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Tempo e durata


Nella critica e nella ripresa della teoria dell'evoluzione ha dunque un ruolo essenziale quel concetto di durata che Bergson aveva elaborato in uno dei primi tra i suoi scritti (Saggio sui dati immediati della coscienza) e che comporta una presa di posizione polemica contro un'altra tendenza largamente diffusa nell'età del positivismo: la psicologia di tipo associazionistico.
Analizzando i dati immediati della coscienza Bergson rileva infatti che questi dati non si presentano mai all'esperienza vissuta nella forma di «parti» singole e isolate di cui la coscienza sarebbe il semplice aggregato o la somma; al contrario, la coscienza è un'unità profonda e complessa dove solo l'analisi introduce rapporti di discontinuità. Inoltre le discontinuità e quindi i rapporti di tipo meccanico possono esserci soltanto tra entità spaziali il cui rapporto può essere reversibile, e non nel tempo vissuto dove ogni momento è intrinsecamente qualificato dalla sua unità con tutti gli altri. La vita, e anche la vita della coscienza, non è mai un processo come quello della clessidra che basta rovesciare perché ricominci da capo a scandire una successione perfettamente identica a quella precedente. Per comprendere il tempo vissuto, ossia la durata effettiva e interna della coscienza, bisogna distinguerlo nettamente dal tempo spazializzato (quello della clessidra, dell'orologio, ecc.) che serve unicamente per scopi pratici e scientifici, ma non ha nessuna consistenza reale; infatti il tempo spazializzato è frutto di una operazione dell'intelligenza che riduce all'omogeneo (e quindi a distinzioni e rapporti soltanto quantitativi e misurabili) quello che in realtà, come durata, è sempre intrinsecamente diverso, incommensurabile, qualitativamente eterogeneo. Anche in Bergson, come in Boutroux, si ha quindi un ridimensionamento delle pretese del meccanicismo e in generale della scienza quale riduzione delle qualità delle cose a rapporti puramente quantitativi; ma in Bergson questo ridimensionamento viene motivato con un'ampia e approfondita analisi della vita cosciente e delle sue fasi piú delicate e complesse. Tra queste ha una funzione determinante la memoria, che è veramente la dimensione propria della coscienza e distingue nel modo piú radicale la durata dal tempo spazializzato. In ogni istante della nostra vita, tramite la memoria, confluisce l'intero nostro passato, e questo spiega perché la durata, come tempo vissuto, sia irreversibile. Anche quando la nostra coscienza si rivolge di nuovo al medesimo oggetto, come quando, per es. torniamo in un luogo conosciuto, rivediamo una persona o rileggiamo una pagina, non possiamo piú ripetere l'esperienza precedente, perché l'esperienza attuale è condizionata e qualificata dal ricordo di quella precedente. Nessuna fase della vita cosciente presenta quindi quei caratteri di sostituibilità e di reversibilità che sono propri delle successioni di termini puramente quantitativi e tra loro discontinui.
L'accentuazione dell'importanza della memoria come condizione qualificante e costitutiva della coscienza, accentuazione che corrisponde a tratti caratteristici della letteratura e dell'arte del tempo, in Bergson si fonda pure su una aperta polemica contro tutte le tendenze materialistiche volte a ridurre la memoria (e quindi la coscienza) a un organo specifico (il cervello) e a localizzarla in esso. Tra il cervello e la memoria esiste, secondo Bergson, un rapporto di «solidarietà» come tra la punta e la lama di un coltello, ma non mai di «identità»; questo rientra, per Bergson, nel quadro piú vasto di una concezione della materia non come realtà autonoma e autosufficiente bensí come momento e aspetto interno del divenire della vita. Se infatti la vita è caratterizzata da slancio, da invenzione, occorre però riconoscere nella vita anche un' opposta tendenza ad arrestarsi, a cristallizzarsi, ed è questa tendenza chiamare materia.
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