Confronto tra La Repubblica di Platone e il Somnium Scipionis di Cicerone

“«Tuttavia», incominciai, «non ti farò un racconto di Alcinoo, bensì di un uomo valoroso, Er figlio di Armenio, di origine panfilica. Costui era morto in guerra e quando, al decimo giorno, si portarono via dal campo i cadaveri già decomposti, fu raccolto intatto e ricondotto a casa per essere sepolto; al dodicesimo giorno, quando si trovava già disteso sulla pira, ritornò in vita e raccontò quello che aveva visto laggiù. Disse che la sua anima, dopo essere uscita dal corpo, si mise in viaggio assieme a molte altre, finché giunsero a un luogo meraviglioso nel quale si aprivano due voragini contigue nel terreno e altre due, corrispondenti alle prime, in alto nel cielo. In mezzo ad esse stavano seduti dei giudici, i quali, dopo aver pronunciato la loro sentenza, ordinavano ai giusti di prendere la strada a destra che saliva verso il cielo, con un contrassegno della sentenza attaccato sul petto, agli ingiusti di prendere la strada a sinistra che scendeva verso il basso, anch'essi con un contrassegno sulla schiena dove erano indicate tutte le colpe che avevano commesso. Giunto il suo turno, i giudici dissero a Er che avrebbe dovuto riferire agli uomini ciò che accadeva laggiù e gli ordinarono di ascoltare e osservare ogni cosa di quel luogo.”

Cominciamo con una breve introduzione alla Repubblica di Platone.
E’ un’opera di filosofia e teoria politica scritta approssimativamente tra il 390 e il 360 a.C.
E’ scritto in forma di dialogo ed ha come protagonista il celebre Socrate. Un Socrate che sta attuando un processo di purificazione ( katábasis ) in preparazione alla sua imminente morte ( infatti il dialogo è ambientato dopo la guerra del Peloponneso quando Atene era sotto il governo dei Trenta Tiranni ).
Alla fine dell'opera si trova il mito di Er. Attraverso esso, Platone intende argomentare intorno al concetto di anima e a quello di metempsicosi, oltre che mostrare come nella vita dell'uomo coesistano il caso, la libertà e la necessità.
Er fu un guerriero della Panfilia morto in battaglia. Il suo corpo venne raccolto e portato sul rogo (era un'antica usanza greca): proprio prima che gli dessero fuoco si risvegliò e raccontò ciò che aveva visto nell'aldilà, affermando che dopo la morte, per i buoni e per i cattivi, era data la possibilità di reincarnarsi. Secondo la filosofia occidentale, la reincarnazione viene indicata con il temine “metempsicosi”, intendendo la trasmigrazione dell’anima o dello spirito vitale dopo la morte in un altro corpo di essere umano, animale o vegetale. Platone fece della reincarnazione il perno della sua dottrina di conoscenza, basta sul concetto di reminescenza o anamnesi ( = processo che conduce l’uomo a riscoprire gradualmente le idee eterne che sono causa e origine del mondo fenomenico). L’esistenza della reincarnazione è testimoniata dal fatto che le nostre conoscenze del mondo sensibile si basano su forme e modelli matematici che sembrano provenire da un luogo Iperuranio dove il nostro intelletto doveva averli contemplati prima di nascere; grazie a ciò Platone riesce a spiegare le conoscenze insite dentro di noi.
Le anime dovevano passare per quattro strade, due per i beati e due per i dannati, attraverso le quali potevano tornare sulla Terra. Infatti, dice Er, le anime buone finivano in una sorta di Paradiso dove godevano, invece le cattive in una sorta di Inferno. I giusti ricevevano premi per mille anni, i malvagi soffrivano per altrettanti anni. Dopo questi mille anni le anime buone e quelle cattive potevano reincarnarsi. Esse si recavano al cospetto delle tre Moire che dovevano stabilire il loro destino. Le anime venivano radunate da una specie di araldo che distribuiva a caso dei numeri (sempre per sottolineare la casualità degli eventi della vita). Il numero serviva per dare un ordine alle anime che dovevano scegliere in chi reincarnarsi. Dunque la nostra vita in parte è dettata da una componente di casualità, ma in fondo la costruiamo noi attraverso le nostre scelte . Er racconta che il primo che scelse preferì la tirannide poiché gli aveva fatto una buona impressione; solo dopo aver capito realmente la gravità della sua scelta volle cambiare, ma le Moire lo gettarono nel fiume Lete affinché dimenticasse e cosicché potesse reincarnarsi nella sua scelta senza ricordare il suo passato. L’ultima anima invece, quella di Ulisse, stanca della passata vita "movimentata", scelse una vita da comune cittadino. Platone fa notare che di solito chi veniva dal Paradiso tendeva ad effettuare scelte sbagliate,mentre chi veniva dall’ Inferno e aveva sofferto sceglieva bene. Infatti chi aveva vissuto per mille anni circondato dalla beatitudine si era scordato che cosa fosse la sofferenza. L’anima è portata sempre ad elevarsi verso il cielo, ma essendo concupiscibile è soggetta a precipitare nuovamente verso il basso, cioè a reincarnarsi. Chi è precipitato rinascerà subito come una persona ignorante o comunque lontana dalla saggezza filosofica , mentre coloro che sono riusciti a contemplare l’Iperuranio per un tempo più lungo rinasceranno come saggi e filosofi. Dopo aver compiuto la scelta le Moire la renderanno immodificabile: nessuna anima, una volta operata la scelta potrà cambiarla e la sua vita terrena sarà segnata dalla necessità. Le anime poi, si disseteranno dalle acque del fiume Lete, ma quelle che lo hanno fatto in maniera smodata dimenticheranno la vita precedente, mentre i filosofi, che guidati dalla ragione hanno bevuto poco o niente, manterranno il ricordo del mondo delle idee di modo che riferendosi ad essere potranno ampliare la loro conoscenza durante la nuova vita ispirata e guidata dal proprio genio tutelare. Infatti la filosofia platonica aveva una concezione prettamente aristocratica; ovvero, solo i filosofi e i demiurghi avevano le capacità di scegliere sempre in modo corretto poiché possedevano ingegno e conoscenza, mentre i popolani cadevano facilmente nel peccato e in questo caso in scelte sbagliate. Il mito di Er è ispirato in maniera rilevante dal mito orfico e pitagorico della metempsicosi, ma contiene anche l’affermazione di una nuova responsabilità morale nei confronti del proprio destino dopo la morte. Quindi il caso non assicura una scelta felice mentre determinanti potranno essere i trascorsi dell’ultima reincarnazione. Scegliere, nella visione platonica, significa infatti essere coscienti criticamente del proprio passato per non commettere più errori ed avere una vita migliore.
Così , Glaucone, il suo racconto si è conservato e non è andato perduto, e potrà salvare anche noi, se gli crederemo e attraverseremo felicemente il fiume Lete senza contaminare la nostra anima. Ma se daremo retta a me, considerando l'anima immortale e capace di sopportare ogni male e ogni bene, terremo sempre la via che porta in alto e praticheremo in ogni modo la giustizia unita alla saggezza; in questo modo saremo cari a noi stessi e agli dèi finché resteremo quaggiù e anche dopo che avremo riportato le ricompense della giustizia, come i vincitori che vanno in giro a raccogliere premi, e godremo della felicità su questa terra e nel cammino di mille anni che abbiamo descritto».
Il De Re publica di Cicerone, anch’esso scritto in forma di dialogo, è ambientato nel II secolo a.C ed è un’ opera politica a sfondo filosofico.
Gli interlocutori sono Publio Scipione l’Emiliano e Lelio. L’argomento principale è lo Stato.
Il sesto e ultimo capitolo dell’opera, unico che nei secoli si è conservato perfettamente, narra il sogno di Scipione l’Africano da parte del nipote adottivo Scipione l’Emiliano.
Nel “Somnium Scipionis” l'Africano Maggiore, dopo aver indicato al nipote la Via Lattea, spiega il sistema del mondo, che risulta di nove cerchi, di cui l'ultimo, il firmamento comprende tutti gli altri; nel mezzo è la terra. Si sente anche una soave armonia, quella delle otto sfere celesti che, muovendosi, producono la musica divina. Dalle prime parole di Scipione sembra di poter desumere che la beatitudine sia destinata solo a coloro qui patriam conservaverint, adiuverint, auxerint, In realtà, da quanto emerge nell'argomentazione successiva il regno dei cieli spetta indistintamente a tutti gli uomini; il premio per i migliori consiste solo nella rapidità del loro ritorno al cielo.
Cicerone è stato influenzato molto dal pensiero platonico soprattutto per quanto riguarda la conformazione dell’aldilà. Entrambi cercano di dare una visione più plastica del mondo ultraterreno: Cicerone attraverso il sogno di Scipione, mentre Platone con il mito di Er. Quest’ultimo ha collocato le anime dei beati nel Cielo, ovvero tra le stelle, mentre i dannati sotto terra ed ha constatato che la vera vita ci aspetta nell’aldilà: vestra vero quae dicitur vita mors est (Somnium Scipionis). Inoltre Platone suggerisce una ripartizione delle anime dopo la morte. Entrambi sottolineano l’immortalità dell’animo e l’importanza della giustizia e della provvidenza.
Ma tra i due ci sono anche chiare differenze… Il Somnium Scipionis potrebbe essere interpretato quasi come una risposta al mito di Er. Infatti l’Arpinate delinea anche un premio per i beati: la via Lattea. E come la si può raggiungere? Il padre Paolo risponde così: «Coltiva la giustizia e la pietà, la quale pur essendo già di grande importanza nei rapporti con i genitori ed i familiari, lo è di grandissima nei confronti della patria». Nella società romana il rapporto di riverenza (pietas) era importantissimo.
Platone inoltre da maggior spazio alla metempsicosi, al contrario Cicerone, per mezzo dell’Africano, sviluppa un discorso incentrato sulla visione del mondo ultraterreno e sull’anima dell’uomo.
Nell’opera di Cicerone, abbiamo anche legami con Polibio e i pitagorici per quanto riguarda la simbologia dei numeri e la descrizione delle sfere celesti e la visione del corpo come prigionia dell’anima (qui e corporum vinclis tamquam e carcere evolaverunt).
Gli stoici e l’Accademia per l’immortalità dell’anima.
Inoltre dice che l’uomo nasce da fuochi eterni. Lo stoicismo affermava che il mondo era regolato dal logos, il quale partiva da una scintilla che poi andava dentro l’uomo. Una volta che l’anima tornava in cielo andava poi a posizionarsi dentro un altro uomo e cosi via fino all’infinito.
“Iisque animus datus est ex illis sempiternis ignibus, quae sidera et stellas vocatis, quae globosae et rotundae, divinis animatae mentibus, circulos suos orbesque conficiunt celeritate mirabili.”

A cura di Marta Vannelli

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