Mongo95 di Mongo95
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Se guardiamo all’evoluzione della storia della filosofia e del pensiero tra fine Ottocento e inizio Novecento, si può vedere, assestandosi sulla cultura filosofica in area tedesca, come questo periodo sia caratterizzato da un preponderante ritorno a Kant, cagionato fondamentalmente da due ordini di problemi:
a. La crisi che coinvolge le grandi sistematiche filosofiche che avevano permeato la cultura nella temperie della filosofia classica tedesca
Crisi già enucleata verso la seconda metà del secolo da parte di Kierkegard (Critica a Hegel), che la esprime accusando Hegel di aver costruito un bel castello, costringendoci però ad andare a vivere nel fienile. La crisi delle grandi sistematiche implica l’impossibilità di ripensare un sistema olistico del sapere.
b. Il riduzionismo operato dal positivismo, che dà dignità soltanto alle scienze positive.
Lo sviluppo di una mentalità volta alla costruzione di una sistema di filosofia positiva (come in Comte), che si basi su dati oggettivi.

Tutto ciò comporta un ripensamento di sé della cultura filosofica, che si traduce in un appello al ritorno ad una fondazione, sia conoscitiva-teoretica che ontologica, la domanda circa la condizione di possibilità del sapere filosofico. Domanda che è orientata ad una ripresa di tematiche specificamente kantiane, che si articola in due tendenze fondamentali:
1. Istanza di ritorno ad un pensiero critico
Viene esemplificata da due scuole neokantiane. Abbiamo quella di Marburg, che ha volontà di ripensare le condizioni di possibilità della conoscenza sulla base di tre ambiti particolari, cioè psicologia, logica e teoria simbolica. Poi c’è la scuola del Baden, che si innesta a Heidelberg, caratterizzata all’appello e richiamo a una fondazione metodologica delle scienze, cioè il metodo che attiene e soggiace alle varie forme del sapere umano. Si va quindi a distinguere il sapere in due gruppi: scienze nomotetiche che pongono delle forme di riferimento, delle leggi di invarianza (Naturwissenschaften); scienze ideografiche, che descrivono il particolare elemento specifico rifacendosi a leggi di varianza (Geisteswissenschaften)
2. Crisi del modello giusnaturalistico
Quel modello che in qualche maniera era stato alla base di quelle sistematiche filosofiche che ora sono crollate, modello che era rimasto sostanzialmente indiscusso per molti esponenti della filosofia classica tedesca. La nuova epoca dovrebbe riconoscere come la nozione che il giusnaturalismo dava per scontata, cioè l’esistenza di costanti universali all’interno della natura umana, al cospetto della riflessione di sé che la storia fa e che deve fare, entra in crisi. Come si può pensare di considerare assoluto e quindi universalmente valido un contenuto che è ricavato dalla storia, e che quindi come tale è soggetto alle leggi di transitabilità e peribilità tipici dei concetti storici? Una critica della ragione storia dunque.
Dilthey si pone il problema di una giustificazione della validità conoscitiva delle scienze dello spirito. La risposta va in una duplice direzione: da una parte può essere attestata unicamente dal fatto che esse hanno a che fare con l’elemento concreto dell’esperienza vissuta, cioè un Erlbeniss piuttosto che un Erfahrung. Esperienza che proviene dal nostro stesso vissuto, che non va verificata empiricamente ma ha carattere di immediatezza e intendibile anche aprioristicamente, cioè l’esperienza delle scienze dello spirito; piuttosto che l’esperienza empirica, mediata e riflessa, cioè l’esperienza delle scienze della natura. Le scienze dello spirito producono un sapere che non è di tipo causale, cioè orientato alla spiegazione (Erklären), ma piuttosto la comprensione immediata nei suoi contenuti, un Verstehen. È una contrapposizione tra queste due scienze: intendere invece che spiegare.

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