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Il dolore, per l’uomo, c’è sempre stato, ma l’atteggiarsi nei suoi confronti non è statico, sia a livello individuale che collettivo. Ogni epoca, società, cultura, ambiente umano, ha prodotto mentalità diverse, modi diversi di concepire il dolore, modi diversi di decifrarlo teleologicamente. Basta un cenno alla cultura orientale, con una concezione del dolore correlata ad una precisa sapienza terapeutica. Sarebbe dunque di qualche interesse ricostruire una “storia del dolore”, intesa come analisi puntuale del mutare dell’atteggiamento nei suoi confronti.
Indubbiamente, limitandoci al contesto occidentale, l’uomo antico o medievale percepivano il dolore in modo molto diverso dall’uomo moderno e contemporaneo. Nella società postmoderna, si fanno i conti con la rivoluzione telematica, in cui le sofisticate terapie per la sofferenza psichica sembrano aver drasticamente elevato la soglia di liberazione dal dolore somatico e in parte psichico, pur lasciando inevasa la questione della sofferenza esistenziale. Quel che è certo, in chiave comparativa, è che le cose stanno ben diversamente rispetto a quanto accadeva in passato. Nel caso del mondo greco antico, il dolore era accolto in modo fatalistico, anche se il fatalismo greco ha un’accezione particolare: il fato è anche benedetto e va colto in modo positivo. Non solo la filosofia, ma anche la lirica, la tragedia, etc, tutto è dominato da una visione fatalistica, non c’è via d’uscita possibile dal dolore e riscatto alcuno. Domina la grande Ananke. In tal modo la sofferenza, così come il male e la morte, è in sostanza intrascendibile, insuperabile. Il dolore per i greci è esperienza di morte, ed in questo senso è tragedia. Ma appartiene al tragico come dimensione dell’ineluttabile. Nulla è più ineluttabile del movimento verso la morte, sigillo della necessità impresso su ogni vivente, della quale il dolore è espressione. Su questa base ogni dolore potrebbe dirsi tragico, cioè non è nella mani dell’uomo ma del divino. Dunque l’unica possibile umana dignità è la sua conoscenza, un approccio gnoseologico. L’uomo degno per il mondo greco è colui che conosce il suo destino e non lo elude. Non per vincere il dolore, ma per farlo rientrare in una logica. Esso aggredisce fintantochè non interviene il sapere che lo domina e lo riconduce alla pienezza del tutto e dell’essere. Questo approccio può attenuare angoscia e pessimismo, riducendo l’individuo ad una fatale accettazione della sua condizione di vivente destinato alla morte. Accettazione liberatoria e catartica. Per la quale comunque il dolore scomparirà con la scomparsa della vita.

I greci dunque erano terribilmente realisti, non accettando illusorie vie di attenuazione. Nell’ultima filosofia greca, di ispirazione plotiniana e neoplatonica, ciò ha trovato anche una propria traduzione di carattere ontologico: nella teoria ontologia che il dolore, quale epifania del negativo umano, è in sé non-essere, una sorta di meontologia del dolore. Vale a dire il dolore è una dimensione contingente dell’esistente destinata a rivelarsi alla fine semplicemente nulla. Queste soluzioni meontologiche, siano religiose o filosoficamente formulate, introducono comunque una variante in rapporto alla concezione greca generale, implicando la convinzione della non definitività della nostra dimensione storica e attuale del vivere, e implicano la possibilità di un rinvio o di una trasvalutazione di una tale dimensione e condizione al di fuori del tempo. Sofferenza manifestazione del limite dell’esistente contingente. Nelle religioni più antiche, precristiane, la realtà del dolore è spesso riferita ad una lotta tra due principi (antropomorfizzati), del Bene e del Male. Il secondo invia dolori e il primo contrasta questa prospettiva. La felicità da un lato o il dolore dall’altro dipendo dunque dalla preminenza di volta in volta di uno dei due principi in continua lotta. La prospettiva gnostica.

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