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La filosofia come bene universale


Non bisogna decifrare il mondo in via definitiva, ma conseguire la felicità e superamento del dolore per ogni singolo individuo. La parola del filosofo è vana, se non allevia qualche sofferenza umana. Epicuro è figlio del suo tempo, di quell’età ellenistica che non fu epoca buia e di declino, oltre le grandi dottrine filosofiche che alla ricerca dell’utilità del reale contrapponevano la sua divisione in due mondi distinti di trascendentale e sensibile. Ora i filosofi preferiscono cercare soluzioni per le problematiche dell’uomo nella sua vita materiale. Si aspira al raggiungimento di uno stato di soddisfacimento interno. Atarassia, apatia, diaforia. Per arrivare poi alla tranquillità dell’animo di Seneca. Il comune denominatore di queste diverse concezioni etiche va ricercato nella costante presa di distanza dal mondo, tranne nel caso epicureo, che cerca di dominarlo gnoseologicamente. La metafisica viene in ogni caso detronizzata, in un periodo di metamorfosi del pensiero, con filosofie che rinunciano a prospettiva sistematica e pongono attenzione sul problema dell’esistenza. Filosofie della vita.
A di là delle risposte di queste correnti, tutti i pensatori di questa età concepiscono l’etica in termini per lo più negativi. Ma se l’obiettivo da raggiungere è tale, allora in partenza l’uomo è invaso da affezioni negative, e si stratta pertanto di scacciarle e riguadagnare l’equilibrio che si era offuscato. In Epicuro la svolta si compie fino in fondo, piegando il sapere teoretico al bene etico. Non importa cosa si sa, ma svolgere un’esistenza felice. La felicità, consistendo essenzialmente solo nell’assenza di turbamenti, è meta raggiungibile dall’uomo. Filosofia che deve essere applicata da ogni uomo, non sapere elitario ma bene universale.
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