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a. Il dolore raccolto come momento negativo di tipo emozionale-psichico dell’esserci.
Il dolore non viene cercato, è uno stato emotivo di pensa di chi vive una situazione negativa o ostile, o è stato colpito da un evento che minaccia la sua pienezza vitale. Che esso si configuri come evento negativo lo mostra anche il fatto che non viene mai ricercato per se stesso, se ciò accade è perché viene scelto come passaggio obbligato o bene apparente. L’intenzione prima non è mai il dolore in sé, l’uomo tende al proprio bene. Come la morte, il dolore non è scelto ma viene assegnato. Il dolore contraddice il sé, dall’individuo il dolore è subito e non può essere scelto, pena l’autodistruzione. Un’esperienza limitante la vita, inflitta e subita, e come tale può essere solamente accettato e sopportato. Il pathos greco originario dell’essere colpito dall’esterno, che solo in seguito si identifica in modo negativo. Il dolore giunge.

b. Il dolore va inteso come privazione o lesione
Il dolore è sentimento di una lesione, in termini essenzialmente negativi. Una ferita intervenuta. Molto chiaro ciò nel caso di un dolore morale, la perdita di un bene a noi strettamente vicino. Si prova quindi una lesione che interviene. Che può anche essere perdita di una facoltà fisica, di una cosa esterna a noi che rappresenta l’oggetto del nostro desiderio, così anche come di una persona.
c. Il dolore va inteso come trauma
Il dolore è un trauma, che rappresenta un graduale o rapido allontanamento dalla vita, senza un conforto che non sia meramente palliativo. La persona traumatizzata è una persona devitalizzata, in virtù di questo dolore percepisce una sorta di dissociazione dall’ambito del vitale e del relazionale.
d. Il dolore è sempre vincolato al sentimento della precarietà e della perdita
In qualsivoglia modo si possa concretizzare la privazione, malattia, disgrazia, etc.; il dolore connesso a queste esperienze è sempre vincolato al sentimento della precarietà e della e della vulnerabilità implicato nella perdita. Il dolore fa percepire all’uomo con immediatezza e intensità peculiari la precarietà di ciò che ha e soprattutto di ciò che egli è. In tal modo il dolore riduce la possibilità di interazione con simili e ambiente circostante. A cui si collega la restrizione di vita. Una precarietà ontologica.
e. Il dolore fa emergere la propria finitezza, vulnerabilità e fragilità come qualità tipiche de sé individuale
Riducendo le possibilità di interazione, il dolore rende impotenti, fa dunque emergere in modo drammatico la propria finitezza. È l’epifania del finito, della finitudine. La propria debolezza, fragilità, come tipiche del sé individuale. Paradossalmente, filosoficamente, in tal modo è la via privilegiata per l’affermazione della propria individualità. Dunque delimita e ci delimita. Come afferma Heidegger, nessuno può surrogarci nella morte, ma nemmeno nel dolore. Nessuno può toglierci il dolore, che è nostro e solamente nostro [Natoli]. Nel cerchio della sofferenza, in quanto esperienza di limitazione radicale, è anche esperienza del limite e propria limitazione. Si fa esperienza della propria individualità, e si riconosce l’individuazione quale principio forma dell’esistere e del morire. Nessuno è sostituibile nel proprio dolore. La sofferenza fa apparire con evidenza la propria insostituibilità e quindi individualità.

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