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L’estetica e la poetica


Il concetto del bello

Aristotele sviluppa una teoria della bellezza che è più ampia della sua teoria dell’arte, poiché considera anche gli oggetti naturali e non soltanto i prodotti artistici. A suo giudizio, infatti una cosa è bella quando realizza pienamente il suo scopo, che coincide con la sua forma. Mentre i prodotti artistici devono “inventarsi” la loro finalità, negli enti naturali essa è precostituita, dal momento che in natura la forma è la condizione adulta, definitiva, di un essere, che si ottiene quando l’individuo può essere la realizzazione piena dell’universale (ad esempio la bellezza nell’essere umano coincide con il raggiungimento dello stato adulto, allorché il singolo uomo può dirsi esempio concreto che incarna l’universale “uomo”). Nell’enunciare i tratti che per Aristotele definiscono il bello, è necessario citare innanzitutto l’organicità: la bellezza non consiste semplicemente in una somma di elementi, ma caratterizza sempre un intero, ovvero un insieme organico e strutturato in maniera armoniosa. Detto questo, si può specificare che secondo Aristotele il bello presenta sempre ordine e misura:
- il primo consiste nella corretta disposizione delle parti di un oggetto;
- la seconda nelle adeguate dimensioni delle sue componenti (se qualcosa è troppo grande o troppo piccolo per poter essere convenientemente colto dai sensi, manca infatti la possibilità di apprezzarlo).
Con queste considerazioni Aristotele non si riferisce però semplicemente ai tratti esteriori dell’oggetto, quanto piuttosto alla sua adeguatezza alla forma, che è un elemento concettuale. Con queste considerazioni Aristotele non si riferisce però semplicemente ai tratti esteriori dell’oggetto, quanto piuttosto alla sua adeguatezza alla forma, che è un elemento concettuale. Quando si coglie nell’individuo la forma, si prova piacere e si ottiene conoscenza; la sensibilità che produce il piacere non è dunque disgiunta dall’intelletto, che ha il compito di percepire la forma. Prima di rivolgersi all’arte, per chiarirne la natura e le tipologie, Aristotele approfondisce la nozione di bellezza in riferimento agli oggetti naturali. Ve ne sono di immediatamente percepibili come belli, mentre altri a un primo sguardo possono apparire disarmonici, o addirittura ripugnanti. Ma se si va oltre la sensazione, oltre la considerazione meramente fisica dell’oggetto e si fa ricorso alla comprensione mediata dell’intelletto, allora anche in questi oggetti risalta la loro finalità costitutiva e, in definitiva, la loro bellezza. In questo senso, nella concezione aristotelica del bello risultano indisgiungibili l’apporto dei sensi e quello dell’intelletto, l’immediatezza e la riflessione.

L’arte come imitazione

La poesia e, in generale l’arte, è definita da Aristotele imitazione. Ma l’imitazione può essere realizzata con mezzi diversi e in modi diversi, e può rivolgersi a diversi oggetti. Si può infatti imitare per mezzo di colori o di forme, come avviene nella pittura, o per mezzo della voce, come avviene nella poesia, o per mezzo del suono, come avviene nella musica. Rispetto all’oggetto, si possono imitare persone superiori agli uomini comuni, come accade nell’epopea e nella tragedia, oppure persone comuni, oppure ancora persone inferiori rispetto al comune, come accade nella commedia. Infine, rispetto ai modi, si può imitare narrativamente o drammaticamente: in quest’ultimo caso si inducono le diverse persone ad agire e a parlare direttamente, come accade nella tragedia e nella commedia. Oltre a queste determinazioni generali del concetto dell’imitazione, la Poetica di Aristotele non contiene, nella parte giunta a noi, che la teoria della tragedia. Aristotele si sofferma in particolare a illustrare l’unità dell’azione tragica, la quale deve svolgersi con continuità dal principio alla fine, in modo tale che tutti gli avvenimenti di essa si concatenino e che non sia possibile sopprimerli o mutarli di posto senza sconvolgere l’ordine dell’insieme. L’oggetto della tragedia è il verosimile, ossia ciò che può verificarsi secondo verosimiglianza e necessità. E per questo la poesia è più filosofica e più elevata della storia: la poesia esprime piuttosto l’universale, la storia il particolare. Infatti la storia narra tutto quello che è accaduto a un dato personaggio o in un dato periodo secondo la pura e semplice successione degli avvenimenti; la poesia imita invece il verosimile, ovvero ciò che può accadere o accade e che quindi costituisce l’analogo dell’universalità (o della necessità) propria degli oggetti della scienza. In virtù di tale universalità, l’arte non si riduce, per Aristotele, a un semplice gioco formale, ma tende a configurarsi come una rappresentazione dell’essenza delle cose, ovvero alla stregua di un’attività dotata di una eminente funzione conoscitiva. Da ciò deriva il suo ausilio della comprensione dell’uomo. Nel carattere imitativo o mimetico dell’arte Aristotele non scorge dunque alcun motivo di considerarla illusoria, come invece accadeva in Platone. Il mondo sensibile imitato dall’artista, infatti, per lo Stagirita non è semplice apparenza, ma realtà che può essere oggetto di sapere. Inoltre, se Platone ritiene che l’azione drammatica, interessando gli spettatori alle passioni violente agitate sulla scena, incoraggi in loro tali passioni, Aristotele crede invece che la tragedia eserciti una funzione purificatrice, liberando l’anima dello spettatore dalle passioni che essa rappresenta. Lo stesso effetto Aristotele riconosce alla musica.

La catarsi e le sue interpretazioni

Sottolineando la funzione catartica della tragedia, Aristotele finisce per riconoscere all’arte uno specifico ruolo educativo e formativo. Sulla catarsi mancano tuttavia, nella poetica, sufficienti elementi espliciti che consentano di intenderne la natura effettiva: perciò su questa teoria, che contrappone radicalmente Aristotele a Platone, è tuttora in corso un annoso dibattito interpretativo. Alcuni critici antichi e moderni, ad esempio, hanno ritenuto che Aristotele parlasse di purificazione delle passioni in senso etico, come se l’arte sublimasse le passioni mettendo tra parentesi ciò che esse hanno di deteriore. Altri, invece, hanno interpretato la catarsi come liberazione psicologica temporanea dalle passioni. Secondo questi ultimi, Aristotele ha inteso dire che l’uomo, vedendo rappresentata artisticamente una passione, la contempla dall’alto, smorzando quell’effetto emotivo immediato che essa suscita invece nella vita pratica. In tal modo, così come il vedere oggettivati i nostri difetti può aiutarci a spogliarci dei tratti più vistosi di essi, analogamente il mirare a distanza le passioni negative può contribuire a una liberazione da esse. Nel XX secolo, sulla scia della psicanalisi di Sigmund Freud, alcuni studiosi hanno interpretato la dottrina aristotelica in modo ancor più marcatamente psicologico, affermando che la catarsi è una forma di de-rimozione (o ab-reazione), cioè di scarica emozionale dalle passioni nocive che portiamo dentro di noi, nell’inconscio. Ad esempio, seguendo la vicenda di Edipo noi possiamo identificarci a tal punto con essa da finire anche noi, nel nostro inconscio, per uccidere nostro padre e amare nostra madre. In tal modo, vivendo, grazie alla proiezione artistica, il nostro personale parricidio e partecipando dei sentimenti di odio e di colpa che ciò comporta, risultiamo temporaneamente alleggeriti dai nostri stati d’animo patologici.
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