Mongo95 di Mongo95
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Un discorso analogo a quello di Marcuse sull’invasione del principio di produzione nel “tempo libero” viene fatto dai francofortesi sulla cultura, l’arte in senso lato, all’interno della società a capitalismo avanzato. Adorno rifiuta la dizione “cultura di massa” a favore di quella di “industria culturale”, che rimanda alla dimensione del produrre, imperante ormai anche in questo campo. Si caratterizza di prodotti massificati, consumo, circolo vizioso tra produzione e consumo, con la prima che determina il secondo. Non una cultura che ha pretese di porsi contro il sistema, ma anzi è in esso ben integrata, orientata verso la massa. Di culturale non c’è più nulla, se non la natura del prodotto, concepito all’interno e secondo le modalità tipiche del sistema a capitalismo avanzato. Non più e non meno di normali prodotti di consumo. Si assiste a un processo in cui sono i prodotti a condizionare i consumi, quindi una preordinata integrazione dei consumatori, e non il contrario. Consumatori che non possono determinare i propri desideri e interessi. L’industria culturale non si ispira certo alle masse, che sono così come sono e non possono essere cambiate, quindi l’obiettivo non è più modificarle ma integrarle come consumatori. I prodotti dello spirito diventano merci. L’industria culturale pensa esclusivamente la profitto, all’effetto del prodotto, non il valore spirituale dell’opera. Certo, l’arte del passato non viveva certamente soltanto pura nel mondo delle idee, esisteva l’esigenza economica nella produzione artistica, non è un aspetto da misconoscere. Ma l’arte ha sempre comunque avuto un elemento di protesta rispetto alle condizioni accettate del reale, mentre ora si lascia incorporare dal sistema.

L’industria culturale, con queste tendenza, in tutta la sua rigidità e immutabilità dietro l’apparenza del mutando, può addirittura configurarsi come ontologia.

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