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Drewermann - Angelologia e psicologismo


Le tesi demitizzanti si possono rovesciare in una prospettiva iper-mitizzante, come quella di Eugen Drewermann. L’affermarsi del mito, e in particolare del mito dell’Angelo, è da salutare con soddisfazione, perché il mito è sempre in rapporto a momenti decisivi dell’esistenza umana. In esso però agisce il pericolo originario di divinizzare la natura è di cadere in balia di essa.
Il rischio è che l’equilibrio polare torni ad essere sconvolto, che riemerga un religioso del tutto autonomo, che non può che trasformare anche l’Angelo in un idolo. È l’attivismo della psicologia del profondo intorno agli angeli colti come fondamentali immagini dell’inconscio, come archetipi, che rischia di ridurre la stessa religione al puro e semplice rapporto con gli archetipi. Accanto alla tendenza demitizzante, ne è apparsa una seconda che ha trasposto la figura dell’Angelo in un’entità mitologica. Jung, nel postulare un inconscio collettivo, discute mitologia e religione in termini di immagini primordiali insite nell’inconscio collettivo che ciascun uomo eredita. Nella moderna psicologia l’immagine mitica di angeli e demoni assume significato nuovo e nuova ragion d’essere, trova propria originale legittimazione. Ma, psicologicamente, deve essere chiaro che tutte le apparizioni vanno intese come parti o complessi autonomi della psiche umana. Parlando della leggenda di Tobia e dell’Angelo di Dio, Raffaele, Drewermann afferma che è il simbolo della guida e dell’accompagnamento nel viaggio pieno di pericoli alla ricerca della felicità della propria vita. È una sorta di medium della guida divina. A prescindere della questione teologica se gli angeli esistano “veramente”, ossia indipendentemente dalla psiche umana, la figura dell’angelo in senso psicologico compare ogni volta che qualcuno prende la coscienza dell’immagine della propria essenza, del “parente interiore”. L’angelo simboleggia la forza della personalità, la verità della propria essenza, scoperta della propria profondità autentica e silente accompagnatore verso la maturità. Non esprime dunque una realtà storica, un evento, ma dal punto di vista della psicologia del profondo vive in ognuno di noi. Drewermann sostiene che si dovrebbe rintracciare nei racconti biblici quelle verità che possono esserci comunicate soltanto utilizzando racconti astorici e che in tal modo possono valere sempre e dovunque. Sarebbe un gran guadagno se riuscissimo a leggere la Bibbia alla luce della psicologia del profondo, capendo che è un libro che insegna a considerare la vita umana con gli occhi di Dio come una fiaba meravigliosa.
Nella stessa direzione si pone la lettura simbolica degli angeli e dei demoni quali veicolo ed espressione di verità più profonde. Per esempio, Ricoeur vene il diavolo come figura e rappresentazione simbolica del male che ogni uomo introduce nel mondo con la propria colpa, la concrezione del male di cui tutta l’umanità dalle origini ad oggi è in diversi modi corresponsabile, una sorta di radicalizzazione del “male radicale” kaniano. Ma leggere angeli e demoni solo come simboli o peggio ancora come semplici rivestimenti mitici di proiezioni del proprio inconscio vuol dire ridurli a personificazioni di realtà psicologica, vedere in essi l’interpretazione di realtà di cui la psicanalisi dovrebbe fornirci la chiave. Il mito dell’Angelo torna così ad invadere in modo totale l’ambito della fede.
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