Mongo95 di Mongo95
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Bergson vuole una teoria che concili armonicamente dualità e identità tra materia e spirito, senza compromettere l’unità della durata. È “l’evoluzione creatrice”. Si vuole cogliere la vera natura della vita, facendo della filosofia un “evoluzionismo vero” che segua la realtà nel suo autentico generarsi e accrescersi.
La durata non è una semplice proprietà della vita, bensì è ciò che ne costituisce la più intima essenza: la vita stessa, l’intera esistenza, è durata. Si ha una continuità del cambiamento: alla base dell’evoluzione si ha una continuità creatrice. La vita è così assimilata a una corrente che produce un progresso continuo. Evoluzione significa allora registrazione continua della durata. Dato questo carattere unitario e continuo della vita, l’evoluzione si presenta come un’unica indivisibile storia, in cui non è possibile prevedere in anticipo le forme che essa prenderà e produrrà. Bisogna pensare l’evoluzione creatrice della vita a partire da un unico principio: lo slancio vitale, cioè l’unità primitiva della vita da cui si dipartono, differenziandosi, le diverse linee del processo evolutivo. La vita dunque non è altro che la continuazione di un unico e identico slancio che si suddivide in linee evolutive divergenti.

Negli animali, il processo evolutivo si è separato nelle due linee:
i- Artropodi, culminanti negli insetti: linea che ha condotto all’istinto, facoltà di utilizzare e costruire strumenti organici --> conoscenza “incosciente e usata”
ii- Vertebrati, culminanti negli uomini: linea che ha condotto all’intelligenza, facoltà di fabbricare e usare strumenti artificiali --> conoscenza “cosciente e pensata”
Sono due diversi modi di affrontare uno stesso problema, cioè quello di poter agire sulla materia. L’istinto coglie immediatamente le cose, l’intelligenza invece conosce solo i rapporti tra le cose. All’intelligenza è così preclusa la comprensione della vita: per esigenze vitali e pratiche, essa tende a solidificare la realtà, rappresentandosi il divenire come una serie di stati giustapposti gli uni agli altri, fissi e immobili. La scienza sembra così porsi all’esterno della vita, mentre l’istinto mantiene il contatto con la realtà seguendone il suo stesso fluire e divenire. A cogliere la vita nella sua essenza profonda perviene solo l’intuizione, ovvero quell’istinto, che con l’ausilio dell’intelligenza, diventa cosciente di sé, disinteressato, non più legato all’urgenza di scopi pratici di adattamento, capace finalmente di riflettere sul proprio oggetto.
Spiegare la “genesi ideale” dell’intelligenza significa spiegare insieme la genesi della materia. Essa si origina dallo stesso slancio vitale da cui deriva parallelamente l’intelligenza: essa risulta dall’inversione, dall’arresto del movimento dello slancio creatore. La vita allora si esplica attraverso due movimenti opposti:
a. Materia, massima distensione della tensione originaria dello slancio creatore, nell’estensione “spazio”
b. Prosegue il movimento vitale, dando vita alla creazione di forme nuove e imprevedibili
Lo slancio vitale è dunque un atto creatore, e non una cosa che crea delle cose. L’evoluzione creatrice vuole offrire la soluzione definitiva al problema della dualità tra materia e spirito: sono due sensi della vita, due direzioni opposte di una stessa e unica realtà. È la durata che si sdoppia dall’interno, e si differenzia nello stesso momento in cui si esplica. Si può così ridefinire più chiaramente il rapporto tra scienza e filosofia: la scienza, dal momento che abbraccia una parte della realtà, attinge certamente all’assoluto e può dunque aspirare come la metafisica alla verità. E se materia e spirito non sono altro che due direzioni dello stesso slancio creatore, scienza e metafisica possono ricongiungersi e dare vita ad un rapporto fecondo.

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