Però l’uomo vive come entità unica, quindi ha bisogno che nelle scelte di vita che fa uno i questi ambiti abbia la prevalenza sull’altro. Visto che noi viviamo come esseri morali e non semplicemente come esseri organici, Kant afferma il “primato della ragion pratica” rispetto a quella della ragion pura.

Il giudizio estetico e il giudizio teleologico
La terza Critica è di fondamentale importanza in particolare sull’estetica romantica. La Critica del Giudizio muove dal bisogno di trovare un senso del mondo, in modo che la realtà concreta si accordi con quella noumenica.
Kant distingue il giudizio determinante, che è relativo alla conoscenza e costruisce il mondo fenomenico e nel quale sono dati sia il particolare sia l’universale, e il giudizio riflettente, nel quale viene dato solo il particolare, mentre l’universale va cercato. Nell’ambio del giudizio riflettente si distinguono giudizio estetico, che si interroga sul senso della bellezza, e il giudizio teleologico, che si interroga sulla finalità della natura. I giudizi riflettenti non producono conoscenza, perciò essi riguardano solo la possibilità e la speranza, non la certezza.
Kant fonda la bellezza e la finalità della natura sul soggetto, compiendo quindi un rovesciamento (“rivoluzione copernicana”): la bellezza non è nelle cose ma è un sentimento soggettivo soggettività. Però il giudizio estetico è comune a tutti gli uomini universalità. Il piacevole invece è legato alla sensibilità e quindi alle caratteristiche dell’individuo. La “stranezza” della soggettività insieme all’universalità del giudizio estetico è giustificato dal fatto che il sentimento del gusto non deriva dall’esperienza, ma è una struttura a priori e come tale comune a tutti gli uomini.
Ciò che è definibile “bello” e non soltanto “piacevole”, lo è universalmente. (es. un tramonto o una rosa suscitano in ogni uomo un sentimento di armonia e serenità, per tutti gli uomini di ogni luogo e ogni tempo).
Kant dà una definizione di artista che influenzerà molto il Romanticismo: nell’artista, accanto all’elemento razionale e intenzionale, sussiste una produttività spontanea e inconscia, che costituisce un’inesauribile attività di interpretazione (questo tema verrà particolarmente sviluppato da Schelling).
L’estetica kantiana interpreta il bello come un accordo della natura con il nostro sentimento del gusto, come se la natura stessa fosse il proprio punto di riferimento dunque estetica e moralità sono strettamente collegate (altro tema del Romanticismo).
Kant definisce il bello in relazione alle 4 classi che raggruppano le dodici categorie:
1. QUALITÀ: il bello è “ciò che piace senza interesse” cioè non si identifica né con l’utile, né con il piacevole, né col bene, ma è disinteressato.
2. QUANTITÀ: il bello è “ciò che è rappresentato senza concetto, come l’oggetto di un piacere universale”. “senza concetto” significa che non si può spiegare perché qualcosa è bello perché poggia sul sentimento e non sull’intelletto. Un “piacere universale” perché ciò che è bello lo è per tutti.
3. RELAZIONE: la bellezza è la “forma della finalità di un oggetto, in quanto questa vi è percepita senza la rappresentazione di uno scopo”. Quindi la bellezza di un’opera d’arte non è data dal suo contenuto ma dall’armonia formale tra le parti.
4. MODALITÀ: il bello è “ciò che, senza concetto, è riconosciuto come oggetto di un piacere necessario”. Anche il piacere estetico è necessario quindi è possibile formulare giudizi di gusto che abbiano validità universale.
Kant distingue dal bello il sublime; esso deriva da spettacoli disarmonici, che atterriscono e sconcertano ma mettono l’individuo di fronte a se stesso e lo rendono cosciente della propria dimensione spirituale. Siccome il sublime è spiacevole, il piacere che ne deriva è indiretto. Il sublime si distingue in sublime matematico, suscitato dall’immensamente grande (es. cielo, mare…) e sublime dinamico, provocato dall’immensamente potente (es. terremoto, tempesta…). Il bello e il sublime sono giudizi riflettenti cioè privi di concetto, sono soggettivi e si riferiscono alle relazioni del soggetto, non all’oggetto in sé. Il sublime ha però un grado di soggettività maggiore rispetto al bello perché tocca proprio le corde dell’autocoscienza. Il giudizio del bello ha come oggetto le cose, mentre il giudizio del sublime ha come oggetto l’interiorità.
Giudizio teleologico
Il bello indica un rapporto tra la natura e l’uomo che lascia sperare in una dimensione noumenica, una consonanza tra l’uomo come soggetto e la natura in sé. Qual è il senso della vita? Se il mondo fosse regolato solo dalla causa efficiente, non vi sarebbe un senso nel mondo; il noumeno, cioè la realtà in sé, resta inconoscibile ma è l’orizzonte della nostra esistenza, il mondo in cui viviamo.
Osservano il mondo naturale, per esempio un albero, possiamo leggervi 3 finalità distinte: esso riproduce la specie, produce se stesso attraverso la crescita, e conserva se stesso. Tutti gli organismi presentano queste finalità. Il giudizio teleologico non sostituisce la conoscenza scientifica, ma la scienza non spiega tutto perciò quello che la scienza non spiega, il giudizio riflettente può immaginarlo o ipotizzarlo, anche se non potrà mai dimostrarlo.
Kant si interroga sullo scopo finale dell’esistenza di un mondo; se c’è un fine nel mondo, questo deve essere di tipo morale, e l’unico essere morale è l’uomo l’uomo è quindi il fine ultimo della creazione. Si tratta però solo di una “ragionevole speranza”: ragionevole perché è sostenuta da argomenti razionali, speranza perché riguarda l’ambito noumenico, che sfugge alla conoscenza scientifica.

La religione, la storia e il futuro dell'umanità
La morale è anteriore alla religione e conduce ad essa, quindi non ne dipende e non ne deriva. I principi del cristianesimo sono gli stessi della morale naturale, raggiungibile solo mediante la ragione umana. L’uomo tende per natura al male, dopo il peccato originale, e lo sviluppo storico è visto come lotta tra l’inclinazione al male data dal peccato e quella al bene legata alla natura originaria dell’uomo. Questa lotta trova il punto di svolta in Cristo. Condividendo la regola che sostiene che ognuno può scegliere il bene (=“ama il prossimo tuo come te stesso”), si forma la comunità morale. La progressiva costruzione di questa comunità è parallela alla concezione kantiana della storia, vista come sviluppo politico simile nella dinamica a quello morale. L’interpretazione della storia si basa sulla prospettiva del progresso guidato dalla realizzazione della moralità. La storia è quindi vista come progressiva realizzazione della libertà e della ragione, orientate verso una moralità sempre più diffusa e basilare per la convivenza civile. L’uomo che agisce allo stato naturale è caratterizzato dall’egoismo, che non è negativo perché lo porta ad associarsi agli altri per garantire meglio la soddisfazione dei propri bisogni. La storia è intesa come progresso all’infinito simile a quello individuale, fino ad arrivare ad una condizione chiamata da Kant “pace perpetua”. A questo livello vengono superate le divisioni nazionali per costruire un unico governo mondiale di Stati federati che risolve pacificamente le controversie tra i popoli e li avvicina gradualmente in un processo progressivo di unificazione di tutta l’umanità.

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