Mongo95 di Mongo95
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Viktor Frankl, in Homo patiens, distingue tra homo sapiens e homo faber, identificandoli come paradigmi dell’umano che inibiscono alla radice ogni lettura sensata della sofferenza e determinano un limite antropologico. Da un lato l’homo sapiens, il cui logos è da sempre tentato dall’onniscenza, caratterizzato e declinato in prospettiva scientifico-tecnica. In tale orizzonte luminoso e del logos, sofferenza e dolore appaiono incomprensibili, finquanto sono irriducibili a paradigmi categoriali del sapere, appaiono come non-senso, limite e fattura dell’umano. L’homo faber, egualmente inibente, ha come obiettivo di senso focalizzante e totalitario la prassi ordinativa e creatrice, l’uomo della technè, che applica ciò che l’homo sapiens ha colto sul piano teorico. L’epoca della tecnica ne dispiega ed esalta la superbia creativa, fino ad aggiungere alla tentazione di onniscienza anche quella di onnipotenza. Il dolore, su questo piano, rappresenta uno scacco alla sua logica interna, perché egli è l’uomo dell’obiettivo e del successo, del risultato, dell’efficienza produttiva. La sofferenza è un’impasse dell’ingranaggio. Interruzione, sfasatura e impotenza.

Come è dunque possibile integrare nella logica della vita questa zona d’ombra rappresentata dal dolore, che riemerge e permane al di là di ogni sforzo terapeutico? La proposta di Frankl è di riabilitare un terzo paradigma dell’umano, cioè quello dell’homo patiens [Alla ricerca di un significato della vita]. L’homo faber rappresenta l’uomo del successo e non conosce che due categorie, appunto successo e insuccesso, estremi tra i quali si dispiega la sua vita. Per l’homo patiens è tutto diverso, le sue categorie sono quelle dell’appagamento e disperazione. Egli può realizzarsi perfino nel peggiore insuccesso e nello scatto più disastroso, e così il realizzarsi è compatibile con l’insuccesso, come anche il successo è compatibile con la disperazione. Ciò dipende da una differenza dimensionale delle due coppie di categorie, due orizzonti di senso diversi. Nel primo non c’è spazio per sensatezza del soffrire, mentre nel secondo si. L’uomo patiens si sente dentro una passività originaria che qualifica il suo stesso esistere dal punto di vista ontologico e la qualifica come gravità radicale. Mentre passività e gratuità, per l’homo faber, sono assurdi, invece per l’homo patiens sono un dovere. Leggibili come tratto di assurdità dell’esistenza ma anche come un dono. Perché la pazienza rinvia da un lato al pathos, ma insieme anche alla fuoriuscita dalle chiusure del sé, per proiettarsi in una trascendenza che cerca di realizzare fuori di sé il significato, anche alla ricerca di quello assoluto. È un tentativo di auto-trascendenza estatica. L’uomo patiens è un ricercatore paziente di significato assoluto. Si scopre dunque che il nostro rapporto con gli altri e il mondo è originariamente un rapporto patico. Il paradigma patico dell’umano può rintracciare un senso possibile della sofferenza altrimenti del tutto inattingibili. Nel dolore si può sperimentare un esercizio di libertà del tutto singolare che è però insieme anche un disvelamento di se stessi. L’uomo che soffrendo matura se stesso matura di fronte alla verità. La sofferenza non ha solo validità etica, ma anche rilevanza metafisica, perché rende l’uomo perspicace e il mondo trasparente. La sofferenza ci disvela come esseri bisognosi di cura, e allo stesso tempo come esseri in grado di curare. Tale intreccio virtuoso si esprime al capezzale dell’umano soffrire, luogo di feconda reciprocità patica ed empatica, cioè di reciproca attenzione e benevolenza.

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