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Platone

L'arte

Può meravigliare che Platone, mentre assegna alla bellezza una così alta funzione, di mediare l'ascesa al bene, dia poi un giudizio negativo dell'arte e della poesia in genere, a cui la sua teoria politica impone restrizioni severe. La Repubblica condanna l'arte "imitativa", affermando che essa non ci offre i modelli delle cose, cioè le idee, ma piuttosto una copia della loro copia, cioè delle cose.
La verità è che Platone condanna un'arte che abbia per solo scopo il diletto, e non sente il problema di quella che noi chiamiamo "autonomia dell'arte", appunto perché la bellezza è per lui il modo di presentarsi, naturale e spontaneo, di tutto ciò che ha valore: non solo dei begli oggetti, ma anche e soprattutto dei bei pensieri, delle belle azioni, ecc. Il bello e il buono, nella concezione greca, sono strettamente connessi; e ne è quasi un emblema la crasi, anche linguistica, della kalokagathìa. Parimenti il "turpe" è, insieme, il brutto e il cattivo.

E poiché il bello è un manifestarsi del Bene trascendente, non meraviglia trovare paragonata, in Platone, l'ispirazione artistica a una sorta di "divina follia", non troppo dissimile dalla follia dell'amore.
L'ispirazione artistica è una follia grazie a cui (aveva detto il Jone) il poeta, più che per scienza propria, parla come invasato dal dio che lo ispira.
L'insegnamento di Platone, e di Socrate, fu raccolto da alcune scuole minori, tra cui le principali sono la cinica, che pone il bene dell'uomo in un distacco dai bisogni e dalle relazioni sociali, e la cirenaica, che pone il bene nel piacere sensibile ("edonismo").

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