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La virtù etica come «disposizione permanente»

La virtù etica è definita da Aristotele come una «disposizione permanente» o un «abito» (héxis) virtuoso del carattere. Questa disposizione virtuosa si fonda sull'abitudine. La virtù infatti non è innata e gli uomini per natura sono dotati soltanto della capacità di acquisire la virtù. Tale capacità, tuttavia, rimane allo stato potenziale e non perviene ad attuarsi, se non in seguito al ripetuto esercizio di azioni virtuose, che rende virtuoso il carattere di chi le compie.

[h3]La critica alla morale aristocratica

Negando che la virtù sia un dono di natura, Aristotele si pone così in aperto contrasto con la morale aristocratica, che concepisce la virtù come qualità innata degli dristoi, da cui i non nobili sarebbero esclusi per una disposizione naturale. L'idea che la formazione di un carattere virtuoso richieda molto esercizio e la costante ripetizione di azioni virtuose distingue poi la posizione aristotelica dall'intellettualismo etico di Socrate e Platone, i quali - identificando virtù e conoscenza - facevano dipendere l'acquisizione della virtù dall'insegnamento teorico.

Aristotele non nega il ruolo dell'educazione, ma ne individua il compito primario non tanto nella trasmissione di conoscenze teoriche, quanto nella formazione del carattere, che si realizzerà soprattutto sulla base dell'esempio di persone sagge e capaci di agire bene, nonché attraverso l'imposizione di pratiche virtuose, da parte del padre, dei buoni maestri e delle leggi cittadine.

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