Mongo95 di Mongo95
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Il dolore appare oggi più che in passato inaccettabile e insopportabile, la soglia della capacità di affrontare e sopportare la sofferenza si abbassa, perché il dolore appare un evento che si fa sempre più indecifrabile. Sembra sempre più complicato attingerne un senso positivo, o un senso tout court. Il nostro tempo, qualificato come età postmoderna, età della fine delle grandi narrazioni, della crisi delle ideologie, in cui sono in difficoltà anche le grandi tradizioni religione, con la loro secolarizzazione. Block, filosofo marxista, afferma che il marxista fideista convinto soffriva e moriva con dignità per la sua causa, contribuendo all’avvento della società del futuro. Il credente autentico, finchè rimane tale, sente che questo suo dolore, talora sfigurato, rappresenta una misteriosa associazione al mistero del dolore del Cristo, quindi è carico di prospettiva salvifica. Oggi invece, nell’ambito della crisi generale, sembra verificarsi compiutamente la maledizione del dolore, la sua insensatezza profetizzata da Nietzsche, a conclusione di Genealogia della morale. L’uomo non sapeva giustificare e affermare se stesso, soffriva del problema del suo significato. Non la sofferenza in se stessa era il problema, bensì il fatto che il grido della domanda “a che scopo soffrire” restasse senza risposta. L’uomo in sé non nega la sofferenza, la vuole, la ricerca persino, posto che le si indichi un senso, un perché del soffrire. L’assurdità della sofferenza è stata la maledizione che fino ad oggi è dilagata su tutta l’umanità.

La vera sofferenza, in ultima analisi, significa infondo soffrire del problema del significato. Imbattersi nell’assurdo, nel suo non-senso. Che sembra non conoscere terapie.
La paura ossessiva del dolore è tipica della contemporaneità, e la fuga da esso, nei limiti in cui ciò è possibile, sembra la spia di due fughe ben più gravi: la fuga dal significato e la fuga dalla libertà. Nel primo caso si parla di una fuga che può apparire di primo acchito paradossale, in un’età come la nostra segnata dalla volontà di conoscenza totale, abitata dal bisogno di totalitarismo semantico, l’ansia di attribuire a tutto significato ultimo, definitivo e totale, riconducendolo entro un orizzonte di razionalità. Esprime l’intima consapevolezza di essere animali abitati da una competenza di attribuire significati, di essere capaci di essere donatori di senso. Solo che, oggi, spesso si ha l’esperienza di una frantumazione del significato, con conseguente frammentazione esistenziale che ci lascia in balia del non-senso e disorientati nel percorso esistenziale. La reazione può essere la fuga dal significato, per avveduta disperazione di poterlo raggiungere, quindi riduzione del proprio senso d’esserci ai contorni di ciò che è immediatamente presente, senza più futuro, fiducia per un tempo a venire, atteso e preparato. Assenza fallimentare di auto-trascendenza e di conseguenza una vita che si esaurisce completamente nell’infecondo esercizio del quotidiano, senza particolari e ulteriori prospettive di senso. Auto-sigillarsi in prosaicità prospettica che rappresenta l’asfissia della vita per assenza di significato. Ancor più in relazione alle due domande significative che pongono dolore e morte. Fuga dal significato che rende del tutto illeggibile la sofferenza, affidandosi ad un vitalismo sterile del carpe diem. La sfida del significato in rapporto alla sofferenza è sempre un affidamento gratuito ad una misteriosità innominabile, il senso della sofferenza rimanda sempre ad un’eccedenza per chi crede anche ad una trascendenza.
Ma c’è una seconda fuga, ancora più rilevante, che è quella dalla libertà. Può apparire anche in questo caso paradossale, in un’epoca come la nostra che è quella, almeno illusoriamente, dell’autoaffermazione individuale come dogma indiscutibile. Il problema è che l’esercizio effettivo della libertà richiama la responsabilità, l’uscita da sé per relazionarsi con gli altri, soprattutto l’accettazione libera della dipendenza. Proprio la sofferenza ci disvela e rivela questa seconda valenza della libertà come apertura di credito verso l’altro che non più nasconde e cede la propria indigenza e fragilità. Nell’esperienza della sofferenza si possono ristabilire quei legami interrotti e si può cogliere la radice della liberà anche nella dimensione dell’avere bisogna di, che non è affatto annullamento di sé ma affermazione riprovata di sé attraverso gli altri, ed essere davvero e paradossalmente liberi, non in una prospettiva falsa e narcisistica solipsistica. C’è quindi un nesso rilevantissimo tra libertà e dolore, e la rimozione di quest’ultimo è anche insieme questo profilo della libertà relazione dialogica, grazie alla quasi si scopre [Cohen] che la sofferenza è la più grande dignità dell’uomo, oppure che [Boenhoffer] che la sofferenza può liberare la libertà, togliendola da questa illusione presuntuosamente auto-affermativa in chiave idealistica e isolazionistica. Libertà dinnanzi al dolore che non ostenta la propria insostenibile autosufficienza storica. Dinnanzi al dolore [Marcel], lo storico resta chiuso in se stesso, senza dubbio si fortifica, ma non “irradia”. Egli ci presenta la più alta espressione di sublimazione dell’Io, si comporta e si orienta interiormente come colui che non ha prossimità, che dipende solo da sé e che risponde soltanto di se stesso.

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