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Martin Heidegger (Le opere del secondo periodo)

Heidegger avrebbe dovuto pensare a redigere la seconda parte dell'opera "Essere e tempo", che però non fu mai scritta. Egli sostiene di non averla potuta scrivere perché gli era mancato il linguaggio: il linguaggio della metafisica tradizionale non consente di affrontare in termini adeguati il tema dell'essere. Per questo motivo occorre una svolta (Kehre), un riordinamento del pensiero rispetto alla metafisica tradizionale. Il problema che rende inadeguata la metafisica è che da Platone in poi è stato travisato il senso di verità e di essere. Per i presocratici la verità era "aletheia", ossia il non-nascondimento e svelamento: l'iniziativa non spetta all'individuo che cerca la verità, ma spetta all'essere che si disvela. Rivelare significa "velare due volte": proiettiamo sulla cosa le nostre categorie e le reinterpretiamo. La colpa è, dunque, di Platone perché egli ha pensato l'essere come presenza e non come disvelamento della verità. Questo è un grave errore perché, in questo modo, l'essere ha finito col venire concepito come una cosa e bisogna ricordare che le cose si danno agli uomini nella forma dell'utilizzabiltà, in funzione di strumenti. Se tutto è utilizzabile, l'unico modo per approcciarsi è la tecnica; ma quando si è giunti al dominio planetario della tecnica, si è perduto il senso della differenza tra cose e essere. La Kehre (svolta) di Heidegger corrisponde ad un mutamento di prospettiva in virtù del quale la questione dell'essere non è più inadeguata dal punto di vista dell'esserci ma dal punto di vista dell'essere stesso e da un tentativo di ridefinire l'essere. Heideggere considera responsabile la convinzione platonica (quindi l'orientamento metafisico dell'Occidente) che l'essere vada pensato come ente e, da qui, lo smarrimento della differenza ontologica tra essere ed enti. L'essere, invece, secondo Heidegger è ni-ente (cioè non-ente): questo riporta alla questione del nulla che riguarda l'esserci. L'esserci è un fondamento infondato (grund abgrund): è fondamento perché consente al mondo di mondificarsi (le cose esistono in relazione all'esserci); infondato perché è gettato nel mondo e non ha alle spalle alcun che che lo giustifichi. Così è assenza di fondamento, quindi libertà. A partire da questa assenza di fondamento, Heidegger ridefinisce l'essere: l'essere è ni-ente, cioè non-ente. L'essere è ciò in virtù del quale l'ente si rende visibile. L'essere, che coincide con il nulla, è "radura" (lichtung), cioè uno spazio che si apre nel fitto del bosco e consente di vedere ciò che c'è nel bosco. E' un nulla per il quale gli enti sono visibili. L'essere è quindi l'orizzonte entro cui gli enti si danno e si rendono visibili. Heidegger respinge l'idea della verità come "adeguatio rei et intellectus", cioè come corrispondenza tra cose e pensieri (idea e soggetto). Questa idea, secondo Heidegger, non è il significato originale perché tale corrispondenza può avvenire solo se già c'è stata l'apertura dell'essere all'ente. L'idea della verità come corrispondenza nasce già in Platone in quanto le idee vengono colte dallo sguardo dell'uomo (idea -> id -> orao -> vedere). Da Platone in poi è il soggetto che "vede" la verità e va alla ricerca di essa, al contrario per i presocratici, per i quali la verità si svela da sola (aletheia) e non il soggetto che la rivela. La verità è un disvelarsi e nascondersi. Questo significa che Heidegger decentra il "focus" della riflessione dal soggetto all'essere: non è centrale l'uomo, che è solo un tramite dell'essere; è l'essere che prende l'iniziativa di svelarsi. Proprio nell'ultimo anno di conflitto bellico, Sartre pubblica il discorso di una conferenza intitolato "L'esistenzialismo è umanismo", nel quale afferma che al centro dell'agire di una realtà, nella quale non esiste un dio, c'è l'uomo. Successivamente Sartre manda a Heidegger il testo del discorso convinto che Heidegger potesse identificarsi in quelle posizioni. Heidegger risponde con una "Lettera sull'umanismo" nel '47, nella quale afferma che per lui al centro non c'è l'uomo, che è solo un veicolo dell'essere. Heidegger è quindi una delle figure più importanti dell'anti-umanismo. La filosofia di Heidegger si può dire "post-umana", perché pone prima dell'uomo altre strutture.

Heidegger legge l'intera storia della metafisica da Platone in poi come un percorso di progressivo oblio dell'essere. Lo smarrimento della differenza ontologica porta a dimenticare l'essere, fino a renderlo nulla, sicché la metafisica coincide con il nichilismo. Un punto di svolta per la metafisica è Cartesio, con il quale incomincia il processo di antropomorfizzazione con il quale la verità viene identificata con il soggetto (es. l'evidenza): la realtà e la sua conoscenza riposano sul soggetto. Così si ha un allontanamento da una prospettiva basata sull'essere, a vantaggio di una basata sull'uomo. Il culmine è Nietzsche a cui Heidegger opera un'opera monumentale, di più di mille pagine, nella quale l'autore afferma che Nietzsche lo ha distrutto. In Nietzsche il progresso di soggettivazione raggiunge il suo culmine. Nietzsche era un nemico della metafisica, tuttavia secondo Heidegger, Nietzsche rappresenta invece il compimento della metafisica occidentale perché l'oltreuomo e la volontà di potenza posseduta ed espressa in sommo grado, rappresentano il potenziamento estremo della centralità del soggetto in quanto esso è in grado di modellare la realtà secondo i propri istinti. Nietzsche è il filosofo della tecnica, "di quel dispositivo che domina su scala planetaria l'epoca in cui viviamo e domina il mondo". Heidegger scrive un'opera sul fiume Reno, nella spiega l'irregimentazione del fiume trasformato in fonte di energia, espressione del controllo della natura da parte dell'uomo. Il superuomo della metafisica deve costituirsi ponendo la domanda sull'essere, senza pretendere di poterlo definire. L'essere consente all'arte di manifestarsi; quindi l'essere è l'orizzonte entro cui gli enti le cose prendono senso. Il concetto più proprio è questo e l'essere è evento: l'essere si dà all'uomo e il suo farsi evento riconfigura gli enti e ne ristruttura il significato. L'essere è evento e il suo farsi evento corrisponde alle diverse epoche che si succedono, cioè l'eventualizzarsi dell'essere istituisce le varie epoche, le rende possibili, senza identificarsi con esse. L'iniziativa spetta all'essere. Tuttavia uomo ed essere sono co-essenziali ("il mondo non può essere ciò che è e come è grazie all'uomo, ma non può esserlo nemmeno senza l'uomo"). All'uomo dunque viene assegnato il compito di custodire l'essere, anche se l'iniziativa è dell'essere e non dell'uomo. Infatti la posizione di Heidegger è anti-umanistica: l'uomo non è padrone dell'ente, ma pastore dell'essere, colui che ne custodisce il disvelarsi: l'uomo è gettato dall'essere stesso nella verità. L'avvento dell'ente riposa nel destino dell'essere, che inviandosi permette il disvelamento degli enti.
Il ruolo che Heidegger assegna all'uomo è quello di pastore dell'essere, cioè di colui che consente il disvelarsi dell'essere, del quale se ne fa custode. Non è un ruolo passivo: essere e uomo sono coessenziali. In questa prospettiva Heidegger rilegge in chiave ontologica l'analitica esistenziale di "Essere e Tempo": per esempio, ridefinisce il termine di deiezione come una forma di esistenza conseguente all'oblio dell'essere. Soprattutto, questa nuova interpretazione dell'essere si esprime nella concezione di Heidegger dell'arte e del linguaggio. L'arte è evento dell'essere: Heidegger scrive che l'arte è la messa in opera della verità. Quindi la verità si disvela attraverso l'arte e attraverso il linguaggio: nel linguaggio chi parla non è l'uomo, ma è il linguaggio stesso a parlare. L'uomo è solo un tramite del linguaggio, che dà voce all'essere.
Tale interpretazione del linguaggio è antiumanistica e ricorda una posizione che andava definendo lo strutturalismo (Levi Strauss e Foucault). Infatti, anche per lo strutturalismo esistono strutture dalle quali l'uomo è condizionato (come la parentela, nelle società primitive). L'opera d'arte è quindi la messa in opera della verità, che trova un suo disvelamento e mostra gli enti, ma questo disvelamento è intrecciato con il nascondersi. La forma d'arte in questa forma di linguaggio è la poesia: per Heidegger ogni forma d'arte è poesia (dichtung), ma la poesia, in senso specifico, è la forma di disvelamento dell'essere più autentica perché nella poesia il linguaggio perde il suo carattere denotativo e vale per il suo valore fonico, allusivo ed evocativo. Il particolare, il poeta che Heidegger esamina più attentamente è Hoelderlin. Il linguaggio è struttura nel senso che non può essere trasceso e l'uomo non può esistere al di fuori del linguaggio: l'essere si trova sempre dentro una dimensione linguistica e l'apertura al mondo avviene sempre all'interno di questa dimensione linguistica pre-data, a cui l'uomo non può sfuggire. "Nessuna cosa è dove la parola manca": per Heidegger è la parola che dà consistenza alle diverse circostanze e, in assenza di parola, non c'è nemmeno la cosa.
Il linguaggio poetico fornisce ad un popolo la sua identità: è una sorta di pre-condizione per gli altri linguaggi. Esso ha una specifica valenza filosofica, tanto che Heidegger parla di pensiero poetante, cioè un pensiero che, facendosi poesia, si avvicina all'essere. Nietzsche e Hoelderlin sono i riferimenti di Heidegger. Dire che l'essere si disvela nel linguaggio significa convertire l'ontologia in ermeneutica (cioè interpretazione), di cui Heidegger è il principale esponente assieme al suo discepolo Gadamer. Il compito dell'ermeneutica è quello di interpretare il linguaggio e arriva all'essere come differenza; cioè sta oltre le interpretazioni dell'uomo. Il compito dell'ermeneutica non è mai concluso, perché deve preservare la differenza dell'essere. L'essere e qualunque testo può essere interpretato all'infinito. Per Heidegger la tecnica è il compimento della metafisica, che produce l'oblio dell'essere, dando campo libero alla manipolabilità del reale.
La tecnica ha un'essenza non tecnica, cioè è uno dei modi con cui l'essere si disvela. Nel mondo antico, la tecnica era produzione, ossia accompagnava il disvelarsi delle forze naturali, e nella contemporaneità è pro-vocazione perché la natura è il deposito delle forze naturali. La natura è un bestand, fondo da cui ricevere risorse. Si estraggono dalla terra i prodotti, a volte imposti, secondo programmazione tecnica. Per Heidegger, Gestell significa impianto, produzione, e indica la tecnica in tutti i suoi aspetti. La tecnica è l'esito coerente con il dispiegamento della volontà di potenza. L'uomo così smarrisce la propria essenza, si considera "signore della terra" e crede che tutto è un suo prodotto. L'uomo è sé stesso che non incontra mai: l'uomo diviene il soggetto della manipolazione tecnica.
La tecnica non è fatta dall'uomo ma è un destino, una modalità del disvelamento e appartiene alla storia dell'essere. Nel dominio planetario della tecnica si rischia però di perdere l'essenza della verità, ma anche l'essenza umana. Heidegger non parla negativamente della tecnica, perché laddove c'è il pericolo, cresce anche ciò che salva. Quindi l'epoca della tecnica contiene in sé la possibilità della salvezza e l'uomo è colui che attende e custodisce il disvelarsi dell'essere. Il superamento della tecnica attiene per sempre all'essere. L'atteggiamento dell'uomo è quello dell' andenken, cioè del pensiero rammemorante che si sottrae all'oblio dell'essere e recupera la considerazione dell'essere rispetto all'ente. Ma la possibilità di questo pensiero è anch'essa dell'essere, sta in un suo nuovo disvelarsi.
All'uomo non rimane che attendere che il pensiero si renda disponibile alla manifestazione dell'essere, per cui il pensare è già un atto di gratitudine per l'essere ("Denken ist danken": pensare è ringraziare). Si potrebbe dire che questa fase del pensiero di Heidegger sia un recupero della dimensione religiosa. L'intervista rilasciata a Der Spiegel si intitola "Ormai solo un dio ci può salvare": non è il Dio della metafisica (ontologia) né il dio delle religioni. Heidegger intende dire che all'essere spetta l'iniziativa e solo nella sua manifestazione può aversi un avvento di Dio.

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