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Intorno agli anni Trenta Heidegger matura la cosiddetta “svolta”. L’esserci è ora interpretato come il luogo di apertura della verità dell’essere. L’oblio dell’essere è un carattere essenziale della metafisica intesa come l’accadimento dell’uomo. Esso fa parte essenziale della verità dell’essere. In due scritti, risalenti al 1930-31, Heidegger passa così dalla questione sul senso dell’essere alla questione sulla verità dell’essere. L’essenza della verità è la libertà, intesa come “il lasciar-essere l’ente”; la verità è il “dis-velamento” o “svelatezza” come “un venire alla presenza che si schiude” da parte dell’ente in totalità, ed è “custodita” nell’esistenza dell’uomo, e cioè dalla sua stessa libertà. Questa considerazione della verità porta con sé due importanti conseguenze: la prima è data dall’intendere il rapporto tra l’uomo e l’essere come lo stare esposti nell’aperto del disvelamento; la seconda è che custodire la verità vuol dire lasciare nel nascondimento l’essere stesso. La verità, dunque, non coincide mai solo con il manifestarsi delle cose, ma anche con lo svelarsi di ciò che resta velato, nel senso che esso si disvela proprio in quanto velato. L’errore, la non-verità, va visto come un’“erranza”, cioè un mancato riconoscimento del mistero della svelatezza/velatezza. Ma anche nell’oblio e nell’erranza è serbato il mistero, in quanto vero e proprio destino dell’essere stesso. Nei Contributi alla filosofia (Dall’evento) (1936-38) Heidegger afferma che l’“evento” dell’essere costituisce l’accadimento fondamentale della storia, il fondamento nascosto delle poche del pensiero e l’originaria coappartenenza di essere e uomo. Corrispondendo all’essere come evento, la filosofia è chiamata a trasformarsi nel “pensiero della storia dell’essere”.

Giunti alla fine della metafisica, cioè al momento del suo dominio più pieno, il pensiero scopre che gli enti sono stati “abbandonati” dall’essere, e che si impone il dominio degli enti, cioè la riduzione del mondo a calcolabilità, macchinazione, organizzazione tecnica. Questo abbandono rivela un tratto essenziale della verità nascosta dell’essere, che consiste proprio nel ritrarsi rispetto all’ente: l’essere “si essenza” nel ritrarsi. L’esserci diviene la “radura per il nascondersi” dell’essere, il luogo in cui viene custodito l’evento del ritrarsi dell’essere, cioè la sua verità. Superare la metafisica significa, dunque, per Heidegger, pensare l’oblio in quanto tale, come il destino dell’essere nella nostra epoca.

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