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La crisi politica

Il momento storico che coincide con l'acmé di Socrate (430 a.C. circa) è un momento di crisi spirituale gravissima in tutta la Grecia, insanguinata dalla guerra del Peloponneso e dalle feroci contese civili che l'accompagnano. La morte di Pericle nel 429 segna anche la fine di un'epoca. I Greci non avevano mai avuto il senso di un'unità politica nazionale: ma, ormai, anche il senso unitario della vita associata nella polis (la città, che per il Greco antico era la patria e il centro di tutta la sua esistenza) rappresentava un lontano ricordo.
La vita politica era dominio di intriganti ambiziosi; e gli interessi della città erano subordinati a quelli personali, o della propria fazione.

Scetticismo

Quanto alla filosofia, noi ora sappiamo che la sua storia era appena agli inizi: ma chi avesse giudicato allora, avrebbe più facilmente potuto considerarla alla fine. La fiducia nel discorso razionale, nel logos, espressione non di un pensiero semplicemente personale, ma dell'essere stesso, si era perduta: lo "scetticismo" (anche se la parola nascerà qualche secolo più tardi) prevaleva, in campo conoscitivo come in campo pratico. Si sarebbe detto che la condizione dei "dormienti" di Eraclito, che vivono come se avessero ciascuno un proprio mondo, fosse ormai accettata come inevitabile.

Ed è caratteristico che Aristotele coinvolga con Protagora e con i sofisti, nell'accusa di sfiducia nella verità, anche gli altri grandi filosofi del quinto secolo: Anassagora e Democrito.

Quale fu realmente il contenuto dell'insegnamento socratico? Lo possiamo arguire solo indirettamente, dai dialoghi di Platone e dall'opera di Senofonte sui Detti memorabili di Socrate; inoltre dalle testimonianze di chi non conobbe più Socrate personalmente, in primo luogo Aristotele. Ma Senofonte non era un filosofo, bensì un capitano di ventura (guidò l'anabasi, o ritorno dei diecimila mercenari greci dalla Persia, nel 401), che, ritiratosi in campagnia, si diede a studi letterari. Egli non capì, probabilmente, l'essenza del pensiero di Socrate. D'altro canto la testimonianza di Platone può avere un difetto opposto: Platone era filosofo anche troppo, per limitarsi a riprodurre nei suoi dialoghi, che sono opera d'invenzione, le dottrine del maestro. Se, però, si considerano solo i dialoghi più giovanili, è probabile che si ottenga un'immagine abbastanza fedele del Socrate storico; e, al tempo stesso, si colgono bene anche i motivi che indussero Platone a vedere in lui l'antesignano della nuova filosofia.

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