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Tillich - Inquadramento storico


Paul Tillich (Starzeddel, 1886 – Chicago, 1965), teologo e filosofo protestante, apporta il suo maggior contributo alla storia della filosofia nel periodo di attività accademica che si snoda negli anni ’20 del Novecento, che troverà il suo apice nel saggio Il demoniaco. Contributo a un’interpretazione del senso della storia (1926).
Si tratta di un’epoca travagliata, interludio tra due distruttive guerre globali e caratterizzata da diffusa crisi in molteplici ambiti, a cui è ascrivibile un particolare clima di esaurimento intellettuale , indissolubilmente legato alle svolte storiche, ma non solo: i problemi della filosofia ereditati dal pensiero dell’Ottocento si infrangono in una crisi strutturale, con lo sfaldamento del modo abituale di concepire i concetti e le categorie tipici della precedente visione del mondo. Tale situazione può – e deve – essere superata unicamente percorrendo una strada di riforma, in una trasformazione radicale che tenga conto delle nuove dimensioni del conoscere . Assecondare dunque gli impulsi della psicologia del profondo, della fenomenologia, delle filosofie vitalistiche, nonché delle avanguardie politiche e artistiche, facendo proprie le nuove categorie da esse introdotte.
Ciò si riflette anche nella cultura religiosa e, segnatamente per la teologia protestante, emerge la questione del rapporto tra filosofia della storia e metafisica. La ricerca di soluzioni a tale preoccupazione muove inizialmente dalle coordinate dello storicismo, quella tendenza tardo-ottocentesca il cui maggiore esponente fu Wilhelm Dilthey, che pose la Storia e la sua specificità al centro di un’interrogazione epistemologica, un particolare oggetto di ricerca che richiede nuovo e diverso approccio (in una critica della ragione storica) .
In ambito religioso-protestante, è nel pensiero di Ernst Troeltsch a svilupparsi un primo intreccio tra dimensione teologica e storica, per abbandonare un concezione sovrannaturalistica della posizione del cristianesimo nella storia (specificamente nella storia delle religioni), ripensando la metafisica muovendo dalla realtà storica, considerando la non netta distinzione tra naturale e sovrannaturale. Tale visione viene messa in dubbio però dagli stessi accadimenti storici, nella loro drammaticità, al punto che dopo la Grande Guerra emergono considerazioni contrarie, cioè antiumaniste e sovrannaturaliste, come la teologia dialettica di Karl Barth, che in Der Römerbrief (1919-22) predica l’infinita differenza qualitativa tra Dio e l’uomo, duplice e inconciliabile realtà che si manifesta nella rivelazione di Cristo. Ciò porta a rinunciare al metodo storico-critico dell’analisi biblica, proprio in virtù di una nuova concezione che intende comprendere l’uomo a partire da Dio, quindi alla luce della grazia, tramite la dottrina dell’ispirazione. Negli anni ’20 lo stesso Troeltsch denuncia criticamente lo storicismo, in particolare la visione di Dilthey (Lo storicismo e i suoi problemi, 1922), minacciato da relativismo conseguente l’introduzione nell’interpretazione dei fenomeni storici del principio dell’individualità, che va neutralizzato tramite l’individuazione della logica delle intuizioni storiche individuali. La ricerca storica deve per necessità procedere parallelamente al suo oggetto, da cui è condizionata, ambito di un compromesso etico tra responsabilità e intenzione degli agenti nell’insieme delle circostanze storiche in cui l’azione si articola (storicità dell’etica).
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