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L’audacia dei fondatori


I “filosofi” degli inizi erano personaggi consapevoli della novità e dell’audacia del loro messaggio. Pretendere di dire la verità sul mondo e sulle sue origini, sugli dèi e sul loro rapporto con gli uomini, sul significato e sul destino della vita umana – una verità che spesso si scontrava con quella trasmessa dai racconti mitologici e dei poeti – era un’impresa degna di personaggi eccezionali. Essi stessi si sentivano e si presentavano come “maestri di verità”, come profeti ispirati, come uomini dotati di qualità e di intelligenza sovrumane (questo vale certo più per personaggi come Pitagora, Eraclito, Parmenide, Empedocle, che per i sapienti ionici, Talete, Anassimandro e Anassimene, della cui posizione sociale e del cui ruolo intellettuale sappiamo troppo poco).
La sfida sapienziale all’ignoranza dei “mortali”
Questi uomini lanciavano dunque il loro messaggio di conoscenza come una sfida rivolta contro l’ignoranza e la cecità mentale dei loro contemporanei, che essi spesso definivano “mortali”, lasciando quindi intendere di possedere qualcosa di simile all’immortalità divina. In effetti, Pitagora era considerato dai suoi discepoli un discendente di Apollo, Empedocle si presentava come un uomo “divino”, Parmenide si dichiarava depositario di una rivelazione trasmessagli direttamente dalla personificazione della Verità, Eraclito pronunciava sentenze simili a quelle dell’oracolo di Delfi.
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