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Valore della virtù


Epicuro immagina una possibilità terapeutica nella dimensione del dolore che affligge l'uomo in quanto tale. Essa si qualifica come "tetrafarmaco", e prescrive precise modalità di vita e relazione con il mondo, società e nostri simili. L'obiettivo finale di liberazione dalla sofferenza si inquadra poi nella condizione da raggiungere di aporia e atarassia. In tal senso il concetto di virtù va a qualificarsi come la "tecnica del vivere piacevolmente". L'essere virtuoso non ha valenza morale, etica e trascendentale, metafisica, ma ha piuttosto senso solo in vista del piacere. Il saggio che applica a se stesso il quadrifarmaco vivrà aponico e atarassico. Il saggio che riduce al giusto limite naturale i piaceri da desiderare, ridurrà contemporaneamente i dolori. Esperirà così il vero bene nella misura in cui viviamo e finché viviamo che è sempre e solo in noi, cioè la vita (dato che la morte per noi non c’è), e per mantenerla basta pochissimo, tutto il resto è inseguire vanità. L’essenzialità è quindi l’unica via dell’essere. Il pochissimo poi è a disposizione di quasi tutti. Il livello dell’elementare coincide con l’essenziale. Tolto il vano e il superfluo si raggiunge estrema semplificazione dell’esistenza, che non è perdita ma acquisto, possibilità effettiva di una vita buona.
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