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La divina ispirazione

Platone reputa necessaria la presenza di arti nel curricolo formativo del giovane, come la poesia, l'arte e l'epica.
In generale però il suo giudizio sulla poesia è negativo.
Nello Iono Platone sostiene apertamente che i poeti sono ispirati e posseduti dal dio nella composizione dei loro poemi e li paragona a dei beccanti, le seguaci del dio Bacco che nei loro riti si abbandonavano a danze sfrenate, al canto e all'ebbrezza provocata dal vino. I poeti sono i mediatori tra gli dei e gli uomini, essi hanno il compito di manifestare agli uomini il pensiero divino facendosene interpreti.

Platone scrive che la poesia è accostabile a uno stato di rapimento estatico, in cui è dio che parla attraverso l'artista, ma è anche vero che il poeta, nella sua attività non utilizza la ragione e, pertanto, è molto lontano dalla condizione del filosofo, caratterizzata dal predominio delle facoltà logiche e riflessive. Lo spettatore è come l'ultimo anello di una catena, soggetto al potere irrazionale e alla suggestione fascinatrice della poesia.

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