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Adorno - Libertà e imperativo categorico kantiano


Facendo riferimento al modello di Kant, si individua stretta correlazione tra volontà e libertà: se la volontà è l’unità normativa di tutti gli impulsi sia spontanei che determinati razionalmente, la libertà è la possibilità di tali impulsi. Ma non appena si adottano soluzioni di tal genere, la questione di libertà e volontà viene ridotta alla decisione del singolo individuo, che viene slegato dalla società, la quale invece obbedirebbe all’inganno di un puro essere assoluto.
Un tale presunto soggetto è però mediato in sé da ciò da cui esso si distingue, cioè la connessione, appunto sociale, di tutti i soggetti, diventando paradossalmente l’opposto della volontà come unità normativa: eteronomo. L’integrazione della società si fa irresistibile, in quando l’interesse dell’individuo per la sicurezza offerta paralizza una libertà che viene ora intesa come rischiosa per l’autoconservazione. È il principio del dominio, a cui gli uomini si assoggettano e diventano schiavi dell’identità, che stravolge l’idea di libertà: la volontà è possibile solo nell’oggettivazione degli individui a carattere unitario, essi diventano esterni a se stessi in base al modello del mondo in cui sono inseriti e le azioni reciproche perdono di spontaneità.
Si comprende dunque come sarebbe ben difficile teorizzare una società organizzata a prescindere dal concetto di libertà. La società permette all’individuo di essere libero, sebbene in un autoinganno frutto della sovranità del pensiero che domina gli uomini proponendo un astratto concetto universale trascendente la natura, in cui la libertà viene spiritualizzata oltre il deterministico regno della causalità. I soggetti, dunque, colgono un limite nella propria appartenenza alla natura, nel ricordo di un impulso arcaico non ancora guidato da un io solido. La libertà preistorica pre-sociale è dipinta come puro caos, il mero impulso viene bandito come ostacolo al rafforzamento dell’io come unità di autocoscienza personale. In questo inganno, la società incoraggia gli individui a ipostatizzare la propria individualità: l’esperienza del momento di libertà è collegata alla coscienza e il soggetto sa di essere libero solo se la sua azione gli appare come identica con se stesso. Una coscienza che però deriva il proprio carattere dal modello del dominio, con un io che agisce allora in modo inautentico, con libertà e autoesperienza che vengono sublimate ad idea .
La società insiste su di una visione della libertà come elemento esistente, ipostatizzato, e ciò si accompagna ad una repressione nemmeno attenuata, psicologicamente coatta. Lo scarto che si crea tra uomini e imperativo categorico viene colmato da concetti che finiscono per essere repressivi, come già si nota in Kant: legge, rispetto e dovere . La libertà senza costrizione è intollerabile, al punto che si genera un timore per l’anarchia tale da persuadere la coscienza (borghese) a liquidare la propria stessa libertà. L’implicazione fondamentale del carattere repressivo dell’etica kantiana sta nella contraddizione ineliminabile che si instaura tra libertà e pensiero come momento costrittivo. L’imperativo categorico dovrebbe essere determinazione suprema della libertà, ma in realtà la nega: privo di ogni effettiva empiria, esso viene presentato come dato di fatto, che non necessità della sanzione della ragione. Ciò significa che la legge morale si presenta come immediatamente razionale, in quanto ridotta a pura logica senza contenuto. Ma, paradossalmente, anche irrazionale, nelle necessità di accettarla nella sua datità. La ratio diventa autorità irrazionale .
La contraddizione non è solo teorica, ma si riflette sul reale concreto nel conflitto tra l’autoesperienza della coscienza e il suo rapporto con la totalità. L’individuo si sente libero quando è in grado di perseguire i propri fini, non necessariamente coincidenti con quelli sociali o degli altri individui. Ma ciò, nella società razionale che sembra renderlo possibile, rimane apparenza: il processo di ipostatizzazione dell’individuo lo elimina nell’integrazione come funzione nella società di scambio. La norma dominante della società borghese e del suo sistema economico è contraria agli interessi del singolo e lo riduce alla forma di merce del proprio stesso lavoro nel capitalismo sviluppato. Vi è una reale antinomia tra determinazione dell’individuo e responsabilità sociale, più generalmente ascrivibile all’inconciliazione tra universale e particolare. Eppure, afferma Adorno, è proprio nell’epoca della repressione sociale di un individuo violato e sbriciolato che è pensabile una libertà contro la società, che si concretizza proprio nelle forme della repressione come resistenza ad esse. Senza l’unità e la costrizione della ragione non si potrebbe affermare una volontà di liberarsi .
Ciò che accade nell’epoca più recente è però scoraggiante. Nella dottrina kantiana, è la coscienza la voce della legge morale. Ma l’io, che dovrebbe compiere la creazione morale, è un mediato, sorto, in termini psicoanalitici, soprattutto dalla comparsa dell’elemento del super-io, inteso come internalizzazione cieca e inconsapevole di una coazione sociale. Il super-io però, nella modernità dell’ipostatizzazione e oggettivazione che elevano la coscienza a istanza estranea all’io, non viene superato in una forma più elevata di tutto razionale, ma estraniato in adattamento incondizionato. L’illibertà si completa nella totalità di un mondo accettato come unica ideologia per come esso è, di cui gli uomini sono parte integrante. L’unica libertà sperabile è un valore-limite, cioè la libertà del tutto. I tentativi di critica di una siffatta coscienza falliscono nel ricercare la libertà nell’ambito psicologico del singolo individuo. Ma essa potrebbe sorgere unicamente in una vita conciliata di uomini liberi: la persona strappata completamente dall’universale ne deriva inconsciamente uno nuovo dalle forme del dominio. La persona assolutizzata nega l’universalità, è un concetto che andrebbe a sua volta sciolto e non eternato in una ricerca della libertà che conduce ad uno stato attuale distruttivo, cioè di perdita di identità per amore di un’identità astratta .
Rinunciando a qualsiasi pretesa di trascendenza categoriale, Adorno osserva che l’autentica idea kantiana di categorie morali è un concetto sì oltre l’individuo, ma nel senso di legge universale che è celatamente elemento sociale, un’idea ricavata dalla molteplicità dei soggetti, che solo in seguito è ipostatizzata e oggettivata a logica della ragione, in cui la totalità degli uomini (e la soggettività stessa) scompaiono nell’anonimità apersonale. La società, per un aspetto, si spinge al di là del particolare, traendo il principio della sua totalità nella norma universale che viene assorbita inconsciamente dalla coscienza. Oltre il torto della pretesa universale, però, la società è giustificata nei confronti dell’individuo quando in esso viene ipostatizzato il principio sociale dell’autoaffermazione, come universale in senso cattivo. Là dove gli uomini si sentono più liberi in una società, cioè nella forza del proprio io, sono in realtà agenti dell’illibertà
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