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La definizione del bello

Platone è stato il primo a distinguere due problemi che la teoria moderna dell'estetica vedrà uniti: quello del bello e quello dell'arte o della poesia. Il bello (come il vero e il bene) è un'idea, che trascende il livello reale-empirico. Esso può essere solo contemplato dall'anima, che si eleva alla visione della pura bellezza sotto la spinta di eros: una forza demonica semidivina. Platone nello Ione (il dialogo giovanile che ironizza sui poeti) definisce il poeta «un essere leggero, alato, sacro, che non sa poetare se prima non sia stato ispirato dal dio, se prima non sia uscito di senno, e più non abbia in sé intelletto». Come il magnete, che non solo attira a sé il ferro, ma comunica la sua forza di attrazione a tutti gli anelli della catena contigui così la Musa trascina i poeti ispirati in una sorta di delirio superiore alla ragione.

La poesia come ispirazione

Nel Fedro Platone ribadisce questo concetto, definendo la poesia una «divina follia» (mania), che comunica bellezza e verità in un atto di visione superiore alla ragione stessa. La prima formulazione di tale concezione si fa risalire a Democrito e ben corrisponde alla visione sacrale dell'arte caratteristica dell'età arcaica. Ma Platone è consapevole del fatto che questo tipo di poesia appartiene a un passato difficilmente recuperabile. Il declino dell'arte poetica nell'Atene del IV secolo a.C. e il rilievo crescente che ha assunto il paragone tra la poesia e le arti che imitano la natura, come la pittura e la scultura, gli fanno rivolgere l'attenzione, da un lato, verso le condizioni tecniche, sensibili, del fare artistico dall'altro, verso la funzione pedagogica e morale svolta dall'arte.

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