Mongo95 di Mongo95
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Indubbiamente il dolore è un fatto emotivo, di emotività negativa, così come indubbiamente può innescare dinamiche e problematiche psichiche latenti, così come potrebbe essere un luogo salvifico per il credente o il luogo dove la domanda radicale di senso e di religione si pone, per il non credente. Ma è soprattutto, per tutti e per ciascuno di noi, il luogo proprio di auto-interrogazione dell’uomo, perché è l’esperienza dello scontro con i limiti della vita. Infatti il dolore, a tutti i livelli, dal puro e semplice livello somatico, a quello psichico e a quello esistenziale, non è altro e sempre che lo scontro traumatico dell’uomo che tende ad una pienezza di vita fisica, psichica ed esistenziale con i limiti della vita stessa. La propria realtà fisica e corporea si vede compromessa, posta radicalmente in discussione, talvolta in modo ultimativo da malattie e sofferenza collegata ad essa (dolore somatico). La propria delicata costituzione psichica, che garantisce identità, autocoscienza, capacità di sintesi, attitudine e apertura relazionale si trovano improvvisamente sconvolti (dolore psichico). Poi il limite dei limiti, il proprio orientamento teleologico dell’esistenza viene annullato e ci si percepisce come completamente svuotati, preda di un’angoscia patologica (dolore esistenziale).

Ad un secondo livello, la distinzione che si può esplicitare è tra dolore e sofferenza. Per cogliere questo aspetto, bisogna partire da una premessa teorica: il dolore è un luogo umano, un’autentica peculiarità e specificità umana allorché diviene quella dimensione dell’umano auto-interrogativa, in cui l’uomo si fa uomo grazie alle domande che il dolore gli porta. In tal modo coglie il profilo peculiare del proprio essere. Quel particolare dolore, che chiamiamo sofferenza, è esclusivo dell’uomo, il dolore assunto come dimensione auto-interrogativa. Il dolore è proprio dell’essere vivente, il dolore in quanto sofferenza è proprio dell’essere umano. Il dolore rimane un qualcosa di autenticamente inconsapevole, solo nell’uomo fa scattare un processo auto-interrogativo. L’uomo, oltre al patire, sa di soffrire, si interroga e si chiede il perché. La capacità riflessiva di rammemorazione del dolore, nonché la sua anticipazione. Diventando così capaci di soffrire non solo somaticamente ma anche psichicamente ed esistenzialmente. Schopenhauer afferma che la coscienza degli animali è mera successione di attimi presenti (senza ricordo e anticipazione), ciascuno dei quali però non esiste come futuro prima del suo irrompere. Appunto per questo gli animali hanno da soffrire infinitamente meno di noi, perché essi non conoscono altri dolori che quelli prodotti immediatamente dal presente. In tal senso si può semanticamente distinguere dolore da sofferenza: il primo espressione che rinvia a stimolo sensoriale sgradevole che si manifesta con sintomi e segni che affliggono il nostro corpo in qualche sua parte nella concezione di Körper (doleo, sento male). Parola che generalmente e in modo prevalente rinvia all’ambito somatico e non allude a nulla di diverso. Invece, se ciò che assegna un tratto peculiarmente umano al dolore è la sua piena consapevolezza, rammemorazione e anticipazione, allora l’uomo è l’unico vivente che può averne piena consapevolezza, indicabile con il termine sofferenza, che implica atteggiamento insieme autoriflessivo e introspettivo, che permetta da un lato all’uomo di concepirsi come abitato dal dolore, e dall’altro di spingersi ad interrogarsi sul senso del proprio patire. Si può anche dire che mentre il dolore in un certo qual senso colpisce dall’esterno, la sofferenza invece è qualcosa che viene elaborata dall’interno (suffero, sopporto e tollero). Quindi il soffrire è proprio del soggetto umano e oltretutto non in senso universale, perché è sempre il singolo che soffre con modalità proprie e specifiche, legato alla contestualità del vissuto doloroso.
La sofferenza è l’esperienza dell’esperienza del dolore, che è sempre soggettiva e mai universale. Interiorizzata, problematizzata, cosciente e interrogante. Riguarda il corpo intesto come Leib, il corpo vissuto che interagisce con il sé vissuto. La sofferenza enfatizza la visione olistica della persona umana, rimandando a dimensione psichica, etica, spirituale, esistenziale. In tal senso si capisce perché Tommaso d’Aquino sostenesse che il dolore è una passione dell’anima, benché riguardi il corpo. Ma richiede non solo la presenza di un male, ma la sua percezione e consapevolezza. Nel caso dell’uomo però possiamo usare i due termini in quanto sinonimi, in quanto è pressoché impossibile che gli provi dolore senza nel contempo soffrire, anche senza una necessaria proporzionalità tra i due. Si possono anche precisare tre livelli di sofferenza:
Esperienza di difetto di senso, cioè ci scopriamo fragili nell’assegnare un senso all’esperienza doloristica in una vita indirizzata alla felicità.
Disvelamento di un confronto interno, la nostra struttura originariamente conflittuale, a tutti i livelli, biologicamente la guerra permanente tra agenti patogeni e fattori immunizzanti, che può degenerare in sofferenza fisica, psichicamente il conflitto sopravvenuto da un mancato equilibrio del sé, esistenzialmente collegato al conflitto latente tra ciò che vorremmo essere, la nostra attesa di un senso gratificante per la nostra vita è l’incapacità personale di risponderne positivamente (conflitto che può riguardare noi stessi, il rapporto col prossimo, il nostro generale approccio alla realtà). L’uomo in toto è toccato dal dolore in senso radicale, ogni dolore e sofferenza hanno specifica e peculiare capacità di porre l’uomo di fronte a interrogativi radicali.
Dolore come sofferenza solo in apparenza realtà subita, che lascia l’uomo in un’inaspettata impotenza, ma in realtà come via preferenziale per la coscienza di sé, possibilità di orientarsi dell’uomo nell’avventura dell’esistenza

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