_kia96_ di _kia96_
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L'Etica è il quinto libro degli scritti esoterici da Aristotele intitolato come l'etica nicomachea. Per la metafisica il titolo era stato dato da Andronico di Rodi, per la logica il titolo di Organon era stato dato da Alessandro di Afrodisia. Dà questo titolo perché Nicomaco è sia il padre che il figlio di Aristotele, è un libro rivolto a queste due persone importanti della sua vita.

L'etica è una scienza pratica nella classificazione di Aristotele delle scienze, per cui avrà come oggetto di studio il contingente (non necessario) e come fine l'agire umano (fine pratico). E' al di sotto delle scienze teoretiche che avevano come oggetto di studio il necessario (la sostanza superiore, Dio) ed erano disinteressate.
Non si distingue molto dall'etica socratica nel suo oggetto di studio anche se si differenzierà per i vari aspetti analizzati. Studia la condotta umana(comportamento) che può essere virtuosa o viziosa e il fine dell'agire umano (felicità). Studia il mezzo (virtù) e il fine della vita umana (felicità) come l'etica socratica.

Secondo Aristotele ogni azione dell'uomo tende ad un fine che si configura sempre come un bene. Ogni fine e quindi ogni bene a cui l'azione tende sono sempre un fine ed un bene relativi in sé stessi (a loro volta presuppongono la tensione ad altri fini ed altri beni, non sono ultimi) fino a che ogni fine ed ogni bene (in pratica corrispondono) tendono alla realizzazione di un fine ultimo (disinteressato, non ha più interesse a perseguire un altro fine) che si configura come un bene supremo e questo corrisponde alla felicità).

La felicità è la realizzazione o l'attualizzazione della potenzialità più alta che caratterizza l'essenza umana: la ragione. Qual'è questo essere in potenza/ potenzialità che deve diventare in atto e diventando in atto porta alla felicità della natura più propria dell'uomo? Questa potenzialità, che lo contraddistingue da tutti gli altri esseri viventi ovvero la ragione, la razionalità.
La felicità è la realizzazione della natura più propria dell'uomo che da potenza diventa atto, questa è la ragione per cui l'uomo è un animale razionale. Questa potenzialità/razionalità deve essere portata alla sua trasformazione in atto. L'uomo è potenzialmente un essere razionale, ma deve portare all'atto questa sua razionalità, la deve realizzare. Tutti gli uomini sono potenzialmente uomini razionali, ma chi è felice? chi realizza la sua vera natura. La felicità non è qualcosa di astratto, ma consiste in una vita di una persona sapiente che si dedica allo studio, alla cultura, all'istruzione - una vita contemplativa volta tutta allo studio e alla sapienza.

La felicità, infatti, intesa come realizzazione della razionalità coincide con la sapienza, il possesso del sapere(=Sophia). E' felice colui che dedica tutta la vita alla conoscenza del sapere ed è arrivato al suo possesso, per Aristotele l'uomo può possedere il sapere perché l'anima non è immortale quindi l'uomo in questa vita, che è l'unica, deve poter arrivare a questa meta, una meta che deve essere raggiungibile per tutti. La felicità non è qualcosa di così difficile e assurdo da raggiungere perché tutti siamo esseri razionali, siamo tutti capaci di meravigliarci e per arrivare alla sapienza non dobbiamo fare altro che filosofare, liberarci dall'ignoranza e raggiungere la sapienza. La sapienza è raggiungibile e la sapienza che l'uomo può raggiungere è la sapienza simile a quella di Dio, l'uomo che diventa sapiente è l'uomo che si fa simile a Dio. La vita di Dio era pensiero di pensiero, naturalmente una vita contemplativa di sé stesso (era attività pura: contemplazione di sé) e l'uomo che si dedica ad una vita contemplativa si fa simile a Dio, vive allo stesso modo in cui vive Dio come attività che pensa al di là dei beni materiali, della salute corporea. La vita contemplativa è quella che ci può condurre alla felicità, questo possesso si può raggiungere diversamente dai filosofi precedenti. Per Aristotele il filosofo non è l'amante del sapere (soprattutto per Platone) ma è il sapiente.

STRUMENTI/MEZZI PER RAGGIUNGERE LA FELICITA'(SAPIENZA)
: Le virtù (come per Socrate) che sono di 2 tipi:

- ETICHE
Derivano da ethos=costume=abitudine
Appartengono alla parte appetitiva dell'uomo (parte dell'anima vegetativa e sensitiva)

Aristotele dice che non si nasce virtuosi, per cui le virtù non sono disposizioni innate ma disposizioni dell'anima che si acquisiscono tramite l'educazione (si può insegnare ed apprendere ad essere virtuosi).
La virtù etica nasce secondo Aristotele dall'abitudine e si rafforza con l'esercizio. Esempio: Io mi comporto una volta in un certo modo giusto, poi una 2° volta, poi ancora per altre volte quindi acquisisco la virtù della giustizia e mi comporto in modo giusto in tutte le circostanze. Attraverso l'abitudine ho acquisito la virtù della giustizia e questa virtù rimane in me come un habitus, quindi da quel momento in poi mi comporterò sempre in un modo giusto.
Attraverso l'esercizio posso rafforzare la virtù che diventerà per me un abitudine a comportarmi in un certo modo. Si apprende dall'esperienza, dall'educazione, dall'ambiente e dagli altri e diventa per me un habitus = un costume, un modo usuale di comportarmi che posso rafforzare attraverso l'esercizio.
In cosa consiste di fatto? la virtù etica è la capacità di dominare gli impulsi o le passioni attraverso la ragione individuando ogni volta il giusto mezzo tra 2 eccessi viziosi, sembra simile al concetto socratico di virtù (capacita di dominio della ragione sugli impulsi) pero mentre Socrate ci diceva agisci secondo ragione (schema generale di comportamento) mentre Aristotele ci dice sì di agire secondo ragione ma inteso nel senso di individuare ogni volta il giusto mezzo tra 2 comportamenti eccessivi, agli antipodi (comportamento sempre vile e sempre temerario - il comportamento giusto è il coraggio, il coraggio è una virtù, viltà e temerarietà sono 2 vizi). Agisci secondo ragione, domina le passioni ma queste non sono negative di per se, possono diventare virtuose se si lasciano moderare dal giusto mezzo, se invece non si lasciano moderare diventano vizi. Le virtù etiche sono il giusto mezzo.

- DIANOETICHE
Derivano da dianoia=intelletto
Appartengono alla parte razionale dell'anima dell'uomo che si distingue in 2 facoltà:
-razionalità teoretica, le sue virtù sono:
1) intelletto (Nous)= disposizione ad una conoscenza intuitiva
2) scienza (episteme)= disposizione ad una conoscenza deduttiva/dimostrativa (tramite ragionamenti)
3) sapienza (sophia)= sintesi di intelletto e scienza, il sapiente è colui che possiede entrambi i modi di procedere (quello che Platone chiamava dialettica che si componeva di sinossi e diaresi), possiede entrambe le virtù (Nous ed episteme).
-razionalità pratica, le sue virtù sono:
4) tecnica (techne)= saper fare, produrre
5) saggezza (phronesis)= saper agire individuando il giusto mezzo moderando le passioni, il saggio sa agire in ciascuna situazione secondo ragione individuando il giusto mezzo
Non è detto che tutte queste virtù siano presenti in tutti gli individui, si possono pero acquisire.
Sapienza e saggezza non coincidono, per Platone coincidevano perché per Platone le idee (oggetto della sapienza) e i valori (oggetto della saggezza) sono la stessa cosa. Se coincidono le idee e i valori sono anche coincidenti le figure del saggio e del sapiente, la sapienza che era il fine coincideva con il sapere agire secondo le idee-valori. In Aristotele idee e valori non coincidono, le idee per Aristotele sono diventate le forme immanenti alle cose, l'essenza universale delle cose, il concetto di umanità che per Platone era un idea trascendente per Platone diventa l'essenza dentro tutti gli uomini, ciò che c'è di universale in tutti noi, non corrisponde ai valori perché essi sono particolari, riguardano l'ambito etico e non più la metafisica, non esiste il concetto di bene dentro di noi. Aristotele dice che il vero, il falso, il bene, il giusto sono dei giudizi, non sono nelle cose. I valori non sono più idee universali come sostenuto da Platone ma sono particolari e siamo noi che li indichiamo. Se le idee e i valori non sono più la stessa cosa anche la sapienza e la saggezza non sono più la stessa cosa, questo porta ad una conseguenza importantissima in ambito politico, lo stato di Platone non ha più senso: per Platone dovevano governare i filosofi che sono sapienti e saggi mentre per Aristotele i filosofi non è detto che siano saggi (la disposizione a guidare uno stato è un sapere pratico) e quindi non possono governare. Lo stato ideale non sarà un aristocrazia (governo dei filosofi).

La felicità a cui si può arrivare, coincide con la virtù dianoetica della sapienza. Se noi siamo virtuosi possiamo essere felici pero ci sono 2 tipi di virtù e quindi ci saranno anche 2 tipi di felicità: Socrate non distingue le virtù, Aristotele sì.

Le virtù etiche ti possono portare ad una felicità umana: vivo una vita virtuosa, so individuare il giusto mezzo tra 2 eccessi, sono felice pero non realizzo propriamente la mia natura razionale. Questa è la vita attiva, pratica, la vita di una persona attiva che si impegna nella società, una vita fatta di lavoro, dedizione individuando sempre il giusto mezzo.

Le virtù dianoetiche possono portare una felicita divina per indicare che è simile a quella di dio, perché ti fanno vivere una vita contemplativa tutta dedita allo studio, alla sapienza, alla cultura e quindi Aristotele afferma il primato della vita contemplativa su quella attiva.

Questo primato rimarrà fino al rinascimento, per tutto il medioevo si affermerà tale primato fino a quando si arriverà al periodo rinascimentale e umanistico quando l'uomo si afferma come capace di vivere una vita in cui lui è artefice di sé stesso, non più dedita solo allo studio, alla contemplazione divina, ma dedita al lavoro, all'agire. Quest'ideale aristotelico verrà ripreso e sacralizzato da tutta la filosofia cristiana fino all'epoca umanistica in cui si abbandona quella piramide della conoscenza che vedeva la teologia al vertice, si ha un sapere più laico. Solo in quel momento si ribalta il primato e si esalta la vita attiva. L'uomo fader sua fortunae, frase di Giordano Bruno in cui l'uomo viene affermato come fabbro della propria sorte.

Aristotele conclude questo suo libro dell'etica nicomachea parlando dell'amicizia perché dice che "Senza amici nessuno sceglierebbe di vivere, anche se avesse tutti gli altri beni." Secondo Aristotele l'amicizia è una concezione fondamentale per essere felici, è indispensabile alla vita. Aristotele non definisce l'uomo come solo animale razionale ma anche come animale sociale (zoòn politikon). L'uomo non basta a se stesso, non è autosufficiente, ha bisogno degli altri per vivere quindi l'amicizia è una concezione fondamentale per la vita. Ci sono diversi tipi di amicizia: quella fondata sul piacere (giovani), si sta insieme ad una persona perché questa ci piace. Aristotele ci dice che questa non è un amicizia vera perché non è stabile: si è amici solo per vantaggio reciproco e non in modo disinteressato. E' un'amicizia effimera fondata sul piacere, non duratura. L'amicizia fondata sull'utile reciproco quella tipica tra gli anziani. Quando questa reciprocità non c'è più l'amicizia finisce, questa non è stabile. Queste 2 forme sono basate su vantaggi reciproci che quando vengono meno demoliscono il rapporto. C'è un 3° tipo di amicizia quella che l'uomo dovrebbe sempre ricercare ed è quella basata sulla virtù che consiste nell'amicizia disinteressata non ha scopi pratici o disinteressati, questa è l'amicizia vera ed è l'amicizia eterna. Poi pero ci stupisce dicendo che nell'amicizia vera ci sono delle condizioni da rispettare, bisogna essere uguali sotto tutti i punti di vista (condizione sociale, intelligenza, età) -> uguaglianza sotto tutti i punti di vista e l'altra condizione è l'intimità, bisogna vivere vicini, vedersi tutti i giorni, se si è lontani l'amicizia si affievolisce. L'amicizia virtuosa deve possedere queste caratteristiche.

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