pexolo di pexolo
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Sofisti - Ambiente culturale


Nel VI secolo a.C. si assiste in Grecia un atteggiamento razionale, propriamente filosofico, che comporta l’emanciparsi dalla dimensione mitica e a confidare sempre più sullo strumento dell’argomentazione; esso ha l’intento di fornire una spiegazione globale dell’universo, di risalire alle sue cause e alla sua unità. In questo senso va interpretata l’espressione di Pitagora, quando dichiara di non sentirsi particolarmente ferrato in alcuna tecnica particolare, ma di essere filosofo, cioè amante del sapere in quanto tale; così lui si considerava e così veniva riconosciuto, più propriamente visto come un grande formatore (a dimostrare il valore della paideia, il cuore della cultura greca: i Greci venivano considerati grandi dai Greci stessi perché erano grandi maestri, “maestri di vita”). Infatti, la Grecia del VI-V secolo a.C. non offre un grande contributo nel progresso delle tecniche, lo studio della natura è per questi filosofi contemplazione della natura, non a caso nasce dal thaumàzein, non statica ma che tenta di passare dal che al perché delle cose. Sono diffuse le conoscenze di molte tecniche, ma tutte di origine orientale. Può sembrare che la prima speculazione greca (problematica cosmologica e deontologica) sulla physis rimanga estranea al problema dell’uomo, inteso come persona (princìpio di azione e relazione) e come essere sociale (animale razionale), cioè soggetto costituito nei rapporti sociali, economici e storici; che sia sfuggita alla considerazione di ciò per cui il mondo ha senso e che sull’Essere si intende; in realtà, ad essi non è del tutto estranea la concezione dell’individuo e della società, l’uomo è considerato da sempre in un contesto vitale, nessun elemento del mondo non si presenta mai come elemento isolato, ma sempre inquadrato nel complesso vitale del Tutto: così intendeva il lògos Eraclìto e Pitagora, tanto che i pitagorici vennero attaccati proprio per motivazioni politiche, a testimonianza del carattere sociale della loro azione, che non si riduce ad essere un tentativo speculativo di raggiungere la Verità. La rilevanza della problematica politica, sebbene i primi filosofi non la mostrino con chiarezza, è attestata dall’impegno politico assunto fin da Talete, Anassimandro e dai pitagorici. Nel V secolo a.C., se da una parte viene meno la ricerca del princìpio (forse proprio perché vedevano l’incertezza delle soluzioni precedenti, laddove Parmenide negava ogni soluzione che facesse riferimento ad un princìpio esterno), i Sofisti, che negano la possibilità di raggiungere la Verità ultima (ma non del mondo sensibile, come aveva fatto Parmenide), mettono al centro un discorso sul metodo della filosofia: anche se non prende già il termine di dialettica, risalente a Platone, certamente l’argomentazione persuasiva è la base in cui si inserisce il discorso dialettico; non a caso, la polemica principale rivolta da Platone ed Aristotele, è indirizzata a loro, in quanto c’è un linguaggio comune, uno spazio comune di indagine.

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