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Platone

Nasce nel 428 e muore nel 347, cresce in una famiglia aristocratica ed era nipote di Crizia, uno dei trenta tiranni. Frequenta Socrate, che sarà poi il suo maestro, e lo induce alla ricerca filosofica ed alla campagna politica.
Fu il primo filosofo che scrisse testi completi, e non frammenti. I suoi testi integrali furono però quasi sconosciuti nel Medioevo; furono gli intellettuali di Bisanzio a portarli all'Accademia Platonica di Firenze. C'erano 36 testi, che verranno poi tradotti in latino (34 dialoghi, l'Apologia di Socrate e le Lettere).
Gli scritti in forma dialogica costituiscono una forma aperta di comunicazione → l'omologhia. Ed esempio, nel “Fedro”, il protagonista è Socrate che affronta i temi della scrittura attraverso dei miti, sia per 1) rifarsi alla tradizione orale e 2) rendere più comunicabili le sue teorie.
→ Mito della scrittura
In un tempo lontano si presenta al Re d'Egitto, Tamus, la divinità Heus (Zeus) che porta il dono della scrittura, dicendo: “questo è un dono importantissimo per affinare la memoria anche senza la presenza di un maestro, perché essa non ne ha bisogno”. Presenta quindi la scrittura come un mezzo democratico che rende il sapere libero a tutti. Thanus ha però dei dubbi.

Non è vero che rafforza la memoria perché affidando essa a dei segni esterni alla mente c'era il rischio che essa venga perduta e quindi l'uomo non sia più in grado di ricordare.
Se interroghiamo uno scritto, esso ci risponderà sempre le stesse cose, in modo rigido, quando il maestro potrà anche spiegarci le cose stesse.
La scrittura arriva sia a chi la capisce sia a chi non la capisce, cosa che non accade per le cose trasmesse oralmente.

Platone ci lascia le sue teoria più importanti nella VII lettera, dove ci racconta la sua esperienza biografica politica.

“Da giovane anch’io feci l’esperienza che molti hanno condiviso. Pensavo, non appena divenuto padrone del mio destino, di volgermi all’attività politica.[C] Avvennero nel frattempo alcuni bruschi mutamenti nella situazione politica della città. Il governo di allora, attaccato da più parti, passò in altre mani, finendo in quelle di cinquantun uomini di cui undici erano in città e dieci al Pireo; ciascuno di questi aveva il compito di presiedere al mercato e aveva incarichi amministrativi. Al di sopra di tutti c’erano però trenta magistrati [D] che erano dotati di pieni poteri. Caso volle che fra questi si trovassero alcuni miei parenti e conoscenti che non esitarono a invitarmi nel governo, ritenendo questa un’esperienza adatta a me. Considerata la mia giovane età, non deve meravigliare il mio stato d’animo: ero convinto che avrebbero portato lo Stato da una condizione di illegalità ad una di giustizia. E così prestai la massima attenzione al loro operato. Mi resi conto, allora, che in breve tempo questi individui riuscirono a far sembrare l’età dell’oro il periodo precedente, e fra le altre scelleratezze di cui furono responsabili, mandarono, insieme ad altri, il vecchio amico Socrate –una persona che non ho dubbi a definire l’uomo più giusto di allora- a rapire con la forza un certo cittadino al fine di sopprimerlo. E fecero questo [325 A] con l’intenzione di coinvolgerlo con le buone o con le cattive nelle loro losche imprese. Ma Socrate si guardò bene dall’obbedire, deciso ad esporsi a tutti i rischi, pur di non farsi complimenti delle loro malefatte. A vedere queste cose ed altre simili a queste di non minore gravità, restai davvero disgustato e ritrassi lo sguardo dalle nefandezze di quei tempi. Poco dopo avvenne che il potere dei Trenta crollasse e con esso tutto il loro sistema di governo. Ed ecco di nuovo prendermi quella mia passione per la vita pubblica e politica; questa volta però fu un desiderio più pacato. Anche in quel momento di confusione si verificarono molti episodi vergognosi, ma non fa meraviglia che nelle rivoluzioni anche le vendette sui nemici siano molto più feroci. Tuttavia gli uomini che in quella circostanza tornarono al governo si comportarono con mitezza. Avvenne però che alcuni potentati coinvolgessero in un processo quel nostro amico Socrate, accusandolo del più grave dei reati, e, [C] fra l’altro, di quello che meno di tutti si addiceva ad no come Socrate. Insomma, lo incriminarono per empietà, lo ritennero colpevole e lo uccisero; e pensare che proprio lui si era rifiutato di prender parte all’arresto illegale di uno dei loro amici, quando erano banditi dalla Città e la malasorte li perseguitava. Di fronte a tali episodi, a uomini siffatti che si occupavano di politica, a tali leggi e costumi, quanto più, col passare degli anni, riflettevo, tanto più mi sembrava difficile dedicarmi alla politica mantenendomi onesto. In verità, non cessai mai di tenere sott’occhio la situazione, per vedere se si verificavano miglioramenti o riguardo a questi specifici aspetti [326 A] oppure nella vita pubblica nel suo complesso, ma prima di impegnarmi concretamente attendevo sempre l’occasione propizia. Ad un certo punto mi feci l’idea che tutte le città soggiacevano a un cattivo governo, in quanto le loro leggi, senza un intervento straordinario e una buona dose di fortuna, si trovavano in condizioni pressoché disperate. In tal modo, a lode della buona filosofia, fui costretto ad ammettere che solo da essa viene il criterio per discernere il giusto nel suo complesso, sia a livello pubblico che privato. I mali, dunque, non avrebbero mai lasciato l’umanità finché una generazione di filosofi veri e sinceri non fosse assurta alle somme cariche dello Stato, oppure finché la classe dominante negli Stati, per un qualche intervento divino, non si fosse essa stessa votata alla filosofia. [/quote]

Egli critica la Repubblica di Atene che condannò Socrate, mentre cerca di entrare in politica, riflettendo sul fatto che forse non era il posto giusto per lui, visto che avrebbe fatto fatica a rimanere onesto in politica. Sostiene anche che il miglior governo è un governo fatto da filosofi re, e non basta che una persona conosca il bene; la conoscenza della cosa non implica anche l'applicazione.

Le opere → Le opere di Platone si dividono in base ai momenti della sua vita.

Opere giovanili (Apologia, Cratilo, I Repubblica)
Opere dalla condanna di Socrate
Opere del ritorno ad Atene (dopo Siracusa)
Opere della maturità (Fedone, Fedro, Repubblica, Simposio)
Opere della vecchiaia (Parmenide, Sofista, Timeo, Leggi)
Ebbe un trauma dopo la morte di Socrate e inizio a dubitare della giustizia della politica (nella Repubblica) → vi è un dialogo con Trasimaco (sofista) con tema “cos'è la giustizia?”. R: “E' ciò che è giusto per il più forte”.
Quindi la verità è relativa, ma ovviamente l'interlocutore (Socrate) non accetta questa risposta, e continuerà a ripetere la domanda, sostenendo che è giusto ciò che è bene e sapiente.

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