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Dibattito con Arnold Gehlen


L’indagine di Gehlen sulle caratteristiche delle istituzioni muove da un preciso confronto antropologico: da una precisa idea di essere umano derivano di conseguenza l’origine delle istituzioni, le loro caratteristiche e il loro ruolo. Ciò rappresenta la questione fondamentale per il dibattito, se cioè la società sia riconducibile alla natura dell’uomo oppure se si tratti di una dimensione originatasi sì antropologicamente ma in seguito autonomizzata.
In entrambi in casi, emerge dunque la necessità di inquadrare, sia in Adorno che in Gehlen, quale sia l’essenza dell’umano, per comprendere la dinamica sociale. Infatti i due concordano sulla natura storica dell’uomo, che non esiste dimensione umana pre-culturale e che la sua formazione ne è profondamente influenzata .
È dunque evidente che in base alla precisa Menschenbild sviluppata ne risulterà una diversa visione delle dinamiche sociali: diverse teorie antropologiche implicano diversi fondamenti delle teorie sociologiche. In comune si ha la coscienza che l’uomo sia un essere difficilmente identificabile e definibile, in un’apertura che lo differenzia dagli animali, i quali sono determinati dai loro comportamenti istintuali. L’essere umano è aperto nella sua essenza, in una Offenheit che ha risvolti sia positivi che negativi. Ma è proprio sul contenuto di tale Unbestimmbarkeit e la conseguente necessità di una Gestaltung della figura umana e della vita, che le opinioni dei due filosofi divergono. Gehlen la vede come un dimensione di pericolo e minaccia per la stabilità sociale, un Grundproblem che deve essere regolato da elementi esterni. Al contrario Adorno considera l’indeterminabilità antropologica come una risorsa, la possibilità per l’uomo stesso di emanciparsi nella libera costituzione della propria esistenza.


L’uomo dunque deve ricercare la determinazione del carattere indefinibile della propria natura. È in tale aspetto che antropologia e società entrano in contatto. Il pessimismo di Gehlen conduce alla necessità di istituzioni che forniscano all’uomo quelle direttive essenziali affinché egli venga sollevato dall’onere di decidere di sé stesso. In questa connessione tra complesso istituzionale e costituzione biologica, l’Entlastung è garanzia della libertà nell’esonero da azioni che contrastino la plasticità della vita umana inqualificabile, la possibilità del rilascio di energie istintuali altrimenti inconciliabili con la dimensione sociale. Da quando esiste la Storia, gli uomini sopravvivono come specie in quanto collocati in una Einrichtung istituzionale che assume forme diverse (economiche, politiche, culturali, burocratiche, religiose, etc.) nel corso del tempo, in una pluralità che va a toccare diverse aspetti dell’umano. Nel loro soddisfare le necessità biologiche, etiche e spirituali degli individui sociali, possono assumere anche una relativa preponderanza le une rispetto alle altre, in una gerarchia che ha come obiettivo la tutela dell’uomo dall’emergere della sua natura primordiale.
Adorno, nella sua idea volontaristica, si oppone al conservatorismo gehleniano individuando nelle istituzioni un possibile ostacolo all’autonoma emancipazione umana, piuttosto che sostegno al suo sviluppo. Si tratta del frutto di uno dispiegamento storico che non è necessità della natura umana. I bisogni non sono fissi ma variabili, le istituzioni assumono valore non eterno, ma parziale e unicamente effettivo quando si prestano al progetto di autodeterminazione. Nel rapporto uomo-istituzioni non vi è la fatalità predestinata immaginata da Gehlen, il rischio di negare la duttilità di fondo dell’assetto istituzionale è limitarlo all’autoconservazione che nega libera l’emancipazione nella reificazione e estraniazione. L’istituzione che fissa la natura umana si prolunga nella coscienza (Bewusstsein), imponendosi come realtà sociale naturale e non storica, che si ripercuote in modalità di pensiero e comportamento fisse e obbliganti. Se Gehlen afferma che l’esonero istintuale garantisce libertà, Adorno ribatte che è un processo duale, Doppelsinnig, in quanto si tratta di una libertà artificiale, ristretta e limitata. Libertà che è ulteriormente inficiata dalla pluralità stessa delle forme istituzionali, in realtà un sistema gerarchico che si autoalimenta nella coercizione di comportamenti utili all’autoconservazione dell’istituzione preponderante stessa. In tale paradosso, si perde la funzione originaria di tutela dell’individuo a favore della perpetuazione della sovrastruttura, si fallisce nel ruolo di gestione fattuale del reale che crei spazio all’azione umana libera.
Le istituzioni sono dunque storiche, le loro cause rintracciabili e dunque le loro caratteristiche mutabili. Qui sta la possibilità autentica dell’uomo di emanciparsi, nella volontà di determinare il proprio destino nella realtà sfruttando il ruolo dell’immaginazione, un momento originale e produttivo che costituisce il mondo. Facendo della plasticità umana una risorsa . Il rapporto uomo-istituzione è complesso e dialettico, esse sono allo stesso tempo condizione e possibilità per la libertà, ma unicamente quando si configurano come ipostatizzazione (Vergegenständlichung) del comportamento umano e non come enti slegati e a sé stanti.
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